Visualizzazione post con etichetta mike huemer skepticism. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mike huemer skepticism. Mostra tutti i post

domenica 31 dicembre 2017

Internalismo e esternalismo

Su quella questione dei colori, abbiamo poi ragione noi o i daltonici?

L' oggettivista pretende di rispondere.

Il sordo può descrivere perfettamente un suono ma non può ascoltarlo.

Il cieco può descrivere perfettamente un colore ma non può osservarlo.

Il robot può descrivere una situazione ingiusta ma non può giudicarla.

Al sordo manca il senso del suono. Al cieco manca il senso della vista. Al robot manca il senso morale.

Per l'oggettività tutto è nell'oggetto. Il suono, il colore, la moralità stanno nelle cose.

Per il soggettivista le qualità degli oggetti si producono nel soggetto che le sperimenta. Il colore, il suono, la moralità sono esperienze intime del soggetto.

Dubbio. L'assassino che uccide l'innocente ci fa gridare all'ingiustizia oggettiva. Basta descrivere.

Risposta. Perché ci sia ingiustizia occorre che ci sia intenzione dell'assassino, quindi qualcosa di inosservabile. Qualcosa che è presente a parità della descrizione. Qualcosa che il robot non può cogliere poi che riguarda la coscienza e lui non sa cosa sia la coscienza.

Nonostante tutto questo sembrerebbe che soggettivismo e oggettivismo siano solo due modi di descrivere le cose. E qui torniamo ai daltonici.

Un'ape che vede i fiori in bianco e nero, si sbaglia? Oppure ci sbagliamo noi che li vediamo a colori?

Il modo di vedere dell'Ape è funzionale alla sua natura. Il modo nostro di vedere e funzionale alla nostra natura. Sia l'uomo che l'ape non si sbagliano. L'uomo è l'ape costituiscono un armonia.

Solo il soggettivismo rende conto di questa armonia.

mercoledì 19 luglio 2017

Inno al soggettivismo

Inno al soggettivismo

1. AMV s’incazza
Aldo Maria Valli è il mio vaticanista di riferimento. In realtà è il mio riferimento in molte cose che riguardano il cattolicesimo contemporaneo e le sue spaccature. Perché? Perché ha cambiato idea… Ha cambiato idea senza averne una convenienza, anzi. Il che lo rende ai miei occhi in qualche modo più attendibile.
Ha cambiato idea su papa Francesco: prima accoglieva e difendeva il suo messaggio, ora è più scettico. Non che la virata sia decisiva ma perlomeno offre una garanzia: conosce bene sia gli argomenti “pro” che quelli “contro”. Entrambi sono o sono stati nel suo arsenale argomentativo.
Gli stimoli che offre il suo blog sono molti e qui mi limito a coglierne uno. In un suo recente intervento l’insigne giornalista mostrava un certo disappunto nel leggere su un foglietto della Messa cio’ che considerava “un inno al soggettivismo”. Si trattava di un breve commento all’esortazione apostolica “Amoris laetitia”. Titolo: “prima la coscienza, poi le regole”.
Il papa – secondo il “foglietto” – insiste sul “discernimento” di fronte al peccatore che chiede il perdono, non tutti i peccatori sono uguali, nemmeno se hanno commesso lo stesso peccato. Se così stanno le cose, le regole servono a ben poco…
… per il discernimento infatti, più che le regole, serve l’impegno personale. Perché il discernimento, che si adatta alla situazione concreta della persona, è più esigente delle regole. Ogni persona ha una “sua” situazione. Pensare di stabilire tante “regole” quante sono le situazioni vissute dalle persone nella loro vita di relazione vuol dire infilarsi in un ginepraio inestricabile, tanto rischioso quanto ingiusto…
Il concetto espresso sul foglietto della Messa è chiaro: poiché ogni persona vive una sua situazione, pensare di stabilire tante regole quante sono le singole situazioni vorrebbe dire “infilarsi in un ginepraio inestricabile, tanto rischioso quanto ingiusto”. Ciò che il testo sembra sostenere è che la singola situazione non può essere normata, ma solo osservata attraverso la lente del discernimento.
Commenta Valli:
… siamo dunque in quella che si chiama morale della situazione, caratterizzata dal fatto che il giudizio sulle scelte non avviene in base a una verità universale, espressa da una legge, ma in base al modo in cui la singola situazione è vissuta dal soggetto che ne è protagonista…
Andando avanti ecco come conclude il foglietto…
… «Il discernimento personale è più rispettoso, ma anche più impegnativo. La “regola” è più comoda, il discernimento più severo. Dio non pretende da noi un bene in generale, ma quel bene che rappresenta ciò che è meglio per noi in quella determinata situazione, alla luce della nostra vita di relazione. Quindi il “massimo bene possibile”, che si può realizzare solo con il discernimento…
Commenta ancora Valli stupito…
… Quanto all’idea secondo cui la regola sarebbe più comoda, mentre il discernimento sarebbe più severo, ancora una volta viene da chiedersi: che vuol dire? In che senso la regola sarebbe più comoda? Dobbiamo concludere che il buon Dio, con i dieci comandamenti, avrebbe scelto la via della comodità?… Sarebbe stato meglio se si fosse scomodato e avesse aggiunto ai comandamenti svariate postille per ogni singolo caso? E che significa che Dio non pretende un bene in generale ma ciò che è meglio per noi in una certa situazione? Vuol dire che il bene oggettivo non esiste, ma esiste solo il bene soggettivo? Ma se non esiste il bene oggettivo, come facciamo a sapere che cosa è bene e che cosa è male in una data situazione? Su che cosa fondiamo la valutazione? Di nuovo, la conclusione a cui arriviamo è che vale solo l’esperienza soggettiva, la quale è buona in sé, al di là di ogni norma e ogni legge universale oggettiva…
Valli è disorientato, e il problema che solleva – come al solito –di rilievo.
Da parte mia vorrei contribuire nel districare la matassa segnalando il pericolo di due “confusioni” in cui è facile incappare.
2. Confusione tra soggettivismo e relativismo
Soggettivismo e relativismo non sono la stessa cosa, anche se spesso vengono indebitamente accomunati.
Pensiamo solo al padre del soggettivismo: Cartesio. Vi sembra un relativista?
La posizione “soggettivista” sostiene che noi percepiamo la realtà filtrandola attraverso qualcosa che appartiene intimamente al soggetto. L’uomo giudica sulla base di un’immagine mentale che si fa delle cose.
C’è sempre questo filtro che ci separa dal mondo.
Esempio: Gino e Pino guardano una mela, per Gino è rossa mentre per Pino è verde. Qual è il reale colore della mela?

Magari uno dei due è daltonico e l’altro no. Ma questo come incide sulla valutazione della realtà? Bisogna avere una teoria dei colori per abbozzare una risposta.
La scienza ce ne fornisce una oggettiva riducendo il colore ad un sistema di frequenza all’interno di uno spettro luminoso.
Ma si tratta di una teoria palesemente incompleta poiché noi sappiamo che cio’ che chiamiamo “rosso” è qualcosa di diverso da una frequenza d’onda, tanto è vero che un cieco alla nascita, benché sappia descrivere con dovizia di particolari le frequenze del colore rosso, non ha la minima idea di cosa sia, questo perché non è in grado di farsene una propria immagine mentale.
Potremmo dire che il colore rosso non esisterebbe se non ci fosse nessuno a farne esperienza. Esisterebbero solo delle frequenze d’onda emesse dai corpi.
Una teoria meramente oggettiva dei colori va completata introducendo i soggetti.
Fin qui il soggettivista, difficile negare le sue ragioni. Si noti che lo scettico e il relativista vanno ben oltre: sostengono sostanzialmente che il filtro soggettivo di cui disponiamo ci precluda una conoscenza della realtà, cosa che un soggettivista come Cartesio si guardava bene dal dire.
Soggettivismo e realismo sono compatibili, basta postulare l’affidabilità del filtro della conoscenza. Per esempio, con il principio di credulità: le cose sono come ce le rappresentiamo (fino a prova contraria).
A questo punto bisogna spiegare la cattiva fama del soggettivismo in certi circoli che preferiscono tenersi stretto il realismo diretto, ovvero oggettivo e senza filtri.
I motivi sono due, innanzitutto è ben vero che  da un punto di vista storico – non logico – i relativisti moderni sono dei fuoriusciti dalle schiere del soggettivismo. Tra Cartesio e Derrida c’è un filo rosso.
E qui sottolineo con un esempio la natura storica di questa filiazione. Il soggettivismo ha scalzato l’oggettivismo poiché spiega al meglio fenomeni quali le illusioni, la prospettiva, le allucinazioni. Ma, allora mi chiedo: il realista diretto come spiega, per esempio, il fatto che un bastone semi-immerso nell’acqua sembri spezzato per effetto della rifrazione? Come mai lo crediamo tale pur avendo – per l’oggettivista – un accesso diretto e senza filtri  all’oggetto reale (che non è affatto spezzato)? Di solito ricorre al concetto di “apparenza”: in casi del genere, dice lui, noi abbiamo accesso diretto all’apparenza e non alla realtà.
Ma a questo punto lo scettico puo’ giocare sul concetto di “apparenza” esattamente come gioca con il concetto di “rappresentazione”: tutto è apparenza, puo’ dire.
Per tutto questo rimarcavo che il relativismo è un portato storico del soggettivismo ma non un portato logico. Dal punto di vista logico l’oggettivismo non è meno vulnerabile agli attacchi dello scettico. Tanto è vero che esiste anche uno scetticismo antico (Pirrone) quando nell’antichità il soggettivismo cartesiano era di là da venire.
In secondo luogo, è ben vero che una posizione soggettivista induce ad una posizione dualista che riconosce due realtà a se stanti: mente e corpo. Dove risiederebbero infatti le rappresentazioni attraverso cui conosciamo la realtà? In uno spazio parallelo a quello fisico, lo spazio mentale.
Questo “inconveniente” di dover introdurre uno spazio parallelo ha scatenato discussioni infinite ma in questa sede ci basti notare che non è affatto un inconveniente per quel che interessa a noi: il credente non ha alcun problema a riconoscere una realtà ulteriore rispetto a quella fisica. Lui magari la chiama “spirituale” anziché “mentale” ma poco cambia. In questo senso fede cristiana e soggettivismo sono solidi alleati.
Ma torniamo ora al nostro peccatore di fronte al quale è bene “discernere”. Così come Pino e Gino giudicano il colore della mela sulla base delle “lenti mentali” che indossano, anche il peccatore agisce sulla base del filtro che possiede (per esempio il filtro della sua esperienza).
La cosa è trascurabile nel momento in cui siamo noi a giudicare il peccatore?
No, non puo’ esserlo, non puo’ esserlo anche se assumiamo che i filtri di cui disponiamo siano affidabili. Abbiamo appena visto che prendere in considerazione l’elemento soggettivo non significa scadere nel relativismo.
Quando Dio si troverà di fronte e dovrà giudicare un contadino dell’antica Roma, un contadino indiano del X secolo e un contadino feudale non si limiterà certo a verificare la frequentazione della Messa, dovrà “discernere” poiché la condizione soggettiva dei tre soggetti sarà molto differente.
Possedere una teoria oggettiva del peccato è un po’ come per lo scienziato possedere la teoria dei colori, ci dice molto ma non tutto, non l’essenziale. Il peccato si forma nella nostra interiorità in modo imperscrutabile, qualcosa sui cui solo Dio puo’ e deve avere l’ultima parola.
Ora, è vero, Tommaso non è certo un soggettivista e la filosofia della chiesa cattolica s’ispira a lui per molte cose. Ma la sua ascendenza non è esclusiva, il fatto è che introdurre elementi di soggettivismo non dovrebbe essere visto come una rivoluzione copernicana per almeno tre motivi: 1) già esistono 2) noi tutti siamo soggettivisti e 3) tra soggettivismo e relativismo c’è tutta la distanza appena delineata.
3. Confusione tra colpa e pena
Il secondo aspetto riguarda la possibile confusione tra colpa e sanzione.
Cerchiamo di inquadrarla fuori dall’ambito religioso.
La legge civile stabilisce delle regole che se violate comportano una sanzione, dopodiché vengono fissate delle attenuanti.
La legge è oggettiva: una certa azione è malvagia in sé e merita di essere sanzionata. Le attenuanti sono in qualche modo soggettive: se quella azioni malvagie sono condotte con un certo animo, allora la cosa è ancora più grave.
Torniamo al regno della morale: un certo peccato puo’ essere descritto oggettivamente ma la forza esercitata dallatentazione sull’animo dei potenziali peccatori è differente. Da uno a cento, puo’ essere di 80 per Giovanni e di 20 per Giacomo. Supponiamo che entrambi pecchino, le colpe di Giacomo sarebbero maggiori, ha ceduto di fronte a una tentazione lieve. Chi puo’ negarlo? A lui si chiedeva molto meno per non peccare.
In una situazione del genere c’è sia l’ambito oggettivo (il peccato) che quello soggettivo (la condizione del peccatore). L’oggettività influisce sull’attribuzione della colpa, la soggettività sull’attribuzione della pena.
Nei discorsi comuni, spesso, le due cose si mescolano indebitamente.
Dire che la morale è oggettiva significa dire che esistono comportamenti sbagliati a prescindere dalle eventuali attenuanti. Tuttavia, questo non significa che le attenuanti non esistano e che considerarle significhi negare la realtà del peccato.
D’altronde, pensiamo a questo semplice fatto: perché esiste il Giudizio Universale se già qui ed ora la Chiesa puo’ giudicare in modo infallibile con tanto di sanzioni appropriate? Dobbiamo credere che il giudizio divino sia una pedissequa replica senza correzioni del giudizio già dato della chiesa? Una specie di formalità?
Più sensato ritenere che la parte soggettiva del giudizio, quella relativa alle sanzioni, è più suscettibile di errore poiché noi difficilmente abbiamo accesso all’animo umano nei suoi recessi più intimi.
Proclamare l’oggettività morale significa proclamare l’ esistenza e la conoscibilità di alcune regole morali. Il che non significa conoscere con esattezza oggettiva tutte le sanzioni appropriate. Una certa azione è sbagliata, e quand’anche potessimo dirlo a ragion veduta da cio’ non ne  discende in automatico la possibilità infallibile di quantificare  le colpe e quindi le sanzioni in vista del perdono, per questo occorrerebbe un’ oggettività delle sanzioni.
Quando diciamo che la Chiesa distingue peccato e peccatoreforse diciamo anche questo: noi riconosciamo un comportamento sbagliato ma non vediamo con chiarezza la sanzione oggettiva corrispondente. Per questa seconda missione è necessario “discernere”.
Naturalmente il “discernimento” sulla sanzione si presta ad arbitri che si possono arginare attraverso una regola (tanto è vero che le attenuanti sono in genere descritte nei codici in modo oggettivo). Ma questo è un pragmatismo per tenere in piedi il sistema e dare certezza al diritto, e non rimuove il fatto che per avere una sanzione ideale bisognerebbe entrare invece nell’animo del colpevole, di ogni singolo colpevole, cosa possibile solo in sede di giustizia divina.
blogger-image--24093313

martedì 18 luglio 2017

Realismi

Realismi

Skepticism and the Veil of Perception – Michael Huemer
***
Introduction: The Problem of Perceptual Knowledge
Hold a finger in front of your face. Focus your eyes on the finger, but attend to a distant object in the background. If you’re doing this right, the background object should appear double and blurry. If you now bring the background object into focus, you will see the finger in your visual field split into two, blurry fingers. There is, of course, a scientific explanation for why this happens. It has to do with the fact that each of your eyes has a different vantage point on the room; one of the finger-images is produced by your left eye, and the other by your right eye. But the scientific explanation is not our concern here.
Note:ESPERIMENTO
the relationship between perception and reality. Obviously, there are not really two fingers in the physical world. Nevertheless, you are “seeing” two of something. Therefore, we ask: What is it that there are two of?
Note:IL PROBLEMA FILOSOFICO
A number of philosophers have put forward the following answer: There are two images of the finger in your mind. It is these images—rather than the actual, physical finger—that you are directly aware of; that is why there appear to be two fingers.
Note:OGGETTO E IMMAGINE MENTALE
if the blurry “fingers” that you see are really only images in the mind, it seems that the in-focus “finger” is also an image in the mind.
Note:TUTTO È IMMAGINE
There are similar arguments for the rest of the five senses, to show that what we directly perceive is always an image or “representation” in our minds.
Note:VALE PER TUTTI I SENSI
All of this is leading up to the question: How do you know that you aren’t, right now, a brain in a vat?
Note:CERVELLI IN UN VASCA
Direct realists maintain—contrary to the argument given above—that we are directly aware of real, physical objects in perception and that this explains how we know about the nature of those objects.
Note:REALISMO DIRETTO
Indirect realists hold, instead, that our awareness of the real world is indirect. They accept arguments like the one given above, which says that what we are immediately aware of in perception is only mental images; however, they say that we can infer the existence of real objects corresponding to our images, because that is the best explanation for why we have the sort of mental images we do.
Note:REALISMO INDIRETTO
Idealists hold that there is no objective world; there is only the mind and the images, thoughts, feelings, and so on in the mind. (This is called “idealism” because the mental images used to be called “ideas.”)
Note:IDEALISMO
Skeptics hold that we cannot know that there is an objective world nor, if there is one, what it is like.
Note:SCETTICISMO
In the subsequent chapters, I will defend direct realism against all comers.
Note:TESI
When a person first hears about the brain-in-a-vat scenario, he is apt to have one of three reactions. Reaction #1: “That’s stupid. I refuse to talk about that.” Reaction #2: “Gosh, maybe I am a brain in a vat. How would I know?” Reaction #3: “What is wrong with this argument? And what can I learn from that about the nature of knowledge?” I would like to encourage you to cultivate reaction #3.
Note:REAZIONE ALLO SCETTICISMO
Objections to Direct Realism
I have just defended two traditional “direct realist” theses: first, that in perception, the things of which we are directly aware are the real, physical objects, and second, that as a result of perception, we know noninferentially that there are external objects having certain observable properties. I think this is the view of common sense, on both counts.
Note:DIFESA DEL SENSO COMUNE
I call it “direct realism,” but it is also often called “naive realism,”
Note:INGENUO?
Critiche al realismo diretto: The Argument from Perspective
But this universal and primary opinion of all men is soon destroyed by the slightest philosophy, which teaches us that nothing can ever be present to the mind but an image or perception…. The table which we see seems to diminish as we remove farther from it; but the real table, which exists independent of us, suffers no alteration; it was, therefore, nothing but its image which was present to the mind.
Note:CRITICA DI HUME
It is sometimes called “the argument from illusion,” but I beg leave to change its name, since the example to which Hume here appeals is an example of the phenomenon of perspective, not an example of an illusion.
Note:L’ILLUSINE
Now, says the indirect realist, since the character (specifically, the content) of our experiences depends on factors that have nothing to do with the character of the physical objects we’re supposedly (that is, according to direct realists) perceiving, we have to conclude that our experiences do not really count as awareness of those objects after all.
Note:CAMBIA LA PERCEZIONE MA NON L’OGGETTO
direct realists need not challenge the general premise about the nature of awareness. We can instead find properties of the external object that do vary alongside the variations in our experience to which the indirect realist is calling attention.
Note:IL COMPITO DEL REALISTA
What the sense of sight makes one aware of, directly and in the primary sense, is the angular sizes of objects, relative to the point at which the observer is located. Obviously, the angular size of an object will vary (assuming the object keeps the same linear size) depending on how far away from it one is. Given this, that the table will look smaller as you move away from it is precisely what we should expect if we are seeing the real table. This change marks no illusion; in fact, as Thomas Reid pointed out in his response to Hume, it is evidence in favor of our seeing the real object.
Note:LA VISIONE DELL’OGGETTO
it is essential to keep clearly in mind what is the issue between direct and indirect realists. The issue is whether the immediate objects of awareness in perception are subjective or objective—whether they are mental phenomena or physical phenomena. What I have done is to concede the relational character of these objects, but not their subjective character.
Note:L’OGGETTO DELLA CONTESA
In my view, then, the argument from perspective rests on a confounding of two distinctions: the objective versus subjective distinction and the intrinsic versus relational distinction. Perspectival variation shows that what we are directly, visually aware of is not an intrinsic property of the external object, since it depends on our position.
Note:CONFUSIONE COMUNE
Suppose you keep one hand in a bowl of ice-cold water for a minute, while at the same time the other hand is immersed in hot water. Then you simultaneously plunge both hands into a third container full of lukewarm water. What you would find is that the same water feels warm to the first hand and cool to the second hand. Traditionally, opponents of direct realism try to use this phenomenon to show that we do not really perceive the actual temperature of the water, for one and the same tub of water cannot simultaneously be both warm and cool.
Note:ACQUA CALDA
How should a direct realist explain what goes on in this experiment with the three tubs of water? One might try saying that you are aware of the temperature difference between the water and your hand. But there is a better answer: your sensations make you aware of the heat transfer between your hand and the water. The water “feels cool” to the one hand because heat is flowing from the hand to the water.
Note:SPIEGAZIONE REALISTA
Notice the strategy of this response: I concede that the property we are aware of in the example, the property we detect, is not an intrinsic property of the water (temperature). But nor is it something subjective (a sensation). Instead, I propose that it is objective but relational (heat transfer).
Note:LA STRATEGIA
I am not saying, here, that all the properties we detect through perception are relational; some of them, at least, are intrinsic. For instance, by the sense of touch, one can be aware of the ordinary, three-dimensional shapes of objects.
Note:NON TUTTO È RELAZIONALE
The Argument from Illusion
we make one more use of the optical illusion involving the stick half-submerged in water. The stick looks bent but is in fact straight. Can this phenomenon be used to show that we are not directly aware of the stick?
Note:LA RIFRAZIONE CHE CONFUTA IL REALISMO
The argument from illusion needs two stages. First, the indirect realist wants to argue that in this case, what one is immediately aware of cannot be the actual stick, and that it must be, instead, a sense datum. Second, the indirect realist wants to argue that if we are aware of a sense datum in this case, then we are also aware of sense data in normal cases, even when there is no illusion.
Note:L’ARGOMENTO DEL REALISTA INDIRETTO
I don’t think that, because the stick appears bent when it really is not, it follows that you are not directly aware of the stick. … Here is a logically sound argument: When you look at the stick, you are directly aware of something that is bent. No (relevant) physical object is bent at this time. Therefore, the thing you are directly aware of is something nonphysical. If (3) is true, then it would seem that we must posit a sense datum as being the thing that is bent.
Note:L’ARGOMENTO DEL REALISTA DIRETTO
first premise is false. When you look at the stick, you are directly aware of something (namely, the stick) that looks bent, but it is not in fact bent.
Note:ESSERE E SEMBRARE
When you look at the stick, you are directly aware of something that appears bent. No (relevant) physical object is bent at this time. Therefore, the thing you are directly aware of is something nonphysical.
Note:ARGOMENTO MODIFICATO DAL REALISTA DIRETTO
we could always say that we are aware of something that appears bent but isn’t.
Note:APPARENZA
My claims (a) that we are aware of objective, relational properties of physical objects in perception, (b) that in the case of illusions, we are also aware of physical objects, though they are not quite the way they appear, and (c) that hallucination is not awareness of anything,
Note:RIEPILOGO
The Argument from Hallucination
He asks us to compare a case in which a person sees a table with a case in which a person has a perfectly vivid and realistic hallucination of a table. Assume that the hallucination is qualitatively just like a perception,
Note:ESPERIMENTO RICHARD FUMERTON
The person with the hallucination has the same justification for believing there is a table as does the person who is seeing the table. In the case of the hallucination, the person’s justification for believing there is a table does not consist in his being directly acquainted with a table. Therefore, in the case of normal perception, the person’s justification for believing there is a table does not consist in his being directly acquainted with a table.
Note:ARGOMENTO FUMERTON CONTRO IL REALISMO DIRETTO
it is not an argument against my version of direct realism, because I do not say that our justification for believing in external objects consists in our being directly acquainted with them. I say that our justification for believing in external objects consists in the fact that, when we have perceptual experiences, external objects seem to us to be present, and there is no evidence in general against this. The person with the perfectly vivid hallucination also has an experience such that a table seems to him to be present and also (we assume) has no evidence against this; therefore, on my account, he has the same kind and degree of justification for believing in the table as we normally do when we see tables.
Note:NON CONFUTA IL REALISMO PRIMA FACIE
The Argument from Double Vision
If you look at your finger while it is out of focus, you will seem to see two fingers; alternately, you can induce double vision by pushing on one eyeball. Recall that the argument went, essentially, like this: In the case of double vision, you see two of something. There are not two (relevant) physical objects that you’re seeing. Therefore, what you see is something nonphysical.
Note:ARGOMENTO DOPPIA VISIONE
One possibility is to treat double vision as a kind of hallucination. We could then say: “You are not seeing two of something; you merely seem to be seeing two things.
Note:NON VEDO MA MI SEMBRA DI VEDERE
the correct description of the case is this: There is a single, physical object that you are seeing; however, that object seems to be in two places. That is, your visual experience incorrectly represents the finger in two different places.8 This is a case of a visual illusion.
Note:RICONDURRE ALL’ILLUSIONE
The Time-Gap Argument
Suppose you are looking at a star, up in the sky. Suppose the star is (or was) one thousand light-years away. That means that it takes 1000 years for light to travel from the star to where you are. Now, suppose that the star was actually destroyed 300 years ago. You would still be “seeing” it, because light it emitted before it was destroyed is still traveling towards Earth. People on Earth will continue to “see” this star for another 700 years. But wait—how can you be seeing something that doesn’t (now) exist?
Note:ESEMPIO DELLA STELLA
So what is it that you’re really seeing? Indirect realists have a ready answer, of course: a sense datum of a star.
Note:RISPOSTA INDIRETTA
Perhaps what you are really seeing is simply the light emitted by the star, rather than either the star itself or a sense datum. The light from the star continues to exist at the time you have the visual experience, so there’s no problem, right?
Note:LUCE
Here is another example. You’re in a large baseball stadium. You watch the batter hit the ball. A second after you see this, you hear the crack of the bat striking the ball, due to the fact that sound travels slower than light. Should we say that you are not really hearing the bat striking the ball, since that event no longer exists? Wouldn’t it be more natural to say simply that you hear the event a second after it happened?
Note:BASEBALL
The Causal Argument
It is well known that an object does not directly cause a perceptual experience in an observer—that there are intermediary processes that must take place in order for one to perceive a thing. In order for me to see the cup on the table, for instance, light rays have to travel the distance between the cup and my eye. Then electrical signals have to travel down my optic nerve. Then my brain has to process the information.
Note:INTERMEDIARI DELLA VISIONE
must we not conclude that I am not “directly aware” of the object?
Note:INTERMEDIARI=INDIRETTO?
if being directly aware of a thing means having awareness of it not based upon one’s awareness of anything else, then these considerations are irrelevant, for the aforementioned processes intervening between the cup and my experience of a cup do not include any states of awareness.
Note:NO
Brain processes cause my visual experience, but I am not seeing brain processes; I am seeing the cup.
Note:PROCESSI MENTALI
The Illusoriness of Secondary Qualities
According to this next objection, the physical objects around you are really colorless. The colors you think you are seeing on the surfaces of physical objects either do not exist, or exist only in the mind, as properties of sense data.
Note:I COLORI NON ESISTONO
It seems that any answer one gives to the question Which of the colors we seem to see under various lighting conditions is the true color of the object? will have to be merely stipulative.
Note:IL VERO COLORE
Put this another way: assume that color is really an objective property of the surfaces of physical objects. Then a physical object can have one and only one color (in a given place at a given time).
Note:UN OGGETTO=>UN COLORE
if we can never know the true color of anything, then why believe things have any true colors at all? Ockham’s razor would seem to dictate the elimination of such unknowable and explanatorily useless properties.
Note:RASOIO
Without even considering colorblind people, it is common to have two people disagree about the color of an object—for example, A says the shirt is red, B says it is orange.
Note:DALTONICI
If colors are really out there in the objects, this raises the question Whose color perceptions are right?
Note:CHI HA RAGIONE?
Third, we can make almost the same argument again by appealing to the more radical differences in color perception among species. Some animals can only perceive differences of light and dark, and not differences of hue.
Note:PERCEZIONE E SPECIE ANIMALI
Such are the arguments for the illusoriness of color. These arguments leave two alternatives open—if one accepts that physical objects aren’t colored, one might thence conclude that nothing has color, or one might conclude that colors are properties of sense data, rather than being properties of physical objects.
Note:O I COLORI NON ESISTONO O SONO NEI SENSE DATA
I believe that similar arguments can be given for tastes, smells, and sounds, to the effect that they are not in the objective, physical world either. Be that as it may, for the sake of brevity we focus only on colors.
Note:SUONI ODORI ECCETERA
let’s say that Bob has a pair of severely green-tinted glasses. When he puts on the glasses, everything looks green or black, regardless of what is (as we would ordinarily say) its true color. So now Bob has a red tomato in front of him. He puts on the glasses, and the tomato looks a very dark green or black. In this case, Bob is not seeing the color of the tomato,
Note:CAMBIO DI LENTI
There have been a number of philosophical theories about the nature of color, including: (a) There is no such thing as color. (b) Colors are properties of sense data. © Colors are dispositions that physical objects have to cause experiences of certain sorts in us. (d)Colors are dispositions that physical objects have to reflect light in certain ways. (e) Colors are complex properties of the surfaces of objects, including perhaps their textures and the electron structures of the molecules they contain, that explain the dispositions spoken of in (c) and (d). (f)Colors are undefinable and irreducible properties of the surfaces of physical objects. By calling them “irreducible” I mean they are not identical with any of the things spoken of in (c), (d), or (e), nor with anything else along those general lines.
Note:TEORIE DEL COLORE
All I need to do is show that (a) and (b) are not the most plausible alternatives. Alternatives (c), (d), and (e) all allow that physical objects are colored and so present no problem for direct realism as far as the present argument is concerned. It will suffice, then, to show that something along the lines of (c), (d), or (e) is more plausible than (a) or (b).
Note:INCOMPATIBILITÀ
I think (a) is implausible because it just seems obvious that I’m seeing a brown thing now.
Note:SENSO COMUNE
I propose to elaborate position (d), as perhaps the most natural and widely held sort of view.
Note:LA TEORIA PIÙ PLAUSIBILE
The main philosophical objection to such a view derives from the problem of metamers. Metamers are different spectral reflectance patterns that nevertheless look the same to the human eye … In other words, it is possible to have two surfaces that have very different spectral reflectance distributions, but that nevertheless look the same to us, so that we would classify them as the same color. 
Note:METAMERONE
we can say that there are two different systems for classifying colors. The scientific classification of spectral reflectance distributions (which are, in fact, colors) makes finer discriminations than the ordinary, everyday classification, but this does not make the latter wrong in an intrinsic sense; it simply answers to different interests.
Note:SISTEMI DI CLASSIFICAZIONE
We turn, now, to the first argument for the illusoriness of color: the apparent colors of things vary depending on the lighting conditions, so what are the conditions under which we perceive the true colors of objects? The obvious answer is: normal lighting conditions. That means reasonably (but not blindingly) bright, white light. So the pink look of objects under red light is just an illusion,
Note:NORMALITÀ
The vagueness of words in ordinary language provides an example of the same sort of indeterminacy; for example, there is no objective fact of the matter as to exactly how many seconds a person must have been alive in order for him to count as “old,” so the content of “old” is indeterminate.
Note:VAGHEZZA
The second argument for the illusoriness of color appealed to the variations in color experiences among normal humans, while the third appealed to the variations among species.
Note:DALTONICI E API
My response to these two arguments is the same. I say that these differences are differences in the qualia of the visual experiences, not in their contents. As a result, it need not be the case that one person, or one species, is “wrong.”
Note:QUALIA E CONTENUTO. L’INTERMEDIARIO NON INPLICA SENSE DATA
I have two major objections to indirect realism. One is epistemological: indirect realists make much easier targets for skeptics than direct realists do,
Note:IL REALISMO INDIRETTO FACILE PREDA DEGLI SCETTICI
The other major objection, which I will focus on in this chapter, is metaphysical. The indirect realist says that in perception, we are directly aware (only) of some sort of mental phenomena, which we’re calling “sense data.” The problem I want to raise for the indirect realist centers around the question Where are sense data located?
Note:OBIEZIONE AI SENSE DATA: DOVE SONO?
My argument against sense data, in brief, is this: In perception, the things I am directly aware of (at least sometimes) have locations. Only physical things have locations. Therefore, the things I am directly aware of in perception (at least sometimes) are physical things.
UNA LOCALIZZAZIONE DEVE ESISTERE
COMMENTO PERSONALE
La teoria difesa del realismo diretto resta poco convincente. E’ nella questione dei colori che appaiono tutte le sue debolezze. Per dire che i colori sono negli oggetti è costretta a ridurre il colore al suo spettro luminoso anche se a tutti noi è chiaro che quando diciamo “rosso” non ci riferiamo certo allo spettro luminoso di questo colore. Lo spettro è solo la premessa per realizzare il colore rosso. Riprova ne è che un cieco il quale padroneggia  teoria dei colori nella versione del realista diretto non sa ha alcuna idea di cosa sia il colore rosso. Questo, evidentemente, perché la teoria dei colori che il realista diretto è costretto ad abbracciare è decisamente incompleta privata com’è del suo aspetto fenomenico.
C’è poi la questione dello scetticismo: il realista diretto teme che il realista indiretto sia facile preda degli scettici, per questo respinge la sua teoria così adatta a dar conto delle illusioni e delle allucinazioni. Lui, per contro, si ritiene tutelato dal principio di credulità: cio’ che appare è cio’ che è fino a prova contraria. Ma questo principio è adottabile anche dal realista indiretto: il messaggio dei sense data è prima facie fedele alla realtà esterna. Una volta posto il principio di credulità, perché mai il realista indiretto dovrebbe essere più esposto agli attacchi dello scettico? Lo scettico puo’ dire al realista indiretto che i sense data non sono affidabili così come puo’ dire al realista diretto che è in contatto solo con delle apparenze. Entrambi si difenderanno con il principio di credulità: stessa difesa, stessa attaccabilità.
Quanto alla seconda obiezione posta nei confronti del realismo indiretto: dove risiedono i sense data? Risposta: nella coscienza (o nell’anima). Il realista indiretto, in questo senso,  è un dualista. E’ questo un grave inconveniente? No, al contrario, negare l’esistenza di questo “spazio” è impresa disperata: non c’è niente che conosciamo più intimamente dell’esperienza cosciente, anche se non c’è niente che sia più difficile da spiegare.