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lunedì 20 luglio 2020

ULTIMISSIMO AGGIORNAMENTO INTERNALISMO ESTERNALISMO. RETTIFICA DEI PRECEDENTI DEFINITIVO

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TUTTO IL SAPERE E' SOGGETTIVO Se ritieni che un'affermazione sia vera, ti accorgerai presto che la giustificazione della tua credenza è reperibile sempre e solo nel tuo cuore. Non tutti i filosofi sono d'accordo, per alcuni di loro la giustificazione sta da qualche parte fuori dal nostro cuore (e di noi in generale). Si fanno chiamare "esternalisti". Qui bisogna evitare un equivoco diffuso tra noi profani, molti pensano di reperire la giusficazione all'esterno per il semplice fatto di affidarsi, per esempio, al "metodo scientifico", o al "metodo della chiaroveggenza". Occorre però chiedersi come mai ci si affida al "metodo X", e non si potrà che rispondere "perché mi ha convinto", dopodiché sarà chiaro che questa convinzione riguarda il mio cuore, ovvero l'interiorità del soggetto. La posizione "esternalista" è incongrua poiché conduce ad una descrizione delirante degli stati mentali del soggetto. E' compatibile infatti con conclusioni di questo tenore: "l'affermazione A mi sembra più vera dell'affermazione B ma credo a B e non ad A". Solo un pèazzo potrebbe avere un simile stato mentale. L'internalista, al contrario, giudica vero cio' che gli sembra vero. E se sopraggiungono delle prove che gli fanno cambiare idea, cambierà anche il suo stato mentale di conseguenza. Da Jacques Monod in poi la scienza ha un sacro terrore del soggetto, cosicché, i filosofi che intendono apparire come suoi paladini s'ingegnano in modo cervellotico per sostenere ancora l'idea esternalista in una battaglia impossibile se non dando un addio ideologico al senso comune (e anche ai profani che vogliono farsi una semplice idea nel merito di queste questioni). P.S. Il gergo filosofico (internalismo, soggettivismo...) è fastidioso, e qui lo evito, ma ha una sua giustificazione. Ammettiamo che un "soggettivista" nel senso descritto creda anche che le sue facoltà di apprendimento siano affidabili. In un caso del genere nulla lo distingue da un oggettivista nel senso comune del termine. Per non ingenerare equivoci i filosofi moderni - rigorosi ma barbosi - usano il termine "internalismo" anziché "soggettivismo".

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C'è un soggettivismo che si contrappone all'oggettivismo e al realismo e che, volente o nolente, flirta con il relativismo e lo scetticismo. Molti, non a torto, lo ritengono pericoloso, di solito però viene confuso con il cosiddetto internalismo e si finsce per buttare il bambino con l'acqua sporca. Facciamo un po' di chiarezza.

1) Facciamo un ripassino. Le posizioni internaliste riguardano in generale l'epistemologia e quindi, indirettamente l'etica e l'estetica. In esse si assume che la conoscenza è basata sull'introspezione: io so di sapere (coscienza di sapere qualcosa). E' questo il fondamento di tutto. La conclusione di un sillogismo è vera per inferenza dalle premesse ma le premesse iniziali sono vere perché la mia coscienza interiore lo intuisce e me lo rivela. Io ho accesso a queste informazioni. L'apparenza ESTERIORE dell'alluzinazione è la medesima della realtà, ma attraverso l'introspezione INTERIORE io posso distinguere tra l'una e l'altra. Il soggetto, alla fine è al centro di tutto, ma come si puo' ben vedere, cio' non degenera nello scetticismo, anzi, si tratta di una mossa per combattere le scetticismo: la coscienza è fondamento. L'esternalismo nega tutto questo e condiziona la conoscenza ad elementi esteriori, per esempio il fatto di aver seguito una procedura corretta. Per l'esternalismo la conoscenza è sempre inferenziale, per l'internalismo invece deriva da un accesso diretto alla coscienza, almeno in ultima analisi.

2) Se vogliamo respingere lo scetticismo non dobbiamo confondere soggettivismo e internalismo. Esempio: le cascate del Niagara sono uno spettacolo maestoso, potremmo perfino definirle "belle" ma, domanda, questa bellezza permane nel momento in cui non viene in contatto con l'occhio umano? Sembrerebbe di poter rispondere di no. Che senso ha una bellezza a prescindere dal soggetto che l'ammira? Non riesco nemmeno ad immaginarmela. Ma si puo' andare anche oltre con gli esempi, pensate a un suono, che senso ha questo concetto senza un orecchio umano che ascolta? Il suono senza orecchio sembrerebbe inconcepibile, tanto è vero che la scienza ci dice che esistono soltanto le frequenze d'onda, i suoni non sa nemmeno cosa siano, in fondo sono solo una nostra esperienza interiore, ma se noi non ci siamo. Facendo questi esempi voglio solo dire che la presenza del soggetto è indispensabile affinché certi fenomeni si concretizzino. La battaglia al soggettivismo potrebbe buttare via il bambino con l'acqua sporca, ovvero l'internalismo (fondamento soggettivo) con il

3) Affinché l'internalismo non vanifichi la sua battaglia contro lo scetticismo occorre però che si avvalga del concetto di "coscienza retta", ovvero di natura umana. L'errore introspettivo sistematico comporta quindi una nattura difettosa (perversa). Il bello, il buono e il vero esistono in potenza e la nostra mente puo' riconoscerli tramite l'intuizione introspettiva. Esempio: il soggetto trasforma una certa lunghezza d'onda in rosso, ma un soggetto daltonico la trasforma in verde. Qual è qui il soggetto "ben funzionante"? Qual è il soggetto che deve correggersi? Si tratta allora di recuperare Aristotele? Sì, ma la distinzione tra atto e potenza non è altro che il modernissimo "nulla si crea, nulla si distrugge". Ora, si tratta di capire come tarare il linguaggio: una presenza in potenza è un "esserci" a tutti gli effetti? Potremmo rispondere di no per evitare le derive mistiche di certo platonismo, ma rispondendo di no il ruolo del soggetto ritornerebbe centrale. Ecco, questo soggettivismo è quello che definirei "sano".

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L'internalismo della conoscenza, a sua volta, non va confuso con l'internalismo della mente. Quest'ultimo è una posizione tipica sull'origine dell'intenzione e delle credenze. Se io sto davanti a un albero il fatto di sapere che sto davanti a un albero origina da un fatto esterno a me, ovvero la presenza di un albero di fronte a me. Ma se io desidero qualcosa, dove origina questo desiderio? L'internalista lo considera autentico, ovvero originato nel soggetto. L'esternalista invece dà più importanza alla componente esterna, proprio come nel caso della conoscenza fattuale che abbiamo visto nel caso dell'albero. Chiaramente c'è sia una componente interiore che una componente esteriore, ma qui si tratta di prendere partito per una delle due. In questo caso la posizione internalista è particolarmente adatta a combinarsi con l'individualismo. Detto questo ciascuno vede come una posizione internalista non rischia certo di scadere nel relativismo, anzi, è la posizione esternalista che rischia di sacrificare il libero arbitrio dell'individuo.

martedì 30 giugno 2020

ULTIMO AGGIORNAMENTO INTERNALISMO ESTERNALISMO. RETTIFICA DEI PRECEDENTI

SOGGETTIVISMO E SOGGETTIVISMO.

C'è un soggettivismo che si contrappone all'oggettivismo e al realismo e che, volente o nolente, flirta con il relativismo e lo scetticismo. Molti, non a torto, lo ritengono pericoloso, di solito si presenta nelle forme del cosiddetto internalismo.

1) Facciamo un ripassino. Le posizioni internaliste possono essere estetiche, etiche o epistemologico. In esse si assume che la rappresentazione mentale che ci facciamo delle cose è tutto ciò che possediamo per giudicarle. Purtroppo, la rappresentazione mentale di un'allucinazione è identica alla rappresentazione mentale dell'originale, e questo, lo si capisce al volo, è un varco che alletta lo scettico. Per distinguere le due cose e scansare lo scetticismo occorre allora un'intuizione del soggetto che faccia leva all'esterno (esternalismo), alla realtà. La realtà, in altri termini, possiede un marchio qualitativo (indescrivibile) in grado di distinguerla dalla sua allucnazione, e noi possiamo coglierlo con un'intuizione che trascende la rappresentazione mentale a nostra disposizione. Un'etica, un'estetica e un'epistemologia non scettiche dovrebbero essere "esternaliste".

2) Quindi condanniamo senza appello ogni forma di soggettivismo? Calma, vediamo un altro aspetto di questa vicenda, cerco di renderlo con un esempio. Le cascate del Niagara sono uno spettacolo maestoso, potremmo perfino definirle "belle" ma, domanda, questa bellezza permane nel momento in cui non viene in contatto con l'occhio umano? Sembrerebbe di poter rispondere di no. Che senso ha una bellezza a prescindere dal soggetto? Non riesco nemmeno ad immaginarmela. Ma si puo' andare anche oltre con gli esempi, pensate a un suono, che senso ha questo concetto senza un orecchio umano che ascolta? Il suono senza orecchio sembrerebbe inconcepibile, tanto è vero che la scienza ci dice che esistono soltanto le frequenze d'onda, i suoni non sa nemmeno cosa siano, in fondo sono solo una nostra esperienza interiore, ma se noi non ci siamo...

3) In uno ho spiegato perché noi dobbiamo temere il soggettivismo, in due perché è difficile farne a meno. Uno e due non sembrano compatibili: se esiste una qualità esterna che rende bello un oggetto (o autentico), questa qualità esiste a prescindere da chi la coglie. Esiste un modo per sintetizzare tutto in modo accettabile?

4) Ipotesi: il bello, il buono, il vero esistono in potenza a prescindere dal soggetto ma esistono in atto grazie alla presenza di un soggetto. Il soggetto è una sorta di filtro che - se "funziona" correttamente" - trasforma la potenza in atto. Questo "funziona" indica l'esistenza di una natura soggettiva pertinente. Esempio: il soggetto trasforma una certa lunghezza d'onda in rosso, ma un soggetto daltonico la trasforma in verde. Qual è qui il soggetto "ben funzionante"? Qual è il soggetto che deve correggersi? Si tratta allora di recuperare Aristotele? Sì, ma la distinzione tra atto e potenza non è altro che il modernissimo "nulla si crea, nulla si distrugge". Ora, si tratta di capire come tarare il linguaggio: una presenza in potenza è un "esserci" a tutti gli effetti? Potremmo rispondere di no per evitare le derive mistiche di certo platonismo, ma rispondendo di no il ruolo del soggetto ritornerebbe centrale. Ecco, questo soggettivismo è quello che definirei "sano".

mercoledì 12 settembre 2018

Il discernimento SAGGIO

Il discernimento

Poniamo di ricevere l’ordine supremo di “non aprire quella porta” ben sapendo che la disubbidienza comporterà condanna e punizione. Il comando ha valore assoluto.
Ecco il caso di 6 presunti disubbidienti:
1. Giovanni apre la porta per curiosità.
2. Giuseppe perché crede che al di là della porta ci sia una persona in pericolo.
3. Giulio perché è pazzo.
4. Gino perché non ha mai ricevuto l’ordine.
5. Gabriele perché è stato soggetto a pressioni.
6. Gerardo perché ha ricevuto l’ordine in modo distorto.
Come risolvere i loro casi?
Secondo buon senso: Giovanni è da condannare, Giuseppe da condannare meno gravemente, Giulio e Gino da non condannare.
E Gabriele? E Gerardo?
Pensiamo alla differenza tra condannati e assolti: i primi hanno, per varie ragioni, disubbidito. I secondi no.
Ma Gabriele e Gerardo?
Giulio non è libero mentre Gino non è vincolato da alcun comando. Per questo vengono perdonati.
Ma Gabriele e Gerardo?
Qualcuno sostiene che nel caso di Gabriele e di Gerardo bisogna “discernere”. Altri sostengono che “discernere” toglie al comando impartito il suo carattere assoluto.
In effetti, se noi assolvessimo dei disubbidienti il comando non avrebbe più carattere assoluto. C’è solo un modo per evitare questa conclusione: ricondurre i casi di Gabriele e Gerardo a quelli di Gino e Giulio.
Gabriele, nonostante i suoi condizionamenti, conserva almeno in parte la sua libertà? In caso di risposta affermativa il suo caso sarebbe affine a quello di Giuseppe, in caso di risposta negativa sarebbe affine a quello di Giulio.
Gerardo, nonostante la distorsione con cui ha ricevuto il messaggio, poteva comprenderlo? Se la risposta fosse negativa il suo caso sarebbe assimilabile a quello di Gino.
In questo schema tutti i disubbidienti vengono, chi più chi meno, condannati. I non disubbidienti assolti.
Anche nell’ Enciclica papale Amoris laetitia si parla di “discernimento” a proposito dell’eventuale Comunione ai divorziati risposati ma a me sembra che lì si intenda qualcosa di ben diverso rispetto a cio’ a cui accennavo. Non si tratta cioè di distinguere chi ha obbedito da chi non ha obbedito (operazione per cui da sempre esiste un tribunale ad hoc: la Sacra Rota) bensì di considerare le motivazioni di chi non ha obbedito e non ubbidisce per, eventualmente, perdonarlo ugualmente. Si “discerne” al fine di valutare se è il caso di essere misericordiosi. Se le cose stessero in questi termini allora sì che il relativismo farebbe capolino: alcuni disubbidienti verrebbero condannati ed altri assolti. Il comando perderebbe inevitabilmente il suo valore assoluto. Dico così e chiedo un vostro giudizio a prescindere da come valutiate il comando in oggetto.
Facciamo un’analogia con un crimine orribile: l’omicidio di un bambino. Ora si chiede, è possibile evitare la condanna qualora il colpevole reo confesso fosse stato in grado di intendere e di volere? Poniamo che si risponda: sì, in alcuni casi sì, purché il giudice eserciti un corretto “discernimento” valutando rettamente la situazione soggettiva di chi sta giudicando. Non è forse questa una risposta inaccettabile? Un uomo libero che ha commesso un omicidio è sempre colpevole, magari avrà delle attenuanti ma la colpevolezza resta e richiama una pena, per quanto minima. 
  

martedì 31 luglio 2018

LA NOSTRA POVERA UMIDA SOGGETTIVITA’

LA NOSTRA POVERA UMIDA SOGGETTIVITA’
Vendere ghiaccio agli eschimesi sarà anche dura ma venderlo in Martinica non è stato da meno. Ci provò nel 1806 l'imprenditore Frederic Tudor andando incontro ad un fallimento completo; il suo preziosissimo prodotto fu visto giusto come una curiosità: avendo sempre assunto bevande tiepide nessuno dei locali ne capiva l’ utilità. Il gusto si era già adattato ai vincoli ambientali e quando arrivò lo strumento per abbatterli non serviva più anulla. Morale: l’orizzonte culturale di una persona determina il senso che dà alle cose. L’abitante della Martinica non si sente penalizzato dall’avere accesso solo a bevande tiepide, non ha "problemi" da risolvere, così come il daltonico lasciato a se stesso ignora felicemente il suo deficit. Se questo vale per l’abitante della Martinica e per il daltonico perché mai non dovrebbe valere per tutti noi? Probabilmente siamo zeppi di “storture” ma le ignoriamo così come fanno i martinicani e i daltonici, al punto che continuare a definirle “storture” diventa un tantino fuori luogo. L’evoluzione, oltretutto, ci seleziona per sopravvivere non per avere un accesso privilegiato alla verità: magari vicino a noi stanno accadendo in questo momento fatti importanti di cui restiamo felicemente all’oscuro poiché i nostri mille deficit ci impediscono di intercettarli. Chissà quante cose importanti sperimenta una tartaruga che a noi resteranno sempre ignote! Il fatto è che gli occhiali che indossiamo sono la cosa più importante per vedere il mondo così come lo vediamo ma anche la più invisibile per noi.
Bene, detto questo spero che la famosa storiella di David Forster Wallace sia più chiara: “Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”
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I sei racconti di Questa è l'acqua, scritti tra il 1984 e il 2005, offrono uno sguardo di insieme sulla straordinaria avventura artistica di Wallace, e una summa delle sue tematiche e dei diversi stili con cui le ha affrontate ed esaltate. La depressione, vivisezionata nelle sue spietate din...
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giovedì 29 marzo 2018

Teologia della Misericordia vs Teologia del Libero Arbitrio

Teologia della Misericordia vs Teologia del Libero Arbitrio

Papa Francesco interviene a raffica sull’economia, sull’ambiente, sull’immigrazione, sul consumismo e su altro ancora, ma si capisce poco della sua azione pastorale se tali questioni non vengono riconosciute come marginali. Tutto il suo pontificato si gioca sul punto della comunione ai divorziati-risposati. E’ lì che si realizza la vera sfida di Francesco.
Su questo punto la posizione della Chiesa è sempre stata netta: il matrimonio è inscindibile. Chi lascia il coniuge per convivere con un’altra persona vive in stato di adulterio, ovvero in una condizione peccaminosa che puo’ essere perdonata seguendo la canonica via: pentimento, scuse, risarcimento e penitenza.
La Chiesa Cattolica, prima di Francesco, si è sempre battuta con particolare ardore per sostenerel’inscindibilità del matrimonio, i motivi sono vari:
  1. è un insegnamento che ha consentito di superare la concezione romana del matrimonio parificando i due sessiall’interno del matrimonio;
  2. è un insegnamento che collega direttamente il cattolicesimo alle Scritture (in particolare Marco) quando le altre confessioni cristiane hanno invece deciso su questo punto di deviare;
  3. è un insegnamento che conserva coerente la metafora paolina della Chiesa come sposa di Cristo;
  4. La fedeltà a questo insegnamento (eroico) è stata pagata a caro prezzo inimicandosi molte monarchie europee, a partire dall’Inghilterra di Enrico VIII.
Ora Francesco, con l’aiuto del cardinale Walter Kasper, vorrebbe superare la tradizione perdonando e quindi ammettendo alla Comunione anche i divorziati-risposati. Non tutti, per carità, ma per lo meno coloro che il confessore, attraverso uno scrupoloso discernimento da svolgersi caso per caso, trova in condizioni particolarmente meritevoli. E’ la nuova teologia della Misericordia.
Sia chiaro che l’abbandono di una posizione tradizionale su un insegnamento specifico non è così scandaloso, è qualcosa di già visto ripetutamente e persino di auspicabile in molti casi, adattarsi alla Storia è una virtù: nel corso del tempo la Chiesa ha abbandonato l’anti-semitismo, ha accettato la liberal-democrazia e la libertà religiosa. Anche la visione della donna non è più quella delle Epistole di Paolo.
Qui però c’è di più: abbandonare un matrimonio per formare un’altra famiglia CONTINUA ad essere un peccato, senonché questo peccato dovrebbe svanire non si sa bene come.
Del resto, si noti, il caso dei divorziati-risposati aveva già una sua brillante soluzione, è sempre stato possibile aggirare la condizione di adulterio facendosi ammettere alla Comunione, ma la via indicata era molto più lineare: bastava invalidare il matrimonio. Qualora davanti alla Sacra Rota il presunto adultero dimostrasse che il suo consenso all’atto del primo matrimonio non era “ben formato” – cosa con ampi margini di discrezione – poteva ottenere l’annullamento e l’ammissione ai Sacramenti. Seguendo questa strada non insorgono problemi logici: l’adulterio non ha luogo e quindi puo’ continuare ad essere ritenuto un peccato senza svanire nel nulla.
***
Facciamo il punto con un esempio: Aldo si sposa con Ada ma poi la molla per mettersi con Alba, dopodiché un confessore lo riammette alla Comunione.
In precedenza, per essere riammesso alla Comunione Aldo doveva invalidare il suo matrimonio dimostrando che il suo assenso non era reale, oggi basta convincere il confessore, per esempio, che Ada è una rompiscatole con cui la vita è impossibile. E poi aggiungere che poiché, lui, Aldo, non puo’ stare solo, l’unione con Alba è stata inevitabile. Notare la parola “inevitabile”.
Ammettiamo che Ada sia effettivamente una rompiscatole e che la prova matrimoniale di Aldo fosse estremamente gravosa. E’ chiaro che se il Nostro non ha retto le sue colpe sono minime. Nulla a che vedere con le colpe di Aldo qualora Ada fosse un essere amabile e lui si fosse semplicemente infatuato di Alba per un capriccio. Ma questa disparità non è un problema per la Chiesa Cattolica che ammette senza fatica una gradualità nella colpa. Quel che non ha mai ammesso in passato è che una colpa si dissolva nel nulla. Su questo punto ora qualcosa sta cambiando, qualcosa di grosso bolle in pentola.
Ripetiamo la questione di fondo che ha tormentato il Concistoro riunitosi per l’occasione: l’adulterio di  Aldo puo’ essere perdonato  per il fatto che Ada sia una rompiscatole e che Aldo sia particolarmente sensibile alla solitudine? La risposta deve essere ben calibrata perché a questa domanda ne seguono a raffica molte altre: se un politico ruba ma lo fanno tutti resta moralmente responsabile? Se un soldato uccide un innocente ma gli è stato ordinato deve ritenersi responsabile? Se un prete pedofilo stupra ma ha un vissuto problematico alle sue spalle è moralmente responsabile? Eccetera, eccetera.
Come vedete la questione non riguarda il peccato di adulterio in sé ma la logica che utilizziamo nel trattarlo una volta che diamo per scontato che esista. Quella logica, infatti, potrà/dovrà essere applicata a tutte le infrazioni morali.
La questione centrale non è nemmeno quella delsoggettivismo: attraverso il concetto di natura umana la Chiesa Cattolica puo’ concedersi tutto il soggettivismo che desidera senza che sfoci nel temuto relativismo. Capito niente? Leggete qua.
Ma per dirla tutta, nemmeno il relativismo è qui in gioco: in teoria noi potremmo avere dei minutissimi e particolareggiati criteri di validità assoluta per “discernere” chi ammettere e chi no alla Comunione. Assolutismo non è sinonimo di semplicità. L’assolutismo puo’ tranquillamente convivere anche con le complesse casistiche dei gesuiti.
Ma allora di cosa stiamo parlando? Cosa sentiamo davvero minacciato nelle novità proposte da Francesco? E’ la libertà del cristiano e dell’uomo in generale ad essere minacciata. Walter Kasper spinge verso posizioni etiche tipiche dei protestanti, ovvero di chi non crede nel libero arbitrio.
Vediamo meglio di capire perché. Se Aldo lascia Ada per mettersi con Alba, la CC tradizionale lo considera colpevole e non lo ammette alla Comunione. Tuttavia, anche se in generale le cose stanno in questi termini, c’è pur sempre un caso particolare in cui nemmeno la CC lo condannerebbe mai: quando non è libero. Basta agire in assenza di libero arbitrio per vedere i propri peccati oggettivi dissolversi e meritarsi il perdono di un Dio misericordioso. La teologia della Misericordia annichilisce la libertà umana. Esempio, se Aldo agisce come detto perché coartato fisicamente la Chiesa lo assolve senza problemi. Nel caso in esame, inutile dire, una simile ipotesi sarebbe da scartare poiché se Aldo al momento della confessione fosse finalmente libero potrebbe tornare sui suoi passi, se invece non lo fosse bisognerebbe interdirlo come incapace di intendere e di volere più che ammetterlo alla Comunione. A meno che la condizione di non-libertà sia lacondizione naturale per l’uomo, ed è proprio cio’ a cui giungono molte confessioni protestanti.
La Misericordia coerente si esercita verso persone che noi riteniamo costrette dagli eventi a optare per certi comportamenti sbagliati, persone che una volta uscite dal turbine riconoscono comunque la retta via. La Misericordia verso chi persiste nell’errore si esercita invece quando costui è privo in modo permanente della capacità di scegliere.
La vittima designata della Teologia della Misericordia è quindi la Teologia del libero arbitrio: smettiamo di credere che Dio abbia donato all’uomo la libertà di scegliere tra bene e male cosicché potremo perdonarlo anche mentre pecca.
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I divorziati-risposati come problema essenziale

Papa Francesco interviene a raffica sull’economia, sull’ambiente, sull’immigrazione, sul consumismo… ma sono questioni marginali. Tutto il suo pontificato si gioca sul punto della comunione ai divorziati-risposati. E’ lì che si decide se la Chiesa Cattolica è diventata soggettivista, se da un dovere morale puo’ essere esentato colui per cui compierlo è troppo gravoso. Se un politico ruba ma lo fanno tutti è moralmente responsabile? Se un soldato uccide un innocente ma gli è stato ordinato è moralmente responsabile? Se un prete pedofilo stupra ma ha un vissuto problematico alle sue spalle è moralmente responsabile? Ripeto: la questione dei divorziati-risposati è al centro di tutto.
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A New York Times columnist and one of America’s leading conservative thinkers considers Pope Francis’s efforts to change the church he governs.Born Jorge…
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giovedì 11 gennaio 2018

La Chiesa è soggettivista?

La Chiesa Cattolica ha una morale soggettivista?

Non sarebbe un disonore. Cartesio e Kant erano fieri soggettivisti ed erano anche dei grandi filosofi morali.

Tra soggettivismo e relativismo c'è un legame storico ma non logico, questo è sempre meglio precisarlo.

Il fatto che la Chiesa insista molto sul concetto di "natura" depone forse indirettamente a favore del suo soggettivismo.

Vediamo perché.

Noi e le api vediamo i fiori in modo diverso. loro hanno una visione puntinata, noi uniforme. Chi ha ragione?

Risposta: entrambi. Ognuno segue la sua natura e "vede" di conseguenza.

Non ha senso dire che le api "si sbagliano".

Se il soggetto è fedele alla sua natura è nella verità. La verità è essenzialmente armonia, in questo caso.

Insomma, è il concetto di natura che coniuga soggettivismo e verità.

Perché mai la Chiesa dovrebbe insistere tanto sul concetto di natura se poi non è soggettivista?

domenica 31 dicembre 2017

Internalismo e esternalismo

Su quella questione dei colori, abbiamo poi ragione noi o i daltonici?

L' oggettivista pretende di rispondere.

Il sordo può descrivere perfettamente un suono ma non può ascoltarlo.

Il cieco può descrivere perfettamente un colore ma non può osservarlo.

Il robot può descrivere una situazione ingiusta ma non può giudicarla.

Al sordo manca il senso del suono. Al cieco manca il senso della vista. Al robot manca il senso morale.

Per l'oggettività tutto è nell'oggetto. Il suono, il colore, la moralità stanno nelle cose.

Per il soggettivista le qualità degli oggetti si producono nel soggetto che le sperimenta. Il colore, il suono, la moralità sono esperienze intime del soggetto.

Dubbio. L'assassino che uccide l'innocente ci fa gridare all'ingiustizia oggettiva. Basta descrivere.

Risposta. Perché ci sia ingiustizia occorre che ci sia intenzione dell'assassino, quindi qualcosa di inosservabile. Qualcosa che è presente a parità della descrizione. Qualcosa che il robot non può cogliere poi che riguarda la coscienza e lui non sa cosa sia la coscienza.

Nonostante tutto questo sembrerebbe che soggettivismo e oggettivismo siano solo due modi di descrivere le cose. E qui torniamo ai daltonici.

Un'ape che vede i fiori in bianco e nero, si sbaglia? Oppure ci sbagliamo noi che li vediamo a colori?

Il modo di vedere dell'Ape è funzionale alla sua natura. Il modo nostro di vedere e funzionale alla nostra natura. Sia l'uomo che l'ape non si sbagliano. L'uomo è l'ape costituiscono un armonia.

Solo il soggettivismo rende conto di questa armonia.

martedì 26 settembre 2017

Svolta interiore

Svolta interiore

Non che io ami particolarmente Papa Francesco, sia chiaro.
Non riesco ad amarlo.
Il malcelato narcisismo di certe sue esibizioni pauperistiche è fonte di purissima antipatia.
Rispolverare pari pari il vieto arsenale argomentativo tipico del “perfetto idiota latino-americano” è un’operazione a dir poco nauseabonda.
L’idea di una “Chiesa povera per i poveri” spaventa innanzitutto i poveri. Come il malato non è attratto dai malati ma dai medici, allo stesso modo un pezzente non aspira certo alla vicinanza dei suoi simili, preferisce accompagnarsi con amici ricchi e generosi.
L’operazione-Misericordia è zeppa di falle e da accantonare precipitevolissimevolmente.
Ripeto, non che io ami particolarmente questo papa, non posso amarlo  visto che lo considero responsabile di una perdita secca della mia  fede (15/20%!).
D’altronde, se ho il dovere di ossequiarlo in qualità di vicario di Dio in terra, ho anche il diritto trarre da cio’ che dice indizi circa la verità del  Dio che rappresenta.
Ripeto, non che io ami particolarmente questo papa, eppure, dalle accuse più severe e formali che gli sono state rivolte – i “dubia” e la “corretio filialis” – mi sento di difenderlo.
La difesa che segue si articola su un’analogia che esprimo in 15 punti.
****
UNO. Poniamo di essere nella scuola dove studiano Pier e Margherita.
DUE. Su una scala di profitto da 1 a 10, Pier puo’ dare al massimo 8, ed in effetti è quello che dà.
TRE. Sulla stessa scala di profitto Margherita può dare 10 ma dà solo 9.
QUATTRO. Se il rendimento è di questo tipo che voto dare ai due in pagella?
CINQUE. Chi si basa sulle prestazioni oggettive assegnerà a Margherita un voto superiore.
SEI. Chi si basa sui meriti soggettivi privilegerà invece Pier.
SETTE. L’ “oggettivista” privilegia l’oggetto-prestazione. Il soggettivista privilegia il soggetto-studente.
OTTO. Entrambe le valutazioni sono parimenti rigorose: potrebbe assegnarle lo stesso robot facendo girare due algoritmi differenti. In questo senso non c’è “relativismo”, non dipendono dal valutatore.
NOVE. Tuttavia, il voto del soggettivista richiede di “discernere” la prestazione potenziale da quella effettiva: un compito non facile che si presta ad arbitri.
DIECI. Il voto sul merito riguarda la persona, il voto sulla prestazione riguarda quel che fa la persona.
UNDICI. Il voto sulla prestazione ha una maggiorevalenza sociale. Per esempio, è quello che interessa il potenziale datore di lavoro.
DODICI. Il voto sul merito a una maggiore valenza morale. Assomiglia, per esempio, a quello del buon Dio nel “giorno del giudizio”.
TREDICI. Il giudizio sul merito è più di buon senso: nessuno di noi giudica male chi non fa cio’ che non puo’ fare. Il giudizio sulla prestazione è piùpragmatico: nessuno perde tempo chiedendo a qualcuno di fare cio’ che non puo’ fare.
QUATTORDICI. Poiché la scuola ha un ruolo sociale più che morale è comprensibile che anteponga la prestazione ai meriti. Di solito si dà una pacca sulla spalla a Pier, ma in pagella prevale Margherita.
QUINDICI. Così facendo si creano però fastidiosiparadossi: può darsi infatti che un “bocciato” sia più meritevole di un “promosso”. Se Riccardoproducesse una prestazione da 5 potendo dare al massimo 5 sarebbe bocciato sebbene più meritevole di Margherita, promossa come migliore della classe.
***
L’analogia è evidente: la Chiesa è la scuola, i maestri sono i sacerdoti, gli studenti sono i fedeli, i voti sono i giudizi dati in Confessione e Papa Francesco è il preside.
Ora, Papa Francesco vuole trasformare la Chiesain una scuola dove il voto di merito prevalga. E’ una piccola rivoluzione.
Il giudizio si orienterebbe più sul peccatore che sulpeccato (vedi proposizione DIECI).
A me sembra tutto sommato un’operazione di buon senso (vedi proposizione TREDICI).
Oltretutto, la Chiesa ha ormai perso la sua centralità sociale poiché l’ha demandata allo stato. Questo fatto fa cadere molte esigenze un tempo imprescindibili (vedi proposizione UNDICI).
L’operazione non presenta pericoli di relativismo(vedi proposizione OTTO).
Questo anche se il “discernimento” si presta ad arbitri da tenere a bada (vedi proposizione NOVE).
Il soggettivismo (vedi proposizione SETTE) non fa parte della tradizione cattolica più pura, è vero. Tuttavia, la dimensione interiore non è certo estranea a questa tradizione. Si tratta di valorizzarla ulteriormente (da qui le accuse disvolta luterana). 
Difficile nel complesso negare l’esistenza diaspetti eretici: quando chi pecca puo’ essere giudicato più meritevole di chi non pecca (vedi proposizione QUINDICI) qualcosa non quadra con il passato.
Nella “corretio filialis” si stigmatizza questa eresia nella quale il papa rischia di incorrere: “Una persona, mentre obbedisce alla legge divina, può peccare contro Dio in virtù di quella stessa obbedienza”. Forzando un po’ potremmo travasare l’eresia nella nostra analogia: “chi registra una prestazione sufficiente potendo fare molto di più merita l’insufficienza”. In effetti, nella scuola del Preside Bergoglio, questo caso è possibile.
Ebbene, per quanto in chiaro odore di eresia, mi sento di difendere la nuova chiesa di Bergoglio, la ragione e il buon senso mi spingono a farlo.