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martedì 20 giugno 2017

Il buco nero dei beni culturali

Beni culturali – di Filippo Cavazzoni - I beni comuni oltre i luoghi comuni (Policy) (Italian Edition) di Eugenio Somaini
1. Cosa sono i beni culturali?
Una casa di cartone può essere ritenuta un “bene culturale”? La domanda può apparire stravagante, ma in realtà le autorità pubbliche francesi hanno dovuto prenderla in seria considerazione. Un clochard, infatti, «che considerava la propria casa di cartone degna del massimo rispetto e interesse dal punto di vista architettonico, un giorno ha presentato una richiesta per far includere la sua abitazione nel Registro dei Monumenti storici».
Note:LA CASA DI CARTONE
Già oggi la nozione di bene culturale è alquanto inclusiva e dai contorni sfumati. Nel nostro paese il legislatore non ne ha dato una definizione chiara
Note:DEFINIZIONE PASTICCIATA
il Codice del 2004 ha disposto una abnorme dilatazione oggettiva della categoria, la quale oggi ricomprende, fra l’altro, matrici fotografiche, piazze, vie, spazi urbani, siti minerari, navi, galleggianti, architetture rurali».{346}
Note:ABNORME DILATAZIONE
Il termine “bene culturale” è entrato nella legislazione italiana in tempi relativamente recenti. È stata la cosiddetta Commissione Franceschini (1964) a introdurre nel dibattito tale termine. Ma già la Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto (L’Aja, 1954) aveva utilizzato questa locuzione. Il suo uso è andato da allora a sostituirne altri (“antichità e belle arti”, “cose d’arte” e “cose di interesse artistico e storico”) fino al suo approdo normativo nel decreto del 1974 che istituì il Ministero per i beni culturali e ambientali.
Note:STORIA DEL TERMINE
Appartengono al patrimonio culturale della Nazione tutti i beni aventi riferimento alla storia della civiltà. Sono assoggettati alla legge i beni di interesse archeologico, storico, artistico, ambientale e paesistico, archivistico e librario, ed ogni altro bene che costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà.{348}
Note:DEFINIZIONE DELLA COMMISSIONE FRANCESCHINI
ne doveva discendere una riforma della normativa, nella quale il criterio estetizzante, fino ad allora prevalentemente in uso per l’individuazione del bene protetto, fosse sostituito da un criterio storicistico.
Note:PIÙ STORIA MENO ESTETICA
sono stati inseriti fra i cosiddetti beni demoetnoantropologici: «legati alle culture locali ed alla vita della gente comune, nei suoi più diversi aspetti, dai dialetti alla gastronomia, dall’artigianato agli stili di vita familiare, dagli oggetti di vita quotidiana alle pratiche simboliche, fino a giungere alle musiche, alle danze, ai giochi, alle mitologie, ai riti, alle abitudini e alle credenze popolari».{349}
Note:LA LISTA SI ALLUNGA
«[…] beni culturali, binomio malefico funzionante come un buco nero, capace di inghiottire tutto, e tutto nullificare in vuote forme verbali […].
Note:IL BUCO NERO SECONDO GIOVANNI URBANI
Per la nostra legislazione le opere di Goldoni sono da incasellare sotto la categoria di “bene immateriale”, in quanto indiscutibile espressione letteraria. I manoscritti dei suoi testi, cioè gli originali su cui Goldoni impresse la sua scrittura, rappresentano un “bene culturale” vero e proprio, così come rappresenta un “bene culturale” la sua casa-museo a Venezia. Mentre una eventuale mostra  delle prime edizioni a stampa delle opere di Goldoni è da classificarsi come “attività culturale”, e la messa in scena in teatro delle singole opere è da considerarsi come “attività di spettacolo”.{352} Ma se Goldoni è un “bene culturale”, o meglio, per essere più precisi, se lo sono la sua casa-museo e i suoi manoscritti originali, questi sono anche un “bene comune”?
Note:BENI CULTURALI = BENI COMUNI? IL CASO GOLDONI
2. Cosa sono i beni comuni?
I beni comuni o commons di cui si è occupata il premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom sarebbero risorse naturali o artificiali sfruttate insieme da più utilizzatori e i cui processi di esclusione dall’uso sono difficili e/o costosi ma non impossibili.
Note:DEFINZIONE DI BENE COMUNE
i beni comuni sarebbero «delle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona»… aggiungeva che «i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate» sono beni comuni.
Note:DEFINIZIONE DELLA COMMISSIONE RODOTÀ
beni culturali sarebbero anche “comuni”, non in quanto dotati di caratteristiche specifiche: oggettive e proprie (in base alla loro escludibilità e/o rivalità), ma perché necessari all’esercizio dei diritti fondamentali e allo sviluppo della persona: beni quindi “funzionali” a raggiungere determinati obiettivi.
Note:I BENI COMUNI COMPRENDONO ANCHE I BENI CULTURALI
«I beni comuni sono resi tali non da presunte caratteristiche ontologiche, oggettive o meccaniche che li caratterizzerebbero, ma da contesti in cui essi divengono rilevanti in quanto tali. Di qui l’estrema ampiezza e flessibilità della nozione…. Per Mattei, quindi, un bene culturale non sarebbe automaticamente anche “comune”, ma lo diverrebbe se intorno ad esso si creassero dei rapporti sociali e delle situazioni non precisamente definite, ma in ogni caso di tipo “partecipativo”, dal momento che «i beni comuni sono la base della democrazia partecipativa autentica»….
Note:UGO MATTEI
la possibilità di avere un elenco dei beni comuni derivanti da caratteristiche fisiche e oggettive diventa pressoché impossibile
Note:ELENCO IMPOSSIBILE
3. Beni culturali e beni comuni: una sovrapposizione davvero impossibile?
se pensiamo ad esempio a un museo risulta però difficile credere che vi sia l’impossibilità a escludere potenziali free riders. Qualche problema in più può presentare un parco archeologico di vaste dimensioni, nel quale i costi di esclusione sono sicuramente più elevati: tuttavia grazie alle tecniche moderne di sorveglianza e di controllo degli accessi i parchi archeologici sono sicuramente nelle condizioni di poter fare pagare un biglietto per accedervi
Note:UN MUSEO ESCLUDE. DIFFICILE CONSIDERARLO BENE COMUNE
L’esclusione è invece impossibile o quasi per le facciate di edifici storici, oppure per i monumenti posti al centro di piazze o luoghi aperti. Ma, in questi casi, non ci troviamo più al cospetto di un consumo “rivale”
Note:FACCIATA DI UN PALAZZO STORICO: NON ESCLUDIBILE MA ANCHE NON RIVALE
La tesi del fallimento del mercato considera le persone come individui isolati, che vivono in un ambiente etereo anziché in uno spazio tridimensionale con un contesto di istituzioni e storia. Una tale astrazione priva di materialità, basata su premesse mai verificatesi in nessuna società reale, produce una teoria che può essere sì validamente dedotta da tali premesse, ma che non è in sintonia con l’esistenza umana nel mondo reale.{358} Ostrom ha proprio dimostrato come la cooperazione fra individui si sia attuata in contesti che avrebbero invece dovuto portare a fallimenti di mercato
Note:GESTIONE PRIVATA DEI BENI PUBBLICI
i beni culturali vengono ritenuti “comuni” proprio perché necessari all’esercizio dei diritti fondamentali delle persone: questo modo di intenderli rimanda alla caratteristica dei beni culturali di veicolare conoscenza… allora non dobbiamo più chiederci se i beni culturali siano anche “comuni”, ma piuttosto se la conoscenza stessa sia un bene comune
Note:VEICOLARE CONOSCENZA
Il “merito” dei beni culturali starebbe «nell’incoraggiare alla cultura e nel diffondere il senso del bello e della qualità estetica».{362} La loro tutela e valorizzazione andrebbe pertanto promossa per le “esternalità” positive che produce: andando ad accrescere il capitale culturale e umano delle persone.
Note:ESTERNALITÀ DEL BENE CULTURALE
«Il bene comune non è dato, si manifesta attraverso l’agire condiviso, è il frutto di relazioni sociali tra pari. […] Il bene comune nasce dal basso e dalla partecipazione attiva e diretta della cittadinanza. Il bene comune si autorganizza».
Note:FONDAZIONE TEATRO VALLE BENE COMUNE
la cooperazione sarebbe un valore in sé, da anteporre o quasi a tutto il resto. Ma tale modello incentrato sulla proprietà collettiva, storicamente, ha avuto più spazio proprio quando le dimensioni dello Stato erano più contenute: più si è allargato il perimetro dell’intervento pubblico, più si sono ridotti gli spazi di autorganizzazione… Anche nel settore dei beni culturali, l’intervento dello Stato, sia al fine di tutelarli sia al fine di gestirli direttamente, ha limitato i diritti di proprietà privata su di essi e ha inoltre allontanato i cittadini dal prendersi cura direttamente del patrimonio culturale:
Note:COOPERATIVE E STATO
4. Quali forme di gestione?
Come scriveva Massimo Severo Giannini, «il bene culturale è pubblico non in quanto bene di appartenenza, ma in quanto bene di fruizione».{371} Se le premesse sono queste, la gestione dovrebbe allora andare a chi meglio può garantirne la fruizione: una gestione economicamente sostenibile capace di soddisfare nel migliore dei modi i consumatori.
Note:FRUIZIONE PUBBLICA.... NON GESTIONE PUBBLICA
si aggiunge la difficoltà nella individuazione della comunità di riferimento a cui idealmente ricondurre il bene (per eventualmente realizzare una gestione “partecipata” dello stesso). Qual è infatti la comunità di riferimento di un museo o di un bene culturale in generale? Come la si identifica? A chi dovrebbe appartenere e da chi dovrebbe essere gestita, ad esempio, la casa-museo di Goldoni… Pensiamo ad esempio alla categoria di Patrimonio mondiale (dell’umanità) sancita dall’Unesco, oppure a una piccola pieve che ha un preciso valore solo per un limitato numero di persone che risiede nelle sue vicinanze….
Note:COMUNITÀ DI RIFERIMENTO
5. Conclusioni
i beni culturali racchiudono al proprio interno una varietà di beni che è praticamente impossibile considerare in maniera unitaria
Note:TROPPA DIVERSITÀ
La stessa Costituzione, già oggi fornisce un quadro all’interno del quale la “riappropriazione” del patrimonio culturale è incentivata. Come stabilisce l’articolo 118, comma 4: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».
BASTA IL CONCETTO DI SUSSIDIARIETÀ GIÀ PRESENTE IN COSTITUZIONE

giovedì 15 giugno 2017

Diritto all'acqua

L’acqua, la vita, il diritto di Serena Sileoni.  - I beni comuni oltre i luoghi comuni (Policy) (Italian Edition) Eugenio Somaini
***
Prendendo per buone le stime dell’ONU, i polsi tremano. Solo il 3% dell’acqua del pianeta è acqua dolce, i 3/4 della quale è ghiaccio. Meno dell’1% è ciò che resta per l’uso domestico.{159} 748 milioni di persone non hanno accesso garantito all’acqua potabile e 2,5 miliardi non usano servizi sanitari.
Note:SCARSITÀ. I NUMERI
Per renderlo effettivo non bastano le dichiarazioni, né quelle universali con la “d” maiuscola, né quelle di principio, che riempiono ormai gli archivi delle organizzazioni internazionali e degli Stati sovrani. Solo tra il 2000 e il 2009, circa 200 Stati al mondo si sono pronunciati in favore del diritto all’acqua.{162} L’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo ha fatto nel luglio del 2010.{163} Non stupirà che la delibera sia stata votata all’unanimità:
Note:IL DIRITTO ALL'ACQUA
dire acqua come diritto non vuol dire scavare pozzi, costruire acquedotti, gestire la fornitura domestica, purificare l’acqua, controllarne la salubrità.
Note:FARE
L’acqua come bene comune: una critica descrittiva
Ma di chi è, l’acqua? Genericamente parlando, negli ordinamenti contemporanei l’acqua non è proprietà privata. In altri termini, non è ammessa l’ipotesi che un soggetto privato ne abbia l’uso integrale e il godimento esclusivo.
Note:MAI PROPRIETÀ PRIVATA
Il fatto che l’acqua non possa essere proprietà di qualcuno non esclude, tuttavia, che possa essere gestita come un bene economicamente rilevante, seppur peculiare. In sostanza, il fatto che
Note:GESTIONE PRIVATA
Anche l’aria “funziona” allo stesso modo. L’aria è di tutti e di nessuno, eppure dall’approvazione del protocollo di Kyoto le emissioni di anidride carbonica possono essere scambiate singolarmente come beni economici.
Note:ARIA
La riconduzione della gestione dell’acqua a una questione (anche) economica ha, come noto, allarmato una vasta rete di intellettuali e movimenti sociali che vi vedono tanto il tradimento del concetto di diritto universale e fondamentale all’acqua… Tale movimento di opinione pubblica, variamente esteso in tutto il mondo, ritiene l’acqua uno dei beni comuni: un elemento naturale ed essenziale alla vita, aperto all’accesso ma scarsoUna gestione decentralizzata e una proprietà democratica che la sottragga alle «burocrazie dominanti», come le chiama Vandana Shiva, sarebbe quindi l’unico modo di rendere l’uso di tale bene efficiente, sostenibile ed equo….
Note:ACQUA BENE COMUNE
I diritti di proprietà non sono praticamente mai assoluti, tanto che gli Stati non riconoscono mai la proprietà privata come un diritto inviolabile. Quale sia dunque il quid pluris della nozione di bene comune che salvaguarderebbe la perpetuità e l’accesso alle risorse della Terra pare, almeno a chi scrive, poco chiaro.
Note:LA PROPRIETÀ PRIVATA NON È MAI CHIUSA
È proprio la gestione, anzi, piuttosto che la titolarità dei diritti di proprietà, a fare la differenza: una gestione che, nel rispetto del diritto di accesso, deve dimostrarsi non escludente, partecipata e sottratta tanto al monopolio capitalistico quanto al monopolio pubblico.
Note:GESTIONE E PROPRIETÀ
Ritenere che, in quanto superiore alle dinamiche economiche, il diritto all’acqua non possa essere garantito da una gestione anche privata della risorsa equivale a ritenere che, per garantire il diritto alla libertà di espressione, non dovrebbero esistere editori e librai.
Note:ANALOGIA CON LA LIBERTÀ D'ESPRESSIONE
Acqua e bene comune: gli effetti giuridici di una categoria giuridicamente inesistente. Il caso italiano
Nell’ordinamento italiano, la proprietà, dice la Costituzione, è pubblica o privata. Essa non è un diritto assoluto, ma un diritto economico, limitato dalla sua funzione sociale.
Note:PROPRIETÀ IN COSTITUZIONE
La legislazione vigente in materia ambientale ribadisce che tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, appartengono al demanio dello Stato (art. 144, c. 1, d.lgs. n. 152/2006).
Note:ACQUA BENE DEMANIALE
Ciò non impedisce, in linea teorica, che la gestione del servizio idrico possa essere affidata a operatori di mercato, fermo restando il controllo pubblico e i limiti di operatività che garantiscano l’accesso all’acqua.
Note:GESTIONE PRIVATA
La proposta di legge prevedeva l’inserimento nel codice civile della categoria dei beni comuni, accanto a quelli pubblici e privati, definendoli come «le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona».
Note:COMMISSIONE RODOTÀ. PRIMO TENTATIVO DI DEFINIRE IL BENE COMUNE. DIGNITÀ E SVILUPPO DELLA PERSONALITÀ
«i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate».
Note:ELENCO
Perché, in altri termini, debbano rientrare tra i beni comuni i beni artistici e culturali e non l’accesso alle cure?
Note:MISTERI
Il referendum italiano sull’acqua: le parole contano
All’origine del referendum del 2011 sta la confusione tra proprietà dell’acqua e gestione dell’acqua, che non è tipica solo del dibattito italiano, se anche nell’ultima enciclica Laudato si’ si legge che «in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa» [30]. In realtà, non è l’acqua che si tende a privatizzare, ma – al più – la sua gestione.
Note:LA CONFUSIONE... ANCHE DEL PAPA
Gli effetti giuridici del referendum sull’acqua
è la distinzione tra beni comuni e beni pubblici che a fatica si può prendere sul serio. Il caso dell’acqua, in Italia, è proprio il caso emblematico.
Note:UNA DISTINZIONE PROBLEMATICA
se idealmente i beni comuni appartengono alla comunità e lo Stato ne è il gestore fiduciario, nella pratica questo non può che implicare un ritorno alla gestione pubblica, quale detentrice, sempre idealmente, dell’interesse comune, essendo impraticabile una gestione autenticamente collettiva, come insegnano Buchanan e Tullock.
Note:QUAL È L' ALTERNATIVA A PRIVATIZZAZIONE E NAZIONALIZZAZIONE?
«politiche pubbliche locali in grado di interpretare, a tutela dei soggetti più deboli e indifesi, la trasformazione dello Stato sociale»
Note:L'ALTERNATIVA DI LUCARELLI: IL LOCALISMO
ha utilizzato lo slogan dell’acqua come bene comune per ottenere non un risultato à la Ostrom, ma, più radicalmente, la ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico.
Note:IL REFERENDUM SULL'ACQUA
la campagna referendaria si è giocata interamente su una duplice, ambigua sovrapposizione di concetti: quella tra comune e pubblico, e quella tra risorsa e gestione della risorsa.
Note:UNA CAMPAGNA TRUFFALDINA
Certo i promotori prospettano «un nuovo modello di pubblico», basato sulla «democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali», ma al di là delle belle parole e delle belle intenzioni l’effetto del referendum sarebbe stato, ed è stato, l’obbligo di ripubblicizzazione della gestione
Note:DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
Il valore dell’acqua come bene comune è servito, di fatto e di diritto, non a spingere per una gestione comune, dacché non esiste, ma a evitare le procedure a evidenza pubblica per la gestione dell’acqua e, nelle intenzioni dei promotori, a consentire il ritorno a una gestione pubblica del servizio idrico (e non solo di quello, ma questo è, lo si è appena detto, un altro inganno del referendum estraneo a questo discorso).
Note:DI FATTO RINAZIONALIZZAZIONE
La nuova organizzazione e configurazione della società pubblica di gestione del servizio idrico di Napoli, voluta all’indomani del referendum dall’allora assessore ai beni comuni (sic) Lucarelli, ne è il prototipo esemplare: la precedente Spa pubblica è stata trasformata in un’azienda pubblica, il cui elemento “partecipativo” si riduce a due componenti scelti tra le associazioni ambientaliste. In compenso l’azienda dovrebbe preoccuparsi di modulare le tariffe su criteri di reddito e di usare gli utili solo per migliorare le infrastrutture, ma dal 2007 al 2014 le tariffe sono cresciute del 20% e la dispersione è aumentata del 11%.
Note:DUE AMBIENTALISTI NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE… E LE TARIFFE AUMENTANO
Acqua e bene comune: gli effetti economici di una questione culturale
Un sondaggio Demos svolto nel luglio 2011, subito dopo il referendum, mostrava che nel linguaggio degli italiani la parola individualismo fosse tra quelle impopolari, mentre bene comune fosse una espressione di successo.{169}
Note:LA PORTATA CULTURALE DEL REFERENDUM
impossibilità fattuale di una gestione autenticamente collettiva di questi beni
Note:IMPOSSIBILITÀ
se privatizzata, la (gestione dell’) acqua renderà i poveri sempre più poveri e assetati.
Note:LA PREOCCUPAZIONE DEI BENICOMUNISTI
l’abrogazione della remunerazione del capitale investito dal gestore fino a un massimo del 7%, cercando in tal modo di azzerare il profitto del gestore.
Note:UNA RICHIESTA DEI BENICOMUNISTI
Lasciando da parte la sciocchezza ideologica del profitto come qualcosa di ripugnante, l’abrogazione non rischia tanto di sacrificare questo, quanto, molto più gravemente per la qualità del servizio idrico, la capacità di investimento dei gestori o, più verosimilmente, la capacità tributaria dei cittadini. Dovendo le spese per investimento essere fatte per mantenere un certo standard di servizio, è evidente che il costo, se non può finire in bolletta, finisce nella fiscalità generale. Una visione certo inconsueta di bene comune.
Note:RISCHIO SOTTESO
ci sono milioni di persone che quel diritto non ce l’hanno. A questo punto, passando alla considerazione statistica, bisogna provare a chiedersi perché. Non ce l’hanno perché i loro sistemi giuridici non riconoscono l’acqua come bene comune?
Note:IL DIRITTO ALL'ACQUA
La gestione di un servizio idrico costa. E molto. Costruire acquedotti, mantenerli dal punto di vista igienico-sanitario e dell’efficienza, garantire la somministrazione dell’acqua h24, monitorarne la qualità e la quantità, individuare nuovi modi per rendere efficiente il servizio e consentire un approvvigionamento dell’acqua di giorno in giorno migliore (si pensi solo alla ricerca sulla desalinizzazione dell’acqua marina) sono operazioni straordinariamente ingenti, e non basta dire “diritto” o “bene comune” perché si trovino i mezzi per affrontarle.
Note:L'ACQUA NON COSTA NULLA MA IL SERVIZIO SÌ...
Dovremmo escludere, per principio, l’opzione di fare debiti pubblici che ricadono sulle generazioni future, dal momento che le teorie dei beni comuni sono teorie basate proprio sulla responsabilità intergenerazionale,
Note:COME REPERIRE LE RISORSE?
Le stesse Nazioni Unite mettono in guarda dalle tariffe basse. Se esse – si legge nel rapporto Water for a Sustainable World del 2015 – sono motivate dalla incapacità delle persone povere di pagare, «possono avere l’effetto di limitare la portata dei servizi e di escludere le categorie a basso reddito dai servizi idrici. Questa contraddizione è in parte dovuta al sotto-costo che impedisce l’estensione della rete e quindi mantiene le iniquità storiche
Note:L'ONU METTE IN GUARDIA DALLE TARIFFE BASSE. HO DETTO TUTTO
Il numero di persone che non hanno servizi sanitari né acqua potabile è impressionante. L’ho detto all’inizio. Quello che non ho ancora detto è che è un numero in riduzione. Negli ultimi due decenni, 2,3 miliardi di persone hanno avuto accesso all’acqua potabile, di cui 1,6 all’acqua corrente. Nello stesso periodo, 1,9 miliardi di persone hanno avuto accesso ai servizi igienici.
Note:I SENZA ACQUA SONO IN FORTE CALO NEL MONDO
Nel dibattito contemporaneo i beni comuni sono strettamente intrecciati alla nostalgia di un ideale mondo premoderno, dove la popolazione aveva accesso comune alle foreste, ai pascoli e alle altre risorse, e il livello di soddisfacimento era talmente basso da non creare un problema di scarsità, al punto da rendere la teoria dei beni comuni «una contro-narrazione della narrazione della modernità».{171}
Note:BENI COMUNI E MONDO PREMODERNO
Vandana Shiva rappresenta bene il collegamento esistente tra benicomunismo, ecologismo e decrescita felice, laddove sostiene che «i presupposti del mercato non vedono i limiti ecologici imposti dal ciclo dell’acqua […]»
Note:DECRESCITA FELICE
L’educazione è importante, certo, ma se la crisi idrica è così drammatica, c’è solo un modo per affrontarla: sfruttare meglio e con miglior efficienza quello che si ha. E quindi progredire e innovare. Il miglioramento degli ultimi decenni sull’accesso all’acqua, sul potenziamento delle reti fognarie e degli acquedotti, la ricerca per il controllo e l’uso efficiente delle risorse idriche, di cui si è detto, sono lì a provarlo.
Note:EFFICIENZA E INNOVAZIONE UNCHE ARMI. GUARDARE INDIETRO NN SERVE
Dal bene comune ai beni comuni: per andare dove?
Nell’opinione pubblica i beni comuni rappresentano un repertorio di immagini e significati di forte impatto emotivo. Nel caso italiano del referendum sull’acqua, tale riscontro emozionale e valoriale ha dissimulato l’unico reale effetto della battaglia per l’acqua bene comune: il tentativo di ripubblicizzazione della gestione dei servizi pubblici locali
BENI COMUNI NELL' IMMAGINARIO

mercoledì 14 giugno 2017

Benicomunismo

I beni comuni oltre i luoghi comuni (Policy) (Italian Edition)
Eugenio Somaini
Il tema dei beni comuni è stato portato al centro del dibattito politico e teorico dalla pubblicazione nel 2008 del rapporto della Commissione per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, nota come Commissione Rodotà... La Commissione portava l’impronta politica di tre figure tra loro profondamente diverse: quella di Prodi, capo del governo che l’aveva istituita, quella di Mastella, ministro della giustizia, cui direttamente faceva capo, e quella di Rodotà, che ne era il presidente.
Note: CHI INAUGURA IL DIBATTITO
il compito assegnato di esaminare in termini sistematici e razionali l’alternativa tra proprietà privata e proprietà pubblica... veniva affrontato e risolto con l’introduzione di una terza e nuova categoria, quella dei beni comuni che superano la logica proprietaria, sia quella privata sia quella pubblica....
Note:TERZA VIA
la piattaforma teorica per la successiva battaglia referendaria sull’acqua e in generale consentiva di fornire una giustificazione teorica di alto tenore a una gamma disparata di rivendicazioni da parte di gruppi desiderosi di ottenere o di conservare privilegi e posizioni di rendita.
Note:BASE TEORICA PER IL REFERENDUM SULL'ACQUA
condizione sufficiente{3} per la qualifica di un bene come comune è l’attitudine a soddisfare bisogni essenziali, definiti in termini assai ampi e indefinitamente estendibili sulla base di generici principi costituzionali come quelli di dignità umana, di sviluppo della personalità, di uguaglianza o di partecipazione democratica.
Note:CONDIZIONE SUFFICIENTE. DIGNITÀ UMANA. SVILUPPO DELLA PERSONALITÀ
beni che per loro natura sono aperti all’uso di una pluralità di soggetti e che sono esposti al rischio di esaurimento o di degrado dovuto a utilizzi o sfruttamenti incontrollati, fenomeno che è noto come tragedy of the commons.
Note:ALTRE CATEGORIA RIENTRANTE TRA I BENI COMUNI
diversi studi, in particolare quelli di Elinor Ostrom, hanno mostrato che le soluzioni classiche della privatizzazione o della nazionalizzazione non sono le sole possibili alla tragedy e che a fianco di esse ve ne sono anche altre che in senso lato possiamo definire comunitarie.
Note:GLI STUDI DELLA OSTROM
i) la qualifica come bisogni essenziali di interessi percepiti da gruppi facilmente organizzabili e mobilitabili; ii) l’effettiva mobilitazione e organizzazione politica degli stessi; iii) il ricorso privilegiato all’azione giudiziaria, in ultima analisi a livello costituzionale, eventualmente passando attraverso il livello della giustizia ordinaria; iv) l’immediata esecutività dei pronunciamenti giudiziari, direttamente nei confronti delle parti interessate, attraverso l’azione amministrativa del governo ed eventualmente anche chiamando il parlamento a tradurre in legislazione positiva la sostanza dei pronunciamenti della magistratura costituzionale.
Note:STRATEGIE BENICOMUNISTE: I GIUDICI PROTAGONISTI
Il contenuto della categoria dei beni comuni, così come viene intesa dagli autori benicomunisti, si presta a determinazioni arbitrarie e ampiamente discrezionali da parte di giudici politicamente motivati.
Note:CATEGORIE VAGHE E MAGISTRATI POLITICIZZATI
È significativo che il carattere in ultima analisi comunista del benicomunismo escluda non solo il ricorso a mezzi coercitivi ma anche qualsiasi forma di collettivizzazione della produzione, circostanze che lo rendono immune dal discredito che ha ormai irrimediabilmente colpito le forme classiche del comunismo...
Note:IMPERATIVO: EVITARE IL DISCREDITO
la nozione che gli autori benicomunisti hanno dei beni comuni non è riconducibile a nessuna delle quattro classi fondamentali e che pertanto la stessa è vuota di contenuto economico
Note:NELLA MATRICE ESCLUSIONE/RIVALITÀ LA CONCEZIONE DI BENE COMUNE NON TROVA POSTO
corrisponde invece semplicemente a una diversa distribuzione di beni che in quanto tali non sono comuni, o comunque qualificabili con un aggettivo che faccia riferimento alla loro libera accessibilità e fruibilità.
Note:SI FINISCE NEL MERO REDISTRIBUZIONISMO
«avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa [l’acqua], trasformata in merce soggetta alla legge del mercato. In realtà l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale perché determina la sopravvivenza personale, e per questo motivo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani».{8} Questo passo potrebbe essere uscito dalla penna di Rodotà ed essere sintetizzato dalla formula “acqua bene comune” (qualifica facilmente estendibile ad altri casi contemplati dall’Enciclica), e si accompagna a un generale atteggiamento critico nei confronti del sistema della proprietà privata e dei mercati
Note:TIPICO PASSO DELLA LAUDATO SÌ
Secondo il pensiero del Papa, e in generale secondo la dottrina cattolica, il carattere comune dei beni (in primo luogo, ma non solo, di quelli essenziali) deriva dal fatto di appartenere a un ordine, quello del creato, che abbraccia tutte le creature e lo stesso mondo inanimato e deve essere rispettato in quanto voluto e amato da Dio... Da ciò deriva che le prassi richieste per rendere operativo il carattere comune dei beni implicano, secondo l’Enciclica, un generale riorientamento morale degli uomini (di tutti, anche se in primo luogo di quelli investiti di responsabilità e di potere) e non passano attraverso la combinazione di azioni rivendicative e di mobilitazioni...
Note:LA DIFFERENZA TRA IL PAPA E I BENICOMUNISTI
Questioni terminologiche
Note:tttttt
l’approccio economico qualifica (mediante aggettivi) i beni sulla base di due caratteristiche fondamentali: a) la loro accessibilità o escludibilità (e cioè la possibilità per chi li controlla di impedire l’accesso a terzi); b) la rivalità o non-rivalità nell’uso, consistente quest’ultima nel fatto che l’uso discrezionale che un soggetto ne fa non ostacola o limita per gli altri la possibilità di fare altrettanto.
Note:ESCLUDIBILITÀ-RIVALITÀ
La commedia dei beni comuni – di Gustavo Cevolani e Roberto Festa
Secondo la visione convenzionale, ampiamente influenzata dall’ormai classico articolo di Garrett Hardin sulla tragedia dei beni comuni,{96} la gestione di un bene comune affidato alla cooperazione spontanea dei membri di una comunità sarebbe inesorabilmente condannata all’inefficienza così da determinare, in molti casi, la distruzione del bene.
Note:TRAGEDIA ANNUNCIATA
Di solito, la teoria economica descrive un mondo presieduto da un governo (non, guarda caso, da diversi governi) e osserva questo mondo attraverso gli occhi del governo. Suppone così che il governo abbia la responsabilità, la volontà e il potere di ristrutturare la società in modo da massimizzare il benessere sociale; come la cavalleria in un buon film western, il governo è pronto a correre in soccorso ogni volta che il mercato “fallisce” e il compito dell’economista è consigliargli quando e come farlo. Viceversa, la teoria prevede che i singoli individui non siano minimamente in grado di risolvere problemi collettivi interagendo fra di loro. Ciò produce una visione distorta di alcune importanti questioni, sia economiche sia politiche.
Note:ROBERT SUDGEN: NIRVANA FALLACY
La proposta di sottrarre la gestione dei beni comuni al controllo degli individui, per affidarla a quello del governo, è stata decisamente avversata da una minoranza di studiosi che, a partire da Ronald Coase,{98} hanno proposto la privatizzazione integrale
Note:RONALD COASE E LA PRIVATIZZAZIONE
Per quanto ancora ampiamente adottata, la dicotomia “beni privati / beni pubblici” ha sollevato molte perplessità. In particolare si è osservato che essa appare del tutto inadeguata per l’analisi della grande varietà di ordinamenti e istituzioni che regolano la gestione dei beni comuni.
UNA DICOTOMIA CHE NON DESCRIVE LA REALTÀ
Il lavoro di Elinor Ostrom è il più rappresentativo di un intero filone di ricerca che, nel corso degli ultimi decenni, ha affiancato all’analisi teorica della gestione dei beni comuni altre forme di indagine, quali la ricerca storica e sul campo, l’uso sistematico di esperimenti economici in laboratorio e la simulazione computerizzata delle cosiddette società artificiali.

Note:ELINOR OSTROM
Tali teorie si fondano, almeno nella loro versione classica, su quello che Herbert Simon ha chiamato “modello olimpico” della razionalità,{100} per cui la società è popolata da individui dotati di capacità cognitive sovraumane e, per di più, totalmente egoisti.
Note:TEORIA DELLA SCELTA RAZIONALE
L’approccio convenzionale alla gestione dei beni comuni - Cosa sono i beni comuni
Le nozioni di rivalità ed escludibilità sono alla base della tradizionale dicotomia “beni privati / beni pubblici”. Infatti i beni privati – come un panino, un vestito, un posto auto in un parcheggio o un’ora di massaggio – sono rivali ed escludibili.
Note:BENI PRIVATI
Esempi tipici di beni pubblici sono i parchi, l’illuminazione stradale, i servizi di polizia locale e quelli di difesa nazionale.
Note:ESEMPIO BENE NÈ RIVALE NÈ ESCLUDIBILE
il fatto che un bene sia o meno escludibile o rivale è una questione di grado più che di genere: per esempio, una strada può essere non-rivale finché è poco trafficata, ma accresce il suo grado di rivalità man mano che il traffico aumenta.
Note:QUESTIONE DI GRADO
beni “a pedaggio “ (toll o club good),{110} cioè dei beni – come un’autostrada, un campo da golf, la televisione a pagamento o un programma per computer – che possono essere facilmente offerti a diversi individui contemporaneamente (sono a bassa rivalità, come i beni pubblici) escludendo allo stesso tempo chi non è disposto a pagare per usufruirne (sono ad alta escludibilità, come i beni privati).
Note:BENI A PEDAGGIO: ESCLUDIBILI E NON RIVALI
Esempi spesso citati di beni comuni sono i pascoli, le zone di pesca, quelle da foraggio o da legname, le acque, i sistemi di irrigazione, le riserve petrolifere e l’accesso alla “rete”.{111}
Note:BENI RIVALE E NON ESCLUDIBILI. I BENI COMUNI
La tragedia dei beni comuni
Consideriamo, infatti, un gruppo di potenziali utenti di un dato bene comune, per esempio un gruppo di pastori che usufruisce, ognuno col proprio gregge, di un pascolo aperto. Il pascolo può sostenere solo un numero limitato di animali: se viene sfruttato in modo eccessivo, tende a deteriorasi
Note:CASO CLASSICO: PASTORI E PASCOLI
Hardin sottolinea con toni enfatici l’ineluttabilità di questo esito disastroso, che secondo la sua analisi è futile cercare di evitare, se si ammettono alcuni presupposti riguardo al comportamento razionale degli individui.
Note:HARDIN E LA SUA TRAGEDIA
La gestione spontanea dei beni comuni
la reazione più comune alla tragedia dei beni comuni è stata quella di invocare l’intervento dello Stato.
Note:STATALIZZAZIONE
La posizione opposta (e minoritaria) propone invece di risolvere la tragedia privatizzando i beni comuni, cioè affidandone la gestione agli scambi fra individui in una cornice di diritti di proprietà
Note:PRIVATIZZAZIONE
Reputazione, fiducia, reciprocità
cooperazione spontanea dei membri di una determinata comunità nella gestione delle risorse.
Note:TERZA SOLUZIONE: SPONTANEISMO
Quando il gruppo di potenziali utenti di una certa risorsa è “amorfo” – nel senso che gli individui sono anonimi, non si conoscono e non possono comunicare fra loro – non c’è modo di sviluppare una reputazione individuale né un minimo di fiducia reciproca, e nemmeno di stabilire regole condivise e di controllarne l’applicazione... Nei casi di questo genere, la tragedia dei beni comuni è sempre in agguato: in laboratorio gli individui ottengono risultati sistematicamente inferiori a quelli ottimali;...
Note:QUANDO LA SOLUZIONE SPONTANEA FALLISCE… STUDI IN LABORATORIO
È però sufficiente che alcune delle suddette condizioni non valgano perché la trappola venga disinnescata. Nelle comunità i cui membri si conoscono, possono comunicare fra loro, accordarsi su piani a medio o lungo termine e stringere patti vincolanti, è probabile che emergano spontaneamente regole di comportamento e sanzioni che accrescono notevolmente la probabilità di evitare la tragedia dei beni comuni. I fattori cruciali per il successo della gestione spontanea di un bene comune sembrano essere quelli che favoriscono l’emergere della reputazione individuale, della fiducia e di comportamenti basati sulla reciprocità.
Note:CONDIZIONI DI SUCCESSO PER LA SOLUZIONE SPONTANEISTA: FIDUCIA E REPUTAZIONE
la ripetizione e la frequenza dei contatti e delle interazioni fra gli individui della comunità; il livello di conoscenza locale relativa alla disponibilità, allo stato di deterioramento, all’utilizzabilità e ad altri aspetti della risorsa; la facilità con cui le informazioni sull’utilizzo della risorsa e sulle conseguenze del comportamento dei singoli circolano all’interno della comunità; la presenza di regole consuetudinarie, usi e costumi di carattere tacito o locale, spesso ignorati, quando non esplicitamente “denigrati”,{117} dalla teoria tradizionale.
Note:ALTRI FATTORI CHE FAVORISCONO LA GESTIONE SPONTANEA
gli esperimenti hanno messo in luce con particolare chiarezza un fenomeno ben noto anche dagli studi sul campo: la possibilità di comunicare, di analizzare assieme la situazione e le strategie più convenienti, o anche solo di “fare due chiacchiere” per capire che genere di persone sono gli altri membri del gruppo, fa aumentare sensibilmente i livelli di cooperazione e migliora i risultati ottenuti da tutti gli individui coinvolti nell’interazione. La comunicazione faccia a faccia tende infatti ad aumentare la fiducia reciproca e la capacità di collaborare, permettendo di regola agli individui di sfuggire alla trappola della razionalità descritta da Hardin.
Note:CHEAP TALK
Le preferenze degli individui non sono solo autointeressate, ma anche “eterointeressate” (o “sociali”); ciò significa che esse non sono determinate solo dal tornaconto personale ma anche da quello degli altri individui, dal loro tipo umano e, più in generale, dal contesto sociale dell’interazione.
Note:PREFERENZE ETEROINTERESSATE
COMMENTO PERSONALE
La soluzione Ostrom è seducente ma per avere successo richiede una relazione quasi-personale tra i protagonisti, il che è possibile in piccole comunità quali quelle dei villaggi svizzeri di montagna. Ma nelle grandi società anonime della contemporaneità? Difficile rinunciare agli enormi benefici che garantiscono queste ultime.  Ad ogni modo, utile la sintesi della teoria dei beni pubblici: il bene non/escludibile e senza rivalità è bene pubblico puro (esempio difesa). La produzione di un bene non-rivale si espone a rischi di monopolio: lo stato è tenuto a regolare l’infrastruttura (esempio strade). Un bene non escludibile si espone a rischio “tragedia”, lo stato è chiamato a regolare le modalità di utilizzo (esempio pascolo).