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giovedì 1 aprile 2010

Concerto

E' il titolo del film che ho visto ieri sera al cineforum di Rho. Tra le altre cose, il film è un commosso omaggio all' anima slava.

E l' anima slava si salva solo facendo l' apologia del disordine.

Qualcuno entra in un campo Rom e ci vede caos, trascuratezza, approssimazione, degrado, precarietà, insidie, disorganizzazione... per altri traspare in controluce un disordine creativo, una rilassata levità mozartiana quintessenza della vitalità.

Radu Mihaileanu in fondo è un cantore del caos, i suoi eroi improvvisano inverosimili soluzioni all' ultimo momento disponibile. L' "ultimo momento", una landa dove solo il genio delle soluzioni precarie ha cittadinanza.

Alla fanfara roboante di Kusturicza, un regista dalla tempra affine, il rumeno sostituisce sonorità più morbide ma altrettanto mosse.



Per cantare il disordine bisogna sentirlo intimamente come una polifonia, e allora ecco che viene buona la lezione del sommo Fellini: nella pista del suo circo s' intrecciavano quattro dialoghi nella medesima sequenza; alla fine non si capiva granchè, ma cosa conta? Anche in una musica strumentale non capiremo mai le "parole" esatte, eppure cio' non scalfisce in alcun modo una bellezza fatta anche da questa ambiguità.

La polifonia cinematografica di Radu non necessita di trame molteplici che si incrociano, quella è roba per occidentali come Altman o Inarritu. La musica di Radu è di corto respiro, conta saper valorizzare la ricchezza contenuta nei brusii. Gould chiudeva gli occhi e riusciva a riascoltare l' amato Bach concentrandosi sul chiacchericcio del bar in cui sorbiva il caffè mattutino.



Ma il ghirigoro di Radu non è neanche "ricamo sul nulla", siamo pur sempre slavi, mica francesi. Il "morboso" allora deve essere il sale da cospargere un po' ovunque nel minestrone che bolle in pentola.

Se esiste un ordine solo, esistono mille disordini: il Maestro ci insegna a scegliere quello giusto. Come riconoscerlo?

Forse il caos benefico è fatto da persone sparse in cui ognuno persegue il suo obiettivo nel disinteresse di quello altrui, salvo il rispetto dovuto alla persona che s' incrocia continuamente andando su e giù per le scale di questo pazzo mondo. Chissà mai che proprio il nostro vicino, cos' alacre nel curare i propri affari, saprà più o meno volontariamente spianarci la strada per realizzare meglio i nostri.

Nel film il gran formicaio occidentale scoperchia cio' che nell' imbalsamata Russia già formicolava in modo latente nelle abusive catacombe.

Ma perchè la trama inverosimile vada in porto, perchè il genio risolva all' ultimo istante, perchè gli egoismi dei dispersi diano luogo ad una coesa cooperazione, perchè la farsa si sposi bene al patetismo, perchè dal caos emerga un ordine occorre un evento sublime che chiami a raccolta i cuori, e questo evento qui è la musica, una musica sentita, capita e vissuta tutta la vita in tutte le vite.

Lo spettatore lo sa ed è disposto a perdonare tutto mentre segue la bislacca storia ma non potrebbe mai perdonare, nel corso del ciajkowskiano finale, un' eventuale incuria nella ditteggiatura del violino solista. Anche Radu lo sa e spedisce la bionda attrice protagonista a frequentare corsi di violino per interi mesi. Anche il ferro battuto dai vecchi zingari brennesi doveva avere curvature a prova di goniometro e il salto mortale del clown di provincia deve valere quello della finale olimpica.