martedì 31 marzo 2026

altre stronzate

 Ora un po' di saggezza esperienziale. Il titolo potrebbe essere: la ruota del criceto dell'essere vivi.


Il punto di partenza di Don Giussani era l'inesauribilità del nostro desiderio. Dall'accoppiamento alla genitorialità, fino alla padronanza di una competenza, non si intravede una fine al desiderio. Se9i il migliore? Occhio perché gli altri tramano contro di te? Sai farti amare da tutti? Occhio perché poco distante si profila un concorrente pericoloso. Eccetera. Mi dispiace essere latore di cattive notizie, ma la maggior parte dei nostri desideri sono di questo tipo. Più sei importante e riconosciuto, più vorresti essere importante e riconosciuto. La tossicodipendenza è la nostra condizione naturale, solo i paranoici si salveranno. Assumere cocaina in abbondanza non ridurrà il desiderio di assumerla, anzi lo aumenterà. Il buddismo - l'abbandono di ogni desiderio - non è altro che l'ennesimo gioco di status, per cui non vi consiglio quella strada. Fatevi un giro in Tibet e la cosa diventa plateale. Siamo nati per lo stress, e non sono affatto sicuro che ci sia un'altra via d'uscita se non la morte. Non siamo felici perché nessuno vuole esserlo, quel che vogliamo è correre su una ruota per criceti fino a morire di sfinimento. Quando non siamo nei guai, siamo in cerca di guai. La maggior parte della nostra vita è piuttosto stressante, mediocre e insoddisfacente... e poi si muore. Fine. Ci piace così, e se non va così cerchiamo di correggerla in modo da reindirizzare tutto su questa strada. E' mostruoso e perverso colui che devia.

sabato 21 marzo 2026

INTERNALISMO O ESTERNALISMO?

 INTERNALISMO O ESTERNALISMO? [razionalismo - pragmaismo]


Due posizioni che si applicano a due problemi differenti delle filosofia, anche se hanno un chiaro legame tra loro: giustificazione delle credenze e contenuti mentali ( = significato). L'internalismo è sempre la soluzione più immediata, diciamo legata al razionalismo classico, mentre le parte esternalista interviene pragmaticamente per tappare i buchi che la soluzione classica lascia. La cosa migliore è procedere per esempi, partiamo dalla giustificazione della conoscenza:

1) GIUSTIFICAZIONE. La teoria del decisore razionale giustifica le scelte in base a motivazioni che ho nella testa (preferenze, principi logici...) ma poi incorre in paradossi, come quello della rana bollita, in cui una serie di decisioni razionali conduce al collasso e all'irrazionalità. Per tappare questo buco deve introdurre modelli esterni vincolanti che, se assunti, ci fanno dichiarare cose all'apparenza improbabili come, per esempio, che "se dico che soffro potrei sbagliarmi" o "se dico che credo X potrei in realtà credere Y".

2) CONTENUTI. Qui svetta l'esperimento mentale della Terra Gemella: due persone identiche possono avere un cervello che pensa in modo identico ma si riferisce a cose differenti. Per esempio, l'acqua su un pianeta è h2o mentre sull'altro è xyz. Per distinguere dobbiamo introdurre elementi esterni. Insomma, il pensiero è interno e pensare qualcosa è un po' come descriverlo (soluzione razionale classica: Frege, Russell...) ma se ci limitiamo a questo incorriamo nei paradossi del solipsismo, quindi occorre l'aggiunta pragmatica dell'esternalismo, ovvero di una seconda dimensione che aggiunga alla mente un elemento esterno.

giovedì 5 marzo 2026

Cervello e coscienza.

 Cervello e coscienza.

Esperimento mentale: supponiamo che asportando la calotta cranica di mia moglie o di mia figlia, io possa verificare che nella loro testa non c'è assolutamente nulla. Richiudendo tutto il loro comportamento prosegue esattamente come prima. Ma il mio comportamento nei loro confronti cambierà? Mi sento di dire con ragionevole certezza che la risposta è negativa. Provate anche voi con le persone più care. Cio' significa che la conformazione fisiologica dell'entità sotto esame è irrilevante nell'attribuire una mente, o una coscienza, o un'anima, o una soggettività? Forse non del tutto, di certo è ampiamente subordinata ai vari test di Turing (5;95). Puo' essere rilevante giusto se siamo di fronte ad un organismo inerte con cui non possiamo interagire in alcun modo.

GLI ANIMALI POSSIEDONO UNA COSCIENZA?

GLI ANIMALI POSSIEDONO UNA COSCIENZA?
Spoiler: no.
Quando Toni si ruppe la zampina, dopo un attimo di sconcerto inviò a tutti un unico segnale, forte e chiaro: si prosegua con il gioco e la festosa allegria di un secondo prima. Solo lo strascinamento penoso dell’arto ci indusse a intervenire, prestando un soccorso non richiesto. Fu ancora più allegro e smanioso di vicinanza alle attività degli esseri umani quando tornò, tutto ingessato, dal pronto soccorso veterinario. Un uomo, nella stessa situazione e nella medesima sofferenza, avrebbe ostentato dolore per ottenere soccorso a buon mercato.
La teoria è questa: la coscienza serve a produrre autoinganno; l’autoinganno serve a ingannare il prossimo; l’inganno del prossimo serve a ottenere benefici per noi. Gli animali non si autoingannano e non fanno dell’ipocrisia l’arma principale della propria sopravvivenza, questa è una prerogativa della natura umana. Per loro, la coscienza è inutile poiché non sono programmati per mentire sistematicamente come facciamo noi.
Sottoponetevi a questo esperimento mentale: perché la natura dovrebbe far emergere la coscienza quando può indirizzare i comportamenti tramite il semplice istinto. Pensate ad una certa attività umana, anche la più complessa. Bè, avrebbe potuto essere esercitata tramite un istinto! Il pensiero cosciente è molto dispendioso in termini energetici; se possibile, conviene sempre sostituirlo con un istinto. C’è un solo caso in cui disporre di due livelli di pensiero (conscio e inconscio) diventa necessario: quando dobbiamo pensare simultaneamente la stessa cosa come vera e come falsa. A questo punto s'impongono le due dimensioni: con l’inconscio pensiamo al vero, con il conscio al falso. Certo, un bugiardo pensa a entrambe le cose entro un’unica dimensione, quella della coscienza: è insieme consapevole di ciò che è vero e di ciò che è falso. Ma si tratta di un’acrobazia estremamente impegnativa, sostenibile solo per un tempo limitato (le bugie hanno le gambe corte). È molto più efficiente creare due ambienti separati, ciascuno concentrato sulle sue operazioni. L'esito di questo sdoppiamento è molto più efficace. Gli animali non sembrano avere questa esigenza, non adottano l’ipocrisia come arma strategica, del resto è il motivo per cui siamo tutti innamorati di Toni: è trasparente come un vetro, quel che ha nella testa traspare da quello che fa con il suo corpo; perciò, nel suo caso, una coscienza sarebbe pleonastica.
Questi stessi argomenti non escludono la coscienza dell'IA. I catastrofisti prevedono che l'IA ci ingannerà a lungo prima di guadagnare una posizione agevole per poi eliminarci. Ma già oggi, a giudicare da come questi sicofanti leccano il culo dell'utente, una certa natura ipocrita non è da escludere.

lunedì 2 marzo 2026

GUERRA IRAN

 Ed ecco finalmente il mio editoriale sulla guerra.

Non ho nulla da dire al riguardo, perché la complessità degli eventi è eccessiva e la mia testa gira a vuoto. Al massimo, nei prossimi giorni, ascolterò i miei “intellettuali di riferimento” e leggerò gli autori a cui rimandano. Magari qualcuno mi convincerà, spostandomi su posizioni più definite: non posso escluderlo. Nel vuoto creato da questo intervallo non posso che attenermi ai miei principi cardine in materia di “guerra”, che derivano fondamentalmente da due considerazioni consolidate: 1. Come quasi ogni impresa umana, la guerra implica costi certi oggi a fronte di benefici incerti domani. Solo che, nella guerra, i costi certi sono enormi: si misurano in vite umane. Di conseguenza, i benefici dovrebbero essere smisurati. È una scommessa spericolata e, in generale, inconciliabile con la nostra avversione al rischio. 2. La guerra è condotta dai governi, dunque da soggetti i cui interessi divergono dal buon esito della stessa (l’orizzonte temporale, almeno in democrazia, è spesso di pochi mesi: giusto fino alle prossime elezioni). Sono anche soggetti razionalmente ignoranti, o meglio poco inclini a sviluppare competenze reali: si limitano a pescare nel variegato mercato delle idee quelle più confacenti al proprio miope interesse. Queste due considerazioni alimentano il mio bias pacifista. Tuttavia, non nego di essere interessato alle nuove strategie adottate contro Venezuela e Iran: scegliere due Stati canaglia — “che peggio di così non si può” —, selezionarli molto più deboli di noi e decapitarne i vertici, per poi attendere gli esiti dei processi naturali che ne conseguono. Può andare anche male: può darsi che si insedi un nuovo dittatore e che ci tocchi ricominciare da capo. Eppure i costi sostenuti restano relativamente bassi; in tal senso, fallimenti in stile Vietnam, Iraq e Afghanistan dovrebbero essere scongiurati. C’è poi il fatto che la guerra sia condotta dagli USA: un “poliziotto” dedito a un colonialismo “buono” che in passato ha svolto un lavoro discreto, garantendoci settant’anni di pace e rendendo persino gradevole il colonialismo leggero nei loro confronti, al punto da reagire piccati quando sembra che ci mollino al nostro destino. Conta anche che la guida statunitense sia oggi nelle mani di persone poco ambiziose, con ideologie più nazionaliste che imperialiste, dunque estremamente sensibili ai costi. Tutto ciò contribuisce ad attenuare, seppur di poco, il mio bias pacifista. Ah, dimenticavo: queste brevi considerazioni dipendono da un assunto chiave — noi siamo i buoni, loro sono le canaglie. Assunto piuttosto debole, mi rendo conto, ma supportato dal fatto che nessuno di noi vorrebbe essere loro, mentre non pochi di loro vorrebbero essere noi. In ogni caso, è utile per spazzare via discussioni oziose su “aggredito e aggressore”.

SULLA MERITOCRAZIA DEI MERCATI

 SULLA MERITOCRAZIA DEI MERCATI

I mercati non premiano il merito, premiano il valore: due cose molto diverse. Eppure, nel libero mercato, valore e merito sono strettamente correlati e quindi i mercati, dopotutto, premiano anche il merito. Il duro lavoro e il lavoro di qualità sono meritevoli e creano valore. Sì, il caso gioca un ruolo importante, ma le persone più capaci e più laboriose sbilanciano notevolmente le probabilità a loro favore. Discernere merito e fortuna è difficile e non so se esiste chi fa sistematicamente meglio. Ma che dire poi della "lotteria dei talenti"? Chiunque non sia stato corrotto da Rawls e vede all'opera persone brillanti che hanno successo applaude; non si lamenta dicendo che “le persone brillanti non si sono guadagnate la loro brillantezza”. Certo, alcuni “delinquenti” si arricchiscono sui mercati, e gli esempi sono sulla copertina di ogni tabloid; ma perché dovremmo pensare che questa sia “routine”? Giudicare la meritocrazia dai tabloid è solo un bias di disponibilità. In media, gli ubriaconi pigri e disonesti hanno molto meno successo finanziario degli astemi onesti e laboriosi.