sabato 9 novembre 2019

JASON RICHWINE E GLI ALTRI

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JASON RICHWINE E GLI ALTRI

Ogni volta che una ricerca scientifica scopre differenzia su base genetica gruppi di persone la reazione è tremendamente negativa ed evidentemente viziata dal coinvolgimento ideologico di chi la mette in scena. Entra subito nel dibattito cio' che l'articolo chiama "fallacia egalitarista".

La fallacia egalitarista è una distorsione cognitiva molto presente sui giornali, una specie di errore grammaticale che sfruttiamo per reagire con ostilità a chi viola certi tabù. Le scoperte di cui sopra vengono rigettate perché percepite con implicazioni morali, quasi che una differenza su base biologica riscontrata tra gruppi umani possa essere definita "ingiusta". La "fallacia egalitaria" è onnipresente ma affligge soprattutto la sinistra dello schieramento.

Il caso del ricercatore Jason Richwine è illuminante, nel 2009 mise assieme una serie di dati a supporto della tesi che la politica migratoria americana avrebbe dovuto essere progettata per favorire persone con un IQ sopra una certa soglia, questo perché sia l'IQ personale che l'IQ medio della nazione sono correlati in modo robusto con certe cruciali perfomance della persona e ancor più sella nazione. E' una posizione magari sbagliata ma difendibile con buoni argomenti di fatto, senonché si preferì reagire insultando l'uomo piuttosto che criticare i dati presentati dal ricercatore. Richwine era diventata una cattiva persona, andava licenziato. E così fu.

Leggiamo l' Economist sul caso: "se la tesi di Richwine fosse corretta, dovremmo riconoscere che i razzisti hanno ragione...". Ecco comparire la tipica "fallacia egalitaria", ovvero il passaggio da un giudizio di fatto sulle differenze caratteriali tra gruppi a un giudizio morale relativo al razzismo di chi lo fa rilevare.

Un altro modo per inquinare il dibattito consiste nel buttarla sull' "inferiore" e il "superiore". Affermare cioè che chi constata differenze biologiche tra i popoli sta proclamando la superiorità dell'uno sull'altro. Il corto circuito è evidente, dimostrare una differenze non significa affatto affermare la superiorità di chicchessia, tuttavia questa sgrammaticatura viene utilizzata per tacitare la ricerca sulle razze. Non ha nessun senso dire, per esempio, che gli africani sono geneticamente superiori agli asiatici perché mediamente più alti! E' una frase senza senso, eppure la fallacia egalitarista la fa pronunciare a molte persone, penso a persone come Charles Murray, Jason Richwine, Nicholas Wade che in realtà sono molto prudenti nel separare giudizi scientifici e giudizi etici.

L'esito dell'esercizio compulsivo della fallacia è la prevedibile proposta di bandire le ricerche che studiano le razze. Motivo: sono studi che fomentano il razzismo causando danni che oltrepassano gli eventuali benefici. Si fa presente da più parti che gli stereotipi si rinforzano, chi ne è oggetto viene spesso anche demotivato, bisogna così rompere il circolo vizioso e queste ricerche non aiutano. A parte il fatto che quando lo stereotipo non è accurato ci vuole poco a romperlo, il caso degli ebrei in generale e delle donne in molte professioni parla chiaro. Ma è un'evidente tentativo di moralizzare la scienza.

Volete altri esempi? Considerate le reazioni al famoso libro di Murray e Herrnstein - The Bell Curve -, per molti un vero manifesto del neo-razzismo, un modo "gentile" per poter parlare ancora di "negri", uno strumento per esentarci dal dovuto tributo agli svantaggiati. Eppure gli autori asserivano solo che sia geni che ambiente hanno un ruolo nelle diverse performance dei gruppi razziali americani, qualcosa che bene o male accettano tutti gli studiosi più seri. Ma soprattutto, niente nel libro suggerisce che i neri dovessero essere trattati differentemente.

Jared Diamond, un cocco dei progressisti, divenne famoso per avere sostenuto che la geografia spiega più dei geni, una tesi che piaceva a molti. Protetto da uno scudo invisibile l'autore arrivò a dire su basi precarie che il popolo della Nuova Guinea era più intelligente degli europei. Chi indulge nella fallacia egalitarista dovrebbe vederci un'affermazione razzista ma così non fu. Cosa dedurne? Che per una certa parte politica il razzismo è solo un pretesto per difendere i presunti "oppressi" dai presunti "oppressori" (l'unica distinzione intorno alla quale gira tutto). Se è così capiamo bene perché certe forme di "razzismo" non preoccupano, anzi sono le benvenute.

Il caso James Damore ricalca i precedenti, l'uomo criticò l'assunto implicito nella politica delle assunzioni di Google per cui uomo e donna sono psicologicamente identici. Damore dubitava che Google potesse mai avere un numero di ingegneri donna pari a quello degli uomini senza abbassare gli standard. Fu licenziato con i tipici argomenti dalla fallacia egalitaria. Le affermazioni di Damore furono giudicate discriminatorie e costituivano una forma di molestia.

Larry Summers, presidente di Harvard, disse che il sesso biologico potrebbe incidere sul successo in certe carriere. Licenziato. James Watson disse che gli africani avevano un IQ inferiore a quello di altri popoli. Licenziato.

A queste persone si replica che concetti come sesso e razza sono in parte costruzioni sociali, non realtà oggettive. Ebbene? Anche se lo fossero potrebbero comunque esserci buone ragioni per impiegarli come base fruttuosa per una classificazione dell'uomo? Giudichiamo questo, piuttosto.

Conclusione: l'ostilità a senso unico verso i ricercatori in materie quali sesso e razza produce più danni che benefici, se la nostra integrità morale dovesse davvero dipendere dai dati scientifici è già compromessa in partenza.

https://link.springer.com/article/10.1007/s11406-019-00129-w