mercoledì 29 giugno 2011

Pensando all’ Africa davanti al nastro bagagli

V.S. Naipaul – La maschera della Africa – Adelphi

Già Conrad e Céline hanno raccontato il fastidioso tiepidume che emana dall’ incubatrice in cui s’ infila il viaggiatore europeo una volta doppiate le Canarie.

Costui non ci mette molto a capire che comincia una vita con l’ handicap in un mondo suscettibile da un momento all’ altro di dissoluzione irrazionale.

Naipaul segue le orme dei maestri esibendo una straordinaria abilità nell’ avvolgere l’ intero continente africano in una pellicola di sudiciume e apatia che non lascia traspirare alcunché rendendo tutto sudaticcio. 

Si termina la lettura del suo libro con il fiato corto e una gran voglia di colonialismo.

La speranza è al lumicino, per scamparla si anela un posto alla Nestlé.

 

David T. Cho

La città africana?

Non smette mai di estendersi.

Prima il verde scuro della foresta primordiale. Poi il verde tenero dii una terra stanca che ha dato frutto più volte.

Poi ancora una tangenzialina che ti fa ballare scuotendoti fin dentro le ossa mentre getti continue occhiate ai relitti di autocarri stracarichi abbandonati ai bordi della strada.

Infine un dilagare incontrastato di baracche, lamiere ondulate e spazzatura in decomposizione; il resto è polvere, crudeltà, privazioni.

L’ arrivo notturno è contrassegnato dai pochi deboli neon che tengono in vita il quartiere. Al mattino ti imbatti invece nei donnoni africani che passano e ripassano lo straccio con estrema lentezza sempre nello stesso punto stando nella loro tipica postura piegata alla vita a gambe dritte: sono più interessate ad origliare i discorsi intorno che ad altro.

Unica libagione: l’ acqua piovana. Prospera la capra e chiunque viva di niente fino al giorno del macello.

Una maledizione demografica ha colpito il paese: sembra che solo i tarati si riproducano in modo forsennato.

In questi termitai il traffico è immobile: un’ esperienza stremante. Le strade, una volta usciti dall’ arteria principale, hanno un tracciato incerto tra cumuli d’ immondizia.  Sui motorini si viaggia in due, in tre… cosa probabilmente vietata in epoca coloniale. In caso di sosta lungo un fossato maleodorante, la ricerca di penombra per degustare il vino di banana sarà fatica sprecata: il terreno sgombro facilita l’ avvistamento dei serpenti.

Il commercio è disseminato ovunque, ma sempre appesantito dalle trattative, irrisorio e incentrato sulla paccottiglia. Nelle botteguzze la pomata per il cancro al seno affianca quelle per la sifilide e la gonorrea. Frotte di bambini disertano la scuola e vengono spediti in strada per combinare piccoli traffici, sebbene facciano tutto controvoglia. Per lo più passano la giornata in ozio: sono i figli di un qualche boom (petrolio?) tenuti in vita giusto dalle nuove norme igienico-sanitarie. Sono bambini privi di risposte perché i genitori, ovvero coloro che normalmente danno le risposte, sono loro stessi in sofferenza.

Le case hanno la facciata piena di cartelli umilianti: “chi abita qui non paga l’ affitto”, “casa sottoposta a sequestro per inadempienza”.

Ma i mali non derivano tanto dalla cattiveria, quanto dal rincoglionimento pervasivo. Ad ogni angolo, un crocchio di gente in ciabatte se ne sta abbonacciato sotto la pioggia manco si trattasse di gnu nella savana. Girando per il calderone t’ imbatti di continuo in una folla brulicante dedita ora allo schiamazzo, ora alla cantilena. Una folla orfana da tempo di un capo branco calmo ed assertivo.

In ambito politico sono governati da belve.

In ambito culturale predominano i salotti in cui si blaterara unicamente di identità africana. Sono neri come la notte e si credono arabi. Vorrebbero costruire una loro epica ma come si fa? Qui tutto è un debole fango, tutto è fradicia terra rossa in perenne disfacimento. Questo paese sembra un palinsesto che si estingue ad ogni stagione delle piogge. La maledizione di una civiltà priva di scrittura la senti nell’ aria. Scrittura? Ma se non conoscevano neanche la ruota! Quel senso di frustrazione, quel senso d’ inferiorità, quella vergogna per le loro stesse capanne di paglia che provarono fin da subito dopo l’ arrivo degli inglesi, tutto puo’ essere nascosto solo da piccole rabbie effimere.

Il primitivismo lo subodori già al nastro bagagli dell’ aeroporto di Lagos. Cos’ è quello sgargiante assembramento nel punto esatto in cui i bagagli fuoriescono? Non sarebbe più logico distribuirsi lungo il nastro anziché dar vita a tumulti immotivati; ma il nigeriano non intende ragioni. Forse l’ apparizione della valigia risveglia un senso miracolistico e si è indotti a stiparsi per presidiare la magica soglia.

Poi, fuori dall’ aeroporto, quel che era disagio si trasforma in vero e proprio straniamento. I quartieri si confondono, con quei nomi dalle vocali così intercambiabili.

Le fogne traboccano ogni momento e i rivenditori di cibi cotti si limitano ad arretrare le loro bancarelle dal bordo della strada. La puzza e i profumi, il freddo e il caldo si avvinghiano in un nauseabondo miscuglio. Benvenuti in Africa!

Ogni tanto sul pattume sozzo spunta un gattino incredibilmente pieno di grazia. Un miraggio.

Girerai per strada con i tuoi vestiti bianchi divenuti grigiastri dopo il primo bucato con l’ acqua indigena. Mangerai molti cibi sulla cui origine è meglio non indagare. Se non lo farai, perché sei venuto fin quaggiù? Entrerai in un bar con il ventilatore arrugginito. Dopo aver dato qualche mancia il locale comincerà a pullulare di straccioni in cerca della questua. Ti tornerà in mente la cabina della nave di Una notte all’ opera dei fratelli Marx, che si riempie di gente in modo inverosimile.

Tutto è corrotto, a partire dalle guide.

Ti chiedono cifre spropositate con grande tranquillità. Si accontentano poi di un decimo. In loro compagnia ti sembra di sentire scattare un tassametro taroccato. Come imbonitori ti annunciano con enfasi: “questo sito culturale è di estrema importanza”. E così dicendo esauriscono le loro riserve di lingua inglese. Ma quanto ti fanno girare prima di confessare che non sanno la strada! Sanno però cosa vuole il turista dal Cicerone, cosicché puntano molto sull’ effetto pruriginoso: come è stato castrato Tizio e come è stato essicato Caio.

Il prezzo contrattato cambia invariabilmente al momento della dazione; ma non di poco! Del resto nel discuterlo, non procedono per piccoli incrementi, ma raddoppiano di brutto! Le valute, poi, fluttuano e un prezzo fissato in euro si trasforma magicamente in sterline (mai il contrario). Se poi nella contrattazioni esponi le tue ragioni, abbandonano la modalità interattiva per fare lunghi discorsi zeppi di informazioni apparentemente slegate e buttate lì al solo scopo di estenuarti con la complicità del caldo. Ad ogni modo, qualsiasi sia la cifra convenuta, è abbastanza chiaro che le contrattazioni non sono mai chiuse del tutto. Mostrarsi indifferenti al denaro puo’ essere fatale.

Ogni percorso in loro compagnia diventa labirintico, ogni gesto quotidiano si trasforma in impresa. Stai su una barca in cui qualcuno rema contro, lo senti. L’ ostruzionismo è palpabile.

Si rivolgono a te in una lingua raffinata e criptica. Puntualmente viene ventilata l’ idea che una mancia sarebbe opportuna per sbloccare la situazione e fare un passo in avanti. Ma alla meta mancano centinaia di passi.

Per uscire dai garbugli e tornare in albergo non resta che affidarsi alla fortuna degli sprovveduti. C’ è un dio anche per questo.

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Una volta arrivato qui ti senti vicino alle scaturigini della vita, ritorni all’ inizio di tutto, nel pozzo senza fondo delle superstizioni. Ti accosti ad una religiosità dalla natura inafferrabile.

L’ africano è sempre pronto a buttarsi prono in terra quando passa l’ indovino del quartiere, e il  consigliere d’ amministrazione in abito scuro della Lever laureato in Inghilterra non fa eccezione.

I luoghi religiosi, non servono tanto alla meditazione, quanto piuttosto alla richiesta di benefici. E il personale religioso si adegua.

L’ indovino da cui vieni condotto usa lo scacciamosche con perizia: nell’ ascoltarti segnala gradimento, comprensione e riesce persino a farti capire con delicatezza che ti stai dilungando un po’ troppo. Ora che tocca a lui parla drammatizzando in modo parossistico gli eventi che ti riguardano: hai estremo bisogno del suo intervento. Le tue disgrazie eccitano i presenti compiaciuti (in africa esiste sempre una corte che non lascia mai solo il turista). Poi, sebbene tu non l’ abbia contraddetto, ripete nuovamente da capo i pericoli che ti insidiano e le raccomandazioni. Se sminuisci facendo il fatuo non troverai collaborazione di sorta in nessuno. Parole che se ascoltate a freddo non ti avrebbero mai colpito, ora ti scuotono. Capisci come sia assolutamente necessario che un mito poggi su altri miti. Dal muro, intanto, occhieggia rassicurante l’ iscrizione all’ albo professionale. Vorresti ragionare ad alta voce per non cadere in confusione, ma non puoi appartarti. Insomma, entri da loro con un problema e ne esci con dieci. Un po’ tipo i nostri dentisti quando vai per l’ igiene orale.

I templi si susseguono, e se vuoi visitarli devi entrare scalzo rassegnandoti ai funghi che contrarrai. Ma cosa sei venuto fin qui a fare altrimenti? Molto meglio che le febbri tifoidi e il colera. Stai calmo, cio’ che vedrai in questi attimi frettolosi ti resterà nell’ animo e diventerà sempre più magico con il passare degli anni. Intanto offri il tuo uovo (che si mangerà il pitone nel giro di un giorno).

Laggiù la modernità è la circoncisione con la Gillette anziché con la scheggia di canna.

Laggiù la modernità equivale al cristianesimo, e la religione costituisce l’ unica attività intellettuale.

Ma anche il cristianesimo cede a forme degradate.

Per sbarazzarsi degli spiriti, la chiesa deve riconoscerne l’ esistenza e fare esorcismi. Il che aumenta la confusione.

Le chiese hanno nomi altisonanti che si sforzano di non essere ripetitivi (Mountain of Fire, The Redeemed Church of God, Christ Apostle Church…). Le funzioni durano quattro ore allo scopo, sembra, di utilizzare quantità industriali d’ incenso. L’ incenso procura un gran divertimento ed è il piatto forte della messa! L’ uso dell’ incenso attira fedeli sempre nuovi, anche se l’ uso del latino ne fa scappare almeno altrettanti.

Ma la scelta della religione dipende da fattori trasversali. Esempio, se in famiglia c’ è un parente addetto ai sacrifici rituali, la carne in tavola è garantita e la scelta di fede è obbligata.

 

Per donne e animali è una vita di legnate.

Capisci subito come mai non si vedono circolare cani e gatti: costituiscono l’ oggetto privilegiato del teppismo infantile. Hanno appena torturato e deriso una ridicola cagnetta magra con le mammelle gonfie.

Gli africani non amano gli animali, pochi sfuggono alla loro noncurante crudeltà. Solo nei parchi sono al riparo dai tormenti.

Molto gradite sono le risse fra scimpanzé, che vengono sobillate in ogni modo, magari fornendo loro una colazione imprevista. In questi casi i primati fanno un baccano pazzesco e menano colpi potenti che risuonano a distanza, tutto si trasforma in un grottesco squittio, la gioia indistinguibile dal dolore. Ma gli stessi scimpanzé costituiscono un piatto prelibato: “carne di boscaglia”, la chiamano gli indigeni, i quali, a dargli un fucile e a lasciarli fare, si divorerebbero tutta la fauna del continente.

Il cavallo scartato per il polo viene messo in libertà e comincia a nutrirsi come puo’, perlopiù dell’ onnipresente immondizia. Diventa sempre più scheletrico finché un giorno noti un gruppo di scimpanzé che gli rovista nella pancia. Impietosita, la moglie di un diplomatico cominciò a sparare in testa a questi esemplari. Oggi, fortunatamente, esiste una ONLUS che si dedica a tempo pieno a sparare in testa ai cavalli abbandonati. La storia si ripete per i levrieri inadatti alla corsa, ma queste povere bestie sono tanto gracili che spesso bastano le fiondate dei monelli per liberarsene.

Per bastonare le donne, invece, esiste una divinità mandinga apposita: Mumbo Jumbo.

L’ africano è (era) poligamo e tra le mogli, come si sa, si scatenano spesso risse. Al che il marito, via skype o via cellulare, chiede l’ intervento di Mumbo Jumbo (di solito un amico di famiglia disposto a travestirsi). Quando la maschera arriva in casa, individua le responsabili o prende un paio di mogli a caso, le porta ancora piagnucolanti sulla piazza, le denuda e le riempie di sganassoni e pedate tra l’ ilarità e lo scherno della folla radunata a godersi il diversivo. L’ ambulanza chiude la festa mentre l’ amico incassa lo cheque.

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Naipaul riserva uno sprezzo sincero solo alle brutture di oggi. La brutalità del passato sembra avere un rango differente, viene narrata piuttosto con rispettosa meraviglia. Viene ridotta ad elaborata ritualità di corte. Un crudo tassello di civiltà compiute.

Nonostante l’ ammirazione, evita con cura di propinarci una versione romantica dei culti tradizionali, sa bene che in passato la gente veniva uccisa come selvaggina, sa bene come molti monumenti non siano altro che piramidi di teschi e ossa, sa bene come l’ estasi della guerra fosse tra le più ricercate, sa bene come la stregoneria si regga su un reverente terrore e sull’ arbitrio. Sa bene come, diversamente dai mussulmani e dai cristiani, quella cultura non conosca il perdono.

Anzi, l’ arbitrio è l’ autentico veleno che ammorba la società tribale. Viene detto chiaro e tondo. L’ incertezza che procura blocca ogni istinto costruttivo. Quante storie giungono puntualmente ad una svolta che suona all’ incirca così: “… e poi perdemmo tutto perché la tribù della nostra famiglia fu accusata di aver fatto uso di incantesimi contro il dignitario della tribù rivale…”. La gente è convinta che la malaria, una delle maggiori cause di morte, sia da imputare alla stregoneria. Per loro non è uno scherzo: come possono ridere di cio’ che temono?

Tutto vero. Ma era pur sempre una cultura! E la rottura di quei freni culturali ha dispensato solo caos e anarchia. Con le nuove religioni il popolo diventa insubordinato e la democrazia, poi, non ha fatto che completare l’ opera aumentando lo smarrimento.

Naipaul è un anziano conservatore dall’ animo sospettoso e a volte persino meschino.

Ma tutto cio’ che c’ entra? E’ forse il più grande scrittore vivente, anche per questo la lettura del suo libro sull’ Africa regala un piacere unico.

Come certe strade in leggera discesa ti fanno sembrare un grande ciclista, una prosa che scorre su un impercettibile declivi ti fa sembrare un lettore di razza: non ne hai mai abbastanza, divori interi volumi senza sforzo e non temi le distanze. In un certo senso questo post, così infarcito di accenni a situazioni estreme, non rende giustizia di un testo che è invece morbido, sinuoso, con tante storie che si incastonano l’ una nell’ altra senza traumi. Che distanza dalle brillanti trovatine estemporanee con cui noi blogger tentiamo di attrarre l’ attenzione! Parlo di una virtù che è propria solo dei grandi narratori-maratoneti: Tolstoj, Flaubert

Di fronte al talento adamantino, il conservatorismo passa decisamente in secondo piano. Direi di più, di fronte a tanta felicità espressiva, come non sospettare che l’ ideologia non sia al servizio della bellezza?

E’ proprio vero, chi non riesce a godersi l’ arte, cerca di consolarsi polemizzando con essa. E allora, ecco che all’ incontro clou del festival di Mantova, la solita intervistatrice sempre in cerca del colpaccio, davanti ad uno scrigno di tesori che chiedeva solo di essere scoperto, ha privilegiato la polemicuzza (come si sarà capito da quanto ho riportato, gli spunti non mancano) facendo scattare l’ irascibilità prima e il mutismo dopo.

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Dentro l’ Africa, c’ è un’ Africa che si chiama Etiopia. Per riabilitare quel misto di antiquato e moderno di cui diffida tanto Naipaul, mi raccomando proprio all’ Etiopia e alla meravigliosa sintesi della musica di Mulatu Astake riveduta e corretta dagli Heliocentrics.

Mulatu Astake and the Heliocentics – Inspiration information