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venerdì 29 aprile 2016

Come cambia la dottrina Cattolica

http://www.lastampa.it/2016/04/28/vaticaninsider/ita/vaticano/levoluzione-della-dottrina-spiegata-da-civilt-cattolica-Dv7ptylhYjlJE5xJR9DwoO/pagina.html
L’evoluzione della dottrina By Andrea Tornielli

  • Rausch riporta esempi di come l’insegnamento dottrinale si sia sviluppato e abbia subito correzioni e contestualizzazioni «guidate dalla fedeltà al kerygma essenziale e ai princìpi che esprimono l’aspetto duraturo del messaggio cristiano»
  • L’autore parte dalla domanda che si pose nel V secolo san Vincenzo di Lerino: «Un progresso della religione ci può essere nella Chiesa di Cristo?».
  • Il santo rispondeva affermativamente, proponendo l’esempio delle membra del corpo umano, che sono certamente diverse dal bambino all’adulto e poi nella persona anziana, pur rimanendo sempre le stesse.
  • un progresso nella fede e non di un cambiamento.... il cambiamento implica il passaggio di una data cosa a qualcos’altro di diverso».
  • Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità.
  • Paoa Francesco. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione.
  • è da considerare «opportuna una riformulazione dell’enunciazione del deposito della fede, ossia della verità della dottrina, chiarendone il significato e dandogli nuova veste espressiva affinché sia efficace sotto il profilo pastorale».
  • «Occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi.
  • L’approfondimento e la riesposizione della dottrina devono dunque tener conto del «nesso vitale tra la dottrina e l’annuncio (kerygma) al cuore del Vangelo»,
  • «Chi respinge un dogma si pone al di fuori della comunità di fede - ricorda padre Rausch - Ma i dogmi possono essere reinterpretati da successive azioni magisteriali,
  • Concilio Vaticano II ha sviluppato e chiarito la definizione del Concilio Vaticano I riguardo a quella che viene comunemente chiamata “infallibilità pontificia”». Il concilio Vaticano II ha infatti ampliato la definizione del Vaticano I, comprendendovi i vescovi in unione con il Papa
  • Il Vaticano II ha insegnato che anche i fedeli prendono parte all’infallibilità della Chiesa: «La totalità dei fedeli che hanno l’unzione ricevuta dal Santo non può sbagliarsi nel credere... i fedeli «non sono soltanto i destinatari passivi di ciò che la gerarchia insegna e che i teologi esplicitano: essi sono al contrario soggetti viventi e attivi in seno alla Chiesa». E svolgono un ruolo nello sviluppo della dottrina,
  • La regola della fede nella sua essenza non cambia, ma le espressioni della dottrina e la sua comprensione spontanea segnata dalla cultura cambiano, e per questo il Magistero e i Concili devono assicurare la giusta formulazione della fede».
  • Passando dall’enciclica «Mirari vos» di Gregorio XVI (1832) che definiva «assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza», e dal Sillabo del beato Pio IX (1864), all’affermazione della libertà religiosa tra i diritti fondamentali di ogni essere umano.
  • Un altro esempio citato riguarda l’affermazione «fuori della Chiesa non c’è salvezza», che è stata notevolmente approfondita e per la quale, ha affermato il Papa emerito Benedetto XVI si è verificata «una profonda evoluzione del dogma».
  • Un ulteriore esempio riguarda la schiavitù.
  • «la dottrina della Chiesa non va ridotta a qualcosa di meramente regolativo e informativo, espungendone il carattere vissuto e trasformativo proprio del dinamismo
  • Giovanni XXIII, il quale desiderava un magistero di carattere fondamentalmente pastorale, piuttosto che soltanto dedito a ripetere precedenti formulazioni dottrinali.
  • “pastoralità della dottrina”. La dottrina va dunque interpretata in relazione al cuore del kerygma cristiano e alla luce del contesto pastorale in cui verrà applicata,
continua

La dottrina ballerina

La Chiesa Cattolica è relativista?
Sulla pena di morte ha cambiato idea.
Sulla schiavitù ha cambiato idea.
Sull'usura ha cambiato idea.
Sulla libertà religiosa ha cambiato idea.
Su Galileo ha cambiato idea.
Sulla sottomissione della donna all'uomo ha cambiato idea.
Sulla guerra ha cambiato idea.
Sull' "extra ecclesiam..." ha cambiato idea.
Ha cambiato idea quasi su tutto. Poi ha ricambiato idea.
Ma come può un soggetto infallibile essere relativista?
Bè, anche sull'infallibilità ha cambiato idea :-)
Una dottrina piuttosto ballerina.
aa
Ma attenzione, non si può dire che c'è "cambiamento", bisogna dire che c'è "progresso".
Se ci fosse davvero "cambiamento"  una (consistente) scissione conservatrice erediterebbe il titolo di legittima "Chiesa di Cristo": la continuità si sposa meglio con la conservazione che con il cambiamento.
Lo stesso concetto di infallibilità rafforza il rompicapo: condizione necessaria affinchè il Papa possa dirsi infallibile è che non "cambi" l'insegnamento passato. Può aggiornarlo, reinterpretarlo, contestualizzarlo, evolverlo, ampliarlo, incasinarlo, chiosarlo, orientarlo... ma non può "cambiarlo".
Giochi di parole? Viene il dubbio di fronte a rivolgimenti oggettivi.
Devo ammettere che la filosofia relativista è più schietta: poiché tutto è interpretazione, cambiare idea equivale a cambiare interpretazione. Se la Chiesa fosse davvero relativista sarebbe in una botte di ferro.
aaa
Ma le affinità tra relativisti e cattolici vanno oltre.
Il relativista adora il "contesto". Tuttavia, anche il Cattolico lo tira sempre in ballo: nelle parole di un Papa (non ricordo chi) "... la dottrina va rinnovata nelle sue espressioni... alla luce del contesto pastorale in cui verrà applicata...".
Il relativista va matto per concetti come quello di "esistenza",  tant'è che a lungo lo abbiamo chiamato "esistenzialista".
Ma il cattolico non è da meno. Papa Francesco: "... la dottrina della Chiesa non va ridotta a qualcosa di meramente regolativo e informativo, espungendone il carattere vissuto e trasformativo...".
Il relativista non crede alla verità, per cui, a suo parere, il linguaggio ha una funzione meramente performativa: un'affermazione è "giusta" sulla base delle conseguenze che produce.
L' "opzione pastorale" del cattolico assomiglia molto al "linguaggio performativo": quel che dici è giudicato dal bene che sviluppa presso il tuo prossimo.
Non lasciatevi ingannare: anche chi proclama di avere dei dogmi immutabili può essere un relativista di fatto, basta non dare loro alcun contenuto concreto.
Se affermo che mi preme "la dignità umana" e poi decido di volta in volta cosa intendo con con quella espressione sono di fatto un relativista.
Poi ci sono i dogmi “irrilevanti”: se un relativista nei fatti mi dice poi di credere fermamente nella “triangolarità dei quadrati” devo forse cessare di crederlo un relativista?
Ma come si può essere relativisti e allo stesso tempo infallibili?
In teoria si puo’: chi è infallibile non è onnisciente, può sempre dire di aver cambiato idea a causa di nuovi saperi venuti alla luce, oppure grazie ad un approfondimento che prima aveva trascurato. Senza contare che ogni  ripensamento può essere contrabbandato come "evoluzione interpretativa".
Oltretutto, il cattolicesimo si ritiene la religione dell'Uomo non della Regola, in questo senso puo’ permettersi di essere "relativista" sulle regole.
Eppure, il cattolico ostenta valori forti, addirittura "non negoziabili".
Bè, secondo me il relativista non gli ostenta quanto il cattolico ma, parlando francamente, se proprio dovessi "negoziare" preferirei farlo con quest'ultimo. Il "relativista" (... animalista, liberista, ambientalista, comunista, decostruttivista...) spesso mi si presenta nelle vesti dell' invasato incazzoso, sembra decisamente risoluto nelle posizioni che prende.
Eppure il cattolico crede ad un Dio con tanto di maiuscola!
Mi chiedo cosa impedirebbe al relativista di fare altrettanto. Nietzsche, il padre di tutti i relativisti, per esempio, credeva al superomismo, qualcosa di molto vicino alla divinità. Dio e Io, sotto certe condizioni, sono parenti stretti. Provate a chiedere a Scalfari che ci ha scritto un librone!
Ma, al di là della retorica, allora, cosa differenzia  il cattolico dal relativista?
I tradizionalisti dicono appunto la tradizione: l' onere della prova spetta a chi vuole cambiare, nulla del genere presso i relativisti.
Vero ma... alt, calma... "onere della prova"?! Ma allora l'ultimo tribunale è la ragione!
aaaa
Ecco allora cosa differenzia il cattolico dal relativista: la fede nella ragione.
Non c'è solo la militanza, c'è anche e soprattutto la riflessione imparziale. E soprattutto: la militanza è innanzitutto discussione e riflessione in compagnia di chi la pensa diversamente.
I cambiamenti di cui sopra sono legittimi purché frutto di una riflessione razionale che l’uomo aggiorna in base a cio’ che vede, ed ogni giorno vede cose nuove.
Discutere sulla verità con pretese oggettive è sempre sensato. Piano allora a condannare le astrazioni perché ragione e astrazione si implicano necessariamente.
Ricordiamocelo allora, detronizzata la ragione ci resta in mano solo un relativismo mascherato sotto formule ambigue .

Riccardo Mariani Perchè mai un relativista dovrebbe dire "secondo me è così ma tu fai come vuoi"? Confondi il relativismo con la tolleranza. Potrebbe dire tranquillamente "per me è così ma tu fai come dico io". Il relativismo nn è mica necessariamente pacifismo o tolleranza! Nietsche ti sembrava un tipo pacifico e tollerante? Se Hitler lo adorava ci sarà un motivo. Leggi allora i pensieri finali del post per capire chi è il relativista.

Riccardo Mariani Ripeto allora alcuni concetti esposti nell'articolo, magari dedicandoci qualche rigo in più. Faccio allora l’esempio degli anni 50/60 quando i relativisti si chiamavano “esistenzialisti”. Indovina chi ha inventato la categoria dell’”impegno”, della “lotta”, della “militanza” dura e pura? Loro; Sartre, che era il boss dell’esistenzialismo francese. Sartre chiedeva agli intellettuali di “immergersi” nella realtà senza perdere tempo in astratte speculazioni "sulla" realtà (la ragione è un inganno): ognuno porta nel suo cuore la sua causa che ritiene degna e si batte per servirla al meglio. L’unica speculazione sensata riguarda al limite la prassi: qual è la via migliore per arrivare alla meta? Non ha alcun senso invece voler giustificare la bontà della meta con una “dottrina”, perché le dottrine sono insensate, solo l’azione è sensata. Sartre era comunista pieno ma non ha mai tentato di giustificare il comunismo con una dottrina, semmai ha pianificato il modo migliore per tentare di affermarlo anche in occidente. Ma ci sono anche dei "liberisti" esistenzialisti, mi viene in mente il nome di William Irwin. Ci sono anche molti religiosi esistenzialisti. CL per esempio ha sempre flirtato con l'esistenzialismo (e quindi con il relativismo). Vedi bene il parallelo con chi è ossessionato dalla "pastorale" e solo da quella. Non basta gridare "basta aborto" per non essere relativisti. Anzi, sono proprio i relativisti che confidano nell'urlo, nel "gridare".

Altro esempio di relativismo etico contemporaneo: il neo-darwiniano duro e puro. Secondo lui siamo dei robottoni programmati per perseguire certi obiettivi. Che senso ha in queste condizioni giustificare quegli obiettivi? Se mi piace il gusto pistacchio e sono programmato per imporlo anche a te che senso voler giustificare questa mia voglia? Io sono così! Chiamalo dio, chiamalo caso, chiamala natura, chiamalo come diavolo vuoi per me è da scemi anche solo il parlarne, e quindi non perdo tempo a farlo: ingoia sto pistacchio e stop. La ragione, per il relativista, è, al limite, solo un’arma retorica (un abracadabra che in sè non esiste) per confondere l’avversario ed ottenere i propri obbiettivi in combutta con altre armi. In sè non ha nessun senso, come non ha senso il concetto di verità