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martedì 28 dicembre 2010

L' arte di non criticare il brutto

Lo dico senza remore, a volte non ne posso più del cosiddetto "pensiero critico"".

Il "pensiero critico" è quella cosa per cui l' "intellettuale", a partire dagli anni sessanta, ha praticamente già finito di parlare prima ancora di aprire bocca.

Tanto si sa come la pensa: è critico!

Criticissimo. E' "critico" su tutto e a prescindere. La "critica" per lui è un dovere.

Il "reale" gli fa schifo e lui procede alternando scoramenti a vanterie. Se alle elezioni vince la Destra si dispera e minaccia di "scappare all' estero", se vince la Sinistra si dispera perchè... "tanto sono tutti uguali".

La sua presenza infarcisce i giornali da decenni, straborda dai televisori, stipa la rete in tutti i suoi anfratti.

Parla al modo dei cani sciolti mentre marcia al passo con il regimento più esteso ed inquadrato che esista.

Da diversi decenni è prassi stroncare la "realtà", fosse anche quella dell' eden. Se critichi il reale, vai sul velluto; se intoni un guaito originale, parte la beatificazione. Se insceni scalmane ispirate, il pubblico si spellerà le mani.

Il lascito più fastidioso del "pensiero critico" sta nel fatto che uno non sa più come pensare le bruttura del mondo senza sentirsi intruppato.

La ruga del tempo deturpa effimere bellezze e noi dobbiamo cercare di riferire l' evento in modi sempre più originali per smarcarci dal "pensiero critico". Come procedere?

tornano utili le gesta dei Grandi Maestri riusciti in passato nell' improba impresa. In Italia ne abbiamo una serie che va da Gozzano fino a Luigi Ghirri.


In Ghirri il brutto vira nel modesto. E' qualcosa di amichevole e familiare, il sopraciglio dell' osservatore non si aggrotta schifato ma si distende affettuoso.

Siamo invitati al soccorso e alla cura più che alla liquidazione e ai falò. Il "reale" è afflitto da un' incuria spontanea che irradia patetismo.

La stessa che notiamo sul comodino del genitore, magari la mattina sorpreso a dormire per sempre: che brutto libro stavi leggendo mamma, ti sei arenata a questa anonima pagina... peccato non averlo finito, magari eri svogliatamente curiosa dell' epilogo. Tutte quelle cremine scadenti con il tubetto mezzo spremuto...

Ghirri non fotografa gli oggetti ma le impronte digitali di chi li ha toccati, le impronte oculari di chi li ha visti.

Chi li ha toccati e visti con tenera ignoranza, li ha messi in salvo dal triviale, e all' artista piace documentare questa singolare impresa.

Luigi Ghirri - Lezioni di fotografia.

lunedì 7 giugno 2010

Buh!

Come ve lo immaginereste un film horror girato da Olmi?

Nel suo "La casa dalle finestre che ridono" (1976) il cattolico Avati provò a scrostare le fastidiose patine di Argento in modo che emergesse quella familiarità e quell' empatia con l' ambiente che servono per poi far esplodere lo shock. Con la nebbiolina padana cercò di rendere le tinte pastello in modo che risaltasse meglio il rosso del sangue.

L' orrore si annida impensabile tra i ruspanti paesaggi dell' amata Bassa e la calda giovialità emiliana, parente forse di quell' orrore innocuo evocato nei giochi dell' infanzia e che faceva correre nelle vene lo stesso infantile e perverso piacere con cui Lidio spaventa la maestrina.

Il film è vecchio e si sente, il genere non mi piace e in più la storia ammassa tutti gli stereotipi del genere, eppure 1) certi scorci sembrano delle foto di Ghirri, 2) fa davvero paura. Quindi, da vedere.

Per un bel po' potete scaricarvelo qui per poi vederlo sul pc o alla tele.