PERCHE' ESISTE LA PRIVACY?
La comunicazione si realizza solo se esiste una lingua comune: possiamo immaginare la lingua come una radio che permette il passaggio dell’informazione solo se sintonizzata sulla giusta lunghezza d’onda. Alcune frequenze favoriscono certi scambi, altre ne favoriscono di diversi. Disporre di più “canali radio” è dunque una grande ricchezza, si possono dire più cose. Quando, nello spazio pubblico, si adotta una determinata lunghezza d’onda, siamo costretti a uniformarci; ma, in privato, quando possiamo selezionare con cura il nostro interlocutore e sintonizzarci sulla frequenza ottimale per le nostre aspettative — di solito molto diversa da quella pubblica — abbiamo così la possibilità di comunicare in modo più autentico e diretto. Se un messaggio pensato per questa seconda dimensione dovesse trapelare nella prima, potrebbe generare un disastro. La lunghezza d’onda può essere approssimativamente tradotta in una sorta di “ipocrisometro”: l’ipocrisia può variare da zero a cento. Nella dimensione pubblica, ad esempio, potrebbe attestarsi intorno all’80, mentre in quella privata potrebbe scendere a 10. In pubblico potrei parlare del mio rivale definendolo un avversario degno, da battere secondo le regole del gioco; in privato potrei confessare il desiderio di vederlo morto (“se i pensieri criminali potessero essere puniti, tutta l’umanità sarebbe criminale”). È evidente cosa accadrebbe se un discorso concepito per una certa lunghezza d’onda venisse trasmesso su un’altra frequenza: si produrrebbe una babele di linguaggi disorientanti. Ma si può anche rovesciare la prospettiva osservando l'effetto caricaturale del passaggio dalla sfera pubblica a quella privata. Prendiamo, ad esempio, il discorso di fine anno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: come di consueto, ha riscosso un consenso pressoché unanime. Tuttavia, se lo si interpreta con le categorie della dimensione privata, appare come una sequela di banalità soporifere, al punto da spingere a cambiare canale e passare a Gerry Scotti. Ammettiamo che io, il 31 dicembre, pubblichi su Facebook un post con gli stessi contenuti, espressi in un italiano impeccabile: riuscirei a moltiplicare le visualizzazioni fino ad attirare l’attenzione del Corriere della Sera? Ovviamente no. Visualizzazioni zero, e abbandono della lettura con sbadiglio al terzo rigo, persino da parte dell’adorante sciura Giuseppina. Mattarella otterrebbe un successo anche solo muovendo le labbra, purché rispetti le convenzioni della lunghezza d’onda su cui trasmette, assecondando le aspettative del pubblico. Non è certo tenuto a dire qualcosa di interessante o coinvolgente. In sintesi: disporre di molte “radio” che trasmettono su frequenze diverse è una ricchezza sociale, ed è proprio per questo che la privacy è un valore. Tuttavia, è necessario parlare la lingua adatta alla lunghezza d'onda in cui si trasmette. Ora, la variabile esogena della tecnologia, indifferente a tutto, è in grado di trasformare i contesti in cui siamo immersi, generando spiazzamenti clamorosi. Negli ultimi vent’anni, le forme di interlocuzione privata tipiche dei social media hanno invaso buona parte della sfera pubblica, inquinandone le lunghezze d’onda. Se ne sono accorti tutti tranne certi politici. La politica, ignara, ha continuato a comunicare con i toni polverosi degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90, dove vigeva il monopolio dell'informazione e la relativa sicumera dell'informatore. I disastri comunicativi del periodo pandemico, segnati da formule paternalistiche già vetuste nel secolo scorso, rappresentano un esempio memorabile di fallimento comunicativo destinato a rimanere a lungo negli annali.