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martedì 29 ottobre 2019

PERCHE’ IL DISCORSO POLITICO SUI SOCIAL E’ UNA RISSA CONTINUA?

PERCHE’ IL DISCORSO POLITICO SUI SOCIAL E’ UNA RISSA CONTINUA?
Nella vulgata comune perché ci sono “gli odiatori”.
Preferisco la tesi alternativa: perché ci sono i “disprezzatori”.
Il “disprezzatore” ha pulsioni moraliste, è perennemente indignato e tende a liquidare chi non la pensa come lui quasi fosse una specie di criminale. Gli piace essere il "migliore" e costringere l’altro non a riflettere ma a vergognarsi.
Trump, Salvini e Renzi mi sembrano essere al momento i politici più “disprezzati” sulla nostra scena. Non saranno delle cime ma meritano più rispetto (rispetto? il “disprezzatore” trova persino ridicolo rispettare, che ne so, un Salvini). Naturalmente i protagonisti non soffrono di questo trattamento, anzi, ne traggono profitto. A soffrire potrebbero sono alcuni dei loro simpatizzanti, che spesso, specie in certi contesti, si vedono costretti all’ auto-censura o alla falsificazione delle preferenze.
Naturalmente, è bello avere una causa sociale in cui credere, ma il “moralista indignato” usa la sua come un bastone da dare in testa all’ avversario o come uno specchio in cui farsi bello e sentirsi superiore. La sua sferza lo rende popolare nel suo gruppo. E’ chiaro che parliamo di un antagonista di natura, di un narcisista di professione intento a pompare la sua reputazione. Quando c’è lui di mezzo si finisce sempre a male parole, è lui la miccia del conflitto, è lui l’innesco dell’odio, è lui che rende tossica ogni discussione.
Questo tizio alberga in ognuno di noi. Sia chiaro.

Informazioni su questo sito web
BLOGS.SCIENTIFICAMERICAN.COM
New research suggests that moral grandstanding may be a major source of conflict in the world today.

martedì 8 marzo 2011

La lunga giornata del sincero militante

D all' agenda di un affaccendato militante sinceramente democratico. «Scendere in piazza, organizzare corteo e comizio e allestire palco per attori e cantanti a piazza del Popolo in difesa della Costituzione ultimamente sotto attacco. Predisporre coccarde e bandiere tricolori per l' anniversario dell' Unità d' Italia ultimamente sotto attacco: ripassare parole dell' inno di Mameli utilizzando la magistrale lezione a Sanremo (ultimamente sotto attacco per via della vittoria del sinceramente democratico Vecchioni) tenuta da Roberto Benigni. Scendere in piazza e organizzare manifestazioni con slogan creativi e salite sui tetti per protestare contro la riforma Gelmini dell' Università che ha messo sotto attacco i diritti fondamentali degli studenti. Organizzare corteo e catena umana e allestire palco (con turnover) di attori e cantanti a piazza del Popolo per la difesa della legalità ultimamente sotto attacco. In generale fare attenzione ai contenuti delle manifestazioni per non confondersi e portare la bandiera viola dove ci vuole il tricolore, o quella arcobaleno. Tenere quella rossa solo per la manifestazione, con palco allestito per attori e cantanti a piazza del Popolo, a favore della Fiom ultimamente messa sotto attacco. Scendere in piazza, organizzare manifestazione e allestire palco per attrici e cantanti a piazza del Popolo, in difesa della dignità della donna ultimamente sotto attacco. Scendere in piazza, predisporre slogan, cartelli e striscioni per la manifestazione a difesa della libertà di stampa ultimamente sotto attacco. Fare attenzione alle firme di attori, cantanti, intellettuali e artisti in genere per non dare l' impressione di una certa ripetitività. Poi organizzare manifestazione per sostegno allo sciopero generale a difesa dei diritti fondamentali ultimamente sotto attacco. Scendere in piazza e trovare nuovi slogan creativi per la manifestazione, che si concluderà a piazza del Popolo con un palco pieno di attori e cantanti, a difesa della scuola pubblica ultimamente sotto convergente attacco». «Scendere in piazza e organizzare manifestazione di protesta delle celebrazioni ufficiali del 25 aprile, il cui significato è stato ultimamente messo sotto attacco. Trovare attore o cantante che possa dare un contenuto di denuncia al palco del Primo maggio ultimamente messo sotto attacco. Scendere in piazza, riempire cartelli e striscioni, e allestire palco (con turnover) per attori e cantanti, per la manifestazione a difesa della cultura e dello spettacolo ultimamente messi sotto attacco. Rimandare la discesa in piazza per la domenica di maggio in cui ci saranno le elezioni: una noia mortale e del tutto inutile visto che le perderemo ancora una volta per colpa del modello culturale imposto da Drive in. Scendere in piazza contro Drive in»

Pierluigi Battista

Me lo sono sempre chiesto: ma perchè tanto impegno? E' sorprendente.

All' ora di cena molta gente tira su il telefono e chiama trasmissioni radio che parlano di politica: Cruciani, Forbice e Radio Popolare sono i più solerti ad intercettare questo bisogno.

E senza andare tanto lontano, ma perchè sentiamo l' esigenza di dire la nostra su un blog semi-deserto?

Forse perchè professare un' Ideologia ci fa star bene, come professare una Religione. Si tratta di centri-benessere, anche quando la nostra travagliata secrezione è un' indifferente goccia nel mare, anche quando il paradiso è solo una labile entità chimerica.

Vedo un' analisi dell' ideologia imparentata con l' analisi sociologica degli hobby. Professare un' ideologia assomiglia tremendamente ad una gita fuori porta, una scampagnata, un giorno libero. L' ideologia è "tempo libero".

Libero ma mai vuoto: l' importante è stiparlo con cose che possiamo fare trascurando la razionalità.

Disseminare una burocrazia pervasiva ma leggera è vitale, dà sempre un tocco di serietà alle cose, la sensazione di non essere a zonzo. Il sudore incrementa l' autostima, si sa, quand' anche fosse quello di chi scava buchi per poi riempirli.

L' ideologia ha l' enorme pregio di non coniugarsi con le "scommesse": non si vince e non si perde, non c' è competizione, niente resa dei conti, niente responsabilità... finalmente liberi. Liberi di urlare, di cantare, di sottilizzare in un ruminante soliloquio da estendere giusto alla sempre solidale "parrocchietta".

E se poi, a distanza di anni, i nodi venissero al pettine e gli errori diventassero ineludibili, è persino piacevole atteggiarsi a "sconfitti" che si limitavano a sognare un mondo migliore stando romanticamente "dalla parte del torto".

lunedì 24 gennaio 2011

GPPM e cultura del piagnisteo

Le democrazie si proponevano di facilitare la "ricerca della felicità" condotta autonomamente da ciascun cittadino... I Padri sapevano bene quanto i nostri obiettivi fossero divergenti e conflittuali, cosicchè era loro intenzione predisporre un ambiente e delle regole del gioco che li rendesse in qualche modo compatibili nella diversità. Ma oggi questa via è stata abbandonata e la crisi dell' Occidente si manifesta con la tendenza delle nostre democrazie a trasformarsi in un "Grande progetto Politico Morale"... I movimenti pro-welfare e anti-discriminazione, che più di altri incarnano questa deriva, si sono impossessati della democrazia mutandola geneticamente e convertendo lo Stato moderno in una Grande Associazione Benefica avente un fine comune: la guerra alla povertà, all' ignoranza, alle diseguaglianze. Tutto cio' potrebbe essere visto come una nuova religione particolarmente attrattiva per l' intellettuale già in possesso di una mentalità pretesca. Il concetto di "crociata" non è poi così estraneo come vorrebbero i laici coinvolti nel grande progetto di moralizzazione delle masse... Si auspica una futura Armonia e ogni forma di competizione è vista con sospetto poichè rischia di minare l' autostima degradando moralmente i soggetti coinvolti. In passato eravamo chiamati al Rispetto dell' altro e non alla sua Ammirazione, ma ora le cose sembrano cambiare, il rispetto deve mutare in benevolenza... Il GPPM sfrutta poi la tendenza già diffusa a delegare, tipica di un mondo colplesso. In quasi ogni campo noi deleghiamo allo "specialista", ora questo nuovo radicalismo democratico ci chiede di delegare anche la nostra "vita morale" facendo in modo che lo Stato si trasformi in Stato Etico e che i "diritti" diventino "doveri morali" anzichè regole di un gioco dove c' è chi vince e chi perde, anche la "giustizia" perde di senso se non è presentata nelle vesti di "giustizia sociale"... Il GPPM parla di "liberazione" ma intende "liberazione dalle scelte etiche"... le menti più servili sono pronte a rispondere al richiamo deresponsabilizzante e il servilismo seduce molti indebolendo l' individualismo, ovvero il tratto distintivo della civiltà occidentale... emerge la categoria astratta di "soggetto debole"... Il nuovo moralismo politicizzato ci invita costantemente a soccorrere il più "debole", cosicchè l' unica forma di attività politica coltivata nei gruppi sociali consiste nel lamentare la propria debolezza, ma così facendo cala una oppromente "cultura del piagnisteo" proprio laddove la cultura dell' autonomia e dell' autogoverno aveva reso più dinamiche le nostre società...

Kenneth Minogue - The servile mind

Insomma, abbiamo cominciato con il delegare all' idraulico la cura delle tubazioni di casa, abbiamo continuato delegando all' avvocato la difesa in tribunale. Tutto giusto, tutto bene. Senonchè, da qualche decennio, il leviatano democratico - a colpi di welfare ipertrofici ed invasive politiche anti-discriminatorie - pensa sia giunto il momento di delegare al Grillo Parlante Unico la nostra vita morale.

Non ci resta che piangere.

E nella "cultura del piagnisteo" non si puo' nemmeno dire che sia poca cosa.

martedì 11 gennaio 2011

Pleonasmi sospetti

Ripropongo un paradigmatico passaggio attribuibile ad un paradigmatico intellettuale di sinistra che riflette in modo paradigmatico sulla globalizzazione (il fantasma di Marchionne aleggia). In questa sede, si sarà capito, mi interessa solo cio' che l' uscita ha di paradigmatico.

"... dobbiamo forse rassegnarci alla supremazia della logica economica... o vi sono altre strade da percorrere, magari quella dei diritti?...".

Domanda impertinente: perchè in questi casi quella voglia irrefrenabile di aggettivare la logica definendola "logica economica"?

In sè non c' è nulla di sbagliato ma io sospetto che il pleonasma non sia innocente.

Sembra quasi si voglia far balenare l' illusione che esistano "logiche" alternative, magari, che ne so, si finge l' allusione ad una fantomatica "logica dei diritti". E' anche comprensibile questo istinto: allearsi con la "logica" fa sentire più forti e infonde coraggio nelle battaglie. una volta andava di moda il "Dio è con noi", oggi ci suona meglio il motto "la Logica è con noi".

La "logica economica" in realtà non è altro che la logica avalutativa quando consideriamo l' azione umana. Punto.

Questi pleonasmi ricorrono di frequente. Recentemente, per fare un caso limite, in uno scambio di opinioni, il mio interlocutore di punto in bianco mi chiedeva: "ma tu per razionalità cosa intendi? Forse la razionalità economica?

C' è solo un' alternativa alla logica: l' etica, ed è proprio la via che vuole imboccare alla chetichella l' intellettuale paradigmatico.

Chi si oppone pubblicamente alla "supremazia della logica" puo' infatti farlo solo imbarcandosi in una crociata moralistica.

E dico non a caso "crociata moralistica", non morale.

La morale riguarda infatti gli individui ma, come da paradigma, l' intellettuale paradigmatico è interessato solo all' azione statale: informare quella azione a precetti morali significa avere come obiettivo l' imposizione generalizzata della propria visione morale. Tutto cio', se permettate, io lo chiamo "moralismo".

Qualcuno obietterà: "ma l' intellettuale paradigmatico parla di "diritti", parla di "globalizzazione dei diritti" non di etica". Il suo è un discorso meramente giuridico.

E qui veniamo alla seconda trappola linguistica.

In realtà il nostro eroe puo' occultare la crociata moralista che conduce sfruttando la pervicace azione revisionista che nel corso dell' ultimo secolo ha trasmutato radicalmente il concetto di "diritto". Chi puo' esplicitare la cosa meglio di un intellettuale non paradigmatico come Kenneth Minogue?:

"... se consideriamo la concezione primigenia di "diritto", mi riferisco a quella lockiana, ci accorgiamo che essa non era affatto elaborata con l' intento di attribuire benefici ad un determinato gruppo di persone. I diritti non erano altro che "regole del gioco" intese a governare il "gioco sociale". Cio' esprimeva una concezione ludica del mondo. La formulazione dei diritti era quindi astratta e prescindeva dalla tutela di interessi immediati. Nei secoli seguenti una rivoluzione linguistica fu approntata per stravolgere la semplicità del genuino approccio liberale: la mentalità egalitaria dei democratici intese il diritto come "beneficio" piuttosto che come "regola del gioco". Il diritto diveniva così un "beneficio" atto a rispondere a "bisogni" contingenti tramite la concessione di "privilegi" particolari. Ogni gioco ha infatti vincenti e perdenti, la sorte successiva di costoro dipendeva prima dall' etica personale degli individui coinvolti, non tanto dalle regole del gioco che si limitavano alla parte "giocosa" dell' esistenza. Ma se il diritto è ora inteso come strumentale al trasferimento di potere dai vincenti ai perdenti, allora eccolo invadere il campo etico... il diritto cessa di rivolgersi all' intera società per diventare qualcosa che riguarda seriamente solo i "deboli" visto che i "forti" possono affrontare i loro "bisogni" tramite il potere di cui godono: alla concezione ludica della vita si sostituisce una concezione moralistica e al giurista si sostituisce una sorta di intellettuale-prete... finchè l' egalitarismo raggiunto non sarà perfetto, ci saranno sempre "deboli" e "forti" e ci saranno sempre "diritti" da inventare per colmare questa distanza... la proliferazione dei diritti richiede un' autorità governativa con poteri sempre più estesi e sempre più alle prese con questioni morali... l' intellettuale-prete investe lo stato di soggettività morale esautorando in questo campo le persone...la "vita morale" degli individui si deteriora... i "diritti" inventati a raffica sono molto costosi e vanno finanziati dagli individui che vengono messi di fronte a "doveri" che non incutono più alcun "senso del dovere" (chi prova un autentico senso del dovere quando è chiamato a far fronte a certe aliquote impositive?)... tutto cio' finisce per degradare la moralità dei singoli... la crescente moralizzazione dei governi, per contro, fa nascere un nuovo e minaccioso stato etico alacremente impegnato nell' infinita crociata contro "diseguaglianza" e "discriminazione"..."

Se la concezione del "diritto" subisce la perversione sopra descritta, allora finisce per camuffare sostanzialmente un precetto etico. Come si vede i conti ora tornano: la paradigmatica istanza che sto considerando nasconde una crociata moralista, altro che "ragionamento giuridico"!

Veniamo ora all' ultimo passaggio della mia riflessione: perchè mai l' essere a capo di una crociata moralista dovrebbe essere imbarazzante, al punto di utilizzare questo armamentario di trucchi linguistici per far credere di essere impegnati in realtà in discorsi logici e/o giuridici?

Ma perchè l' intellettuale paradigmatico ha appena smesso ieri di stigmatizzare proprio la pratica di condurre crociate moraliste, ha appena finito di chiarire che lui è invece un laico aconfessionale. Magari nel fare questa solenne professione aveva nel mirino la Chiesa Cattolica (che non si vergogna certo della missione moralizzatrice a cui si sente chiamata) e le sue continue "interferenze" in ambito bioetico.

Per occultare il repentino voltafaccia senza far esplodere platealmente le contraddizioni tra l' articolo di ieri e l' articolo di oggi, l' ambiguità di espressioni come "logica economica" e "diritto" è quanto mai preziosa e va sfruttata senza remore.

p.s. ah, l' intellettuale è il sempre paradigmatissimo Stefano Rodotà e l' articolo pubblicato da Repubblica è stato posto alla mia attenzione dalla sempre stimolante Loredana Lipperini.