martedì 17 ottobre 2017

Padri sciagurati

Padri sciagurati

Il “padre sciagurato” ci parla di paternità e di  “povertà non meritevole”. Vale la pena di mettere una lente su di lui per vedere come pensa e come agisce.
La lente a cui accenno sono le 110 interviste a padri sciagurati fatte da Kathryn Edin/Timothy J. Nelson e raccolte nel volume “Doing the Best I Can: Fatherhood in the Inner City”. Una miniera.
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Il padre sciagurato è giovane, povero, vive nella periferia degradata  e non sposa la donna che gli dà un figlio.
Su di lui corrono molte leggende da cui è bene guardarsi.
In genere è visto come un egoista, un tale che mette incinta la sua ragazza e poi scappa.
L’uomo assente per antonomasia.
Un tale che in modo incurante schiva le sue responsabilità.
L’eterno ragazzo che non cresce mai. Una piaga della società.
Secondo il ritrattino di prammatica questi ragazzi sono interessati solo al sesso. Rifuggono invece paternità e responsabilità.
È gente che semplicemente se ne frega.
Di lui si dice in modo icastico che “colpisce e scappa“. La sua condotta è bollata comerapace.
Lo si pensa come uno che ha 6 figli da 6 donne diverse e che non usa preservativo perché “alle donne non piace“.
Lo stereotipo gli fa dire “quando una donna ha un figlio e lei che se ne deve occupare”.
Si crede che una volta sparito non si faccia più vivo e non contribuisca in nessun modo alla crescita del piccolo: “tanto c’è il welfare”.
Eppure lo stereotipo sembra più una caricatura che la realtà.
Non c’è nessun “cattivo egoista” che pensa solo a se stesso quanto piuttosto uno stupido che non sa vedere lontano.
O ancora meglio una persona senza forza di volontà che quando arrivano le vere sfide soccombe.
Parliamo di una persona con una scarsa istruzione, spesso non è nemmeno diplomato.
Il suo stile di vita è immorale più che obbligato. È un “povero non meritevole” a tutti gli effetti.
Fa danni: il figlio abbandonato andrà male a scuola fino ad abbandonarla presto per lavoretti “di merda”. E’ probabilissimo che delinqua.
Nella sua vita tutto è precario: le  relazioni sentimentali, il  lavoro, e anche il legame con i figli.
La legge che governa la sua vita:  “da cosa nasce cosa“. In fondo a questa catena c’è il suo bambino, nato in quanto “ultima cosa”.
Ogni suo passo è compiuto sulla base delprecedente senza che un chiaro percorso sia stato delineato con un minimo di anticipo.
Per lui il bambino non è l’espressione di un impegno preso con la sua ragazza ma è la fonte di un impegno. Non fa parte di una storia condivisa, non è il frutto di un unione, non è un obiettivo comune ma è il punto di partenza per galvanizzare l’unione.
Nella fase iniziale  lavora duro per tenere insieme la “famiglia”, qualcosa di cui è tremendamenteorgoglioso.
Si propone di non fare più “cazzate”. E allora giù promesse solenni e commosse. Ma sincere, eh.
Purtroppo il legame “familiare”, tutto incentrato sul bambino, è troppo debole per realizzare la trasformazione richiesta.
Lei comprende tutto molto presto e non ci pensa due volte a lasciarlo indietro. Ci mette una pietra sopra: sa che sarà un ostacolo più che un aiuto.
Ma lui rifiuta il ruolo di bancomat (che del resto nemmeno è in grado di assolvere): vuole “essere padre”! Vuole “esserci”, va fiero del sui nuovo status. Buone intenzioni, ma velleitarie.
Per lui, alla fine, “essere padre” significa di fatto diventare “il migliore amico” del figlio. Il resto è troppo faticoso.
Ma questa definizione del proprio ruolo lascia tutto il lavoro duro  sulle spalle della donna.
Mantenere la famiglia, impartire una disciplina, fornire una guida morale… tutto sulle spalle di lei. Lui è l’amicone che passa ogni tanto di lì a dare buoni consigli quando non puo’ più dare cattivi esempi.
Magari su diversi figli disseminati per la città riesce anche ad essere un buon padre per uno di loro. Questo basta e avanza per sentirsi riabilitato. Scatta l’autassoluzione da tutto.
È orgoglioso di non aver mai declinato esplicitamente le sue responsabilità.
L’impegno che ha in mente è grandioso ma l’ impegno di fatto consiste nel dare una grattatina al pancione della sua donna in attesa.
Quando – durante la gravidanza – pensa al suo futuro è cautamente ottimista. È sempre così infondatamente ottimista!
A qualche mese dal parto la comunicazione con la compagna dà i primi segni di stanca. Lui comincia a vedere “altre persone“.
Non lascia recapiti, si assenta per giorni.
Vede il figlio di rado, solo quando il piccolo visita la nonna paterna. Sì, è’ tornato a vivere con la mamma.
A proposito della famiglia di origine: non era poi malaccio, anche se di bassa estrazione: su di lui c’erano grosse aspettative.
Quando tocca il fondo si pente e vuole ricominciare.
Realizza che sta sprecando la sua vita ed esprime solenni promesse di redenzione. Comincia a battere le strade per cercarsi un nuovo lavoro. Si iscrive alle serali. Addirittura si compra una casa. Non è granché ma è sempre la sua casa. La sua vita èun’altalenasempre un su e giù.
La ragazza che mette  incinta è una sua collegavolubile giù al “lavoro di merda”, una che ha mostrato interesse per lui.
Tra i due tutto avviene in modo veloce e senza programmi. “Abbiamo cominciato a parlare e poi ci siamo messi insieme. Dopo un po’ è arrivato anche il bambino”. È naturale che sia così, è come se agisca il destino, non ci sono “decisioni” da prendere in una storia del genere.
Non è un donnaiolo senza scrupoli, questa relazione è la più significativa della sua vita, dopo quella con la mamma.
Nel raccontarla usa un linguaggio burocratico, è succinto, termina in pochi secondi, è piuttosto freddo, non vengono utilizzate parole di amore, non ci si sofferma molto su di lei per descrivere cosa lo aveva colpito in particolare, per menzionare qualche sua qualità. Si sono semplicemente “messi insieme”.
E che sia chiaro che nel periodo del concepimento lui stava “insieme” alla sua donna, non si trattava di un semplice abbordaggio.
D’altronde, chi non usa il preservativo ha tutto il diritto di chiamare “compagna” la donna con cui va. Sono le puttane che che chiedono il preservativo.
Il bambino è concepito all’interno di un legame. Il bambino ha una madre è un padre. Un legame bolso ma un legame. Una roba che non è né casuale né seria.
Non si puo’ escludere che il padre sciagurato abbia un padre sciagurato.
Non si puo’ escludere che disprezzi i suoi genitori, anche se resta attaccato alla mamma.
Il padre sciagurato ha mollato gli studi passandodal tedio della peggiore scuola della città a lavoretti “di merda” con salario minimo.
Arrotonda spacciando erba.
Se gli capita di accumulare un gruzzoletto se lobeve e se lo fuma. Poi passa qualcosa anche a lei… perché è pur sempre un padre con delle responsabilità.
I suoi guai non derivano dal fatto che sia un “gran figlio di puttana”. E’ che i guai più grossi sembra si divertano a finire sulle spalle di chi è meno equipaggiato!
Di solito ruba la ragazza al suo migliore amico. In realtà, esiste un gruppo di ragazzi e ragazze che stanno insieme provvisoriamente turno. Un gioco combinatorio a livello di isolato.
La ragazza da cui ha un bambino non sembra molto diversa da quelle precedenti. Non sembra affatto una “prescelta“. È capitato con lei.
Fa le cose e le nega, fa cazzate e si autoassolve grazie a un cavillo. Si badi bene a non articolare troppo le accuse nei suoi confronti perché se anche solo una minima parte non regge appieno lui la prende a pretesto per autoassolversi da tutto.
Alla fine si sente come  “incastrato” dalla sua donna. Praticamente una vittima. Per fortuna che lui “sente” di essere responsabile e non intende abbandonarla quando potrebbe tranquillamente farlo.
La sua donna non è la donna ideale, avrebbe tanto voluto “innamorarsi” ma qualcosa non è scattato
Quando riferisce a sua mamma del bambino lei lo apostrofa definendolo “testa di cazzo e cretino”.
Riconosce il figlio orgogliosamente. Altro orgoglio: non aver spinto la sua donna ad abortire. Avrebbe potuto farlo!
“Stare insieme” significa passare del tempo insieme che non sia sbaciucchiarsi o scopare. È una condizione più seria dell’abbordaggio: per “finire” occorre che qualcuno molli l’altro. Ci si aspetta fedeltà, almeno in teoria (ma molto in teoria). Ecco, dentro un legame del genere nasce il figlio dei padri sciagurati.
La neo-mamma vive nel suo condominio, èun’amica di sua sorella oppure la ex di un suo amico. Il legame è breve e tenue… finché accade l’inevitabile.
Il padre sciagurato afferma con orgoglio: “qui i bimbi vengono trattati bene, non ci sono abusi”. Odia con tutto il cuore chi tratta male i bimbi. Un pedofilo se lo mangerebbe vivo.
Rimpiange quel suo insegnante che teneva la classe con pugno di ferro: “lì ti spaccava nel culo”, dice con tono di approvazione. Sembra quasi implorare una severità dall’alto che lo tenga in riga. Sente che la sua salvezza può arrivare da una disciplina imposta.
Ricorda che le cose sono cominciate ad andar malequando è arrivato in città. Le mille tentazioni della città.
Si fidanza ma non smette di guardare le altre. Guarda le altre senza essere un Casanova, intendiamoci.
Si sono trovati senza grandi sforzi, senza unacaccia: non c’è selezione dietro il loro incontro.
Non c’ è voglia di evitare una gravidanza, non c’è pianificazione nella loro vita.
Si ricorda esattamente il giorno del concepimento, per lui è un momento significativo. Ha sempre voluto essere padre. Nel momento in cui viene a sapere che lei aspetta lui si trasforma.
La paternità lo rende felice, è come una vacanza da una vita di fallimenti. È un punto di ripartenza.
Non che sia soddisfatto perché desideroso di affermare la sua virilità, piuttosto perché il bambino gli sembra qualcosa di puro e innocente: qualcosa di bello che può essere ricondotto a lui e solo a lui.
Il piccolo e è una replica ripulita di se stessi. Qualcosa di bello da cui ripartire. Anche se molti, lo abbiamo visto più sopra, lo descrivono come un cattivo, lui si pensa come un eroe.
Travolto da troppe aspettative, innanzitutto quelle che nutre lui, dopo le prime difficoltà si cade. Ci si èsopravvalutati, come sempre.
Tutta la relazione è incentrata sul bambino, ma quando non funziona tra i due, presto non funzionerà nemmeno tra il padre e il piccolo. E comincerà l’allontanamento. Di fatto si rovescia il matrimonio tradizionale, quello in cui la relazione tra i coniugi precede quella filiale.
Sul matrimonio è cinico. Ma capisci subito che è la sua aspirazione.
Dice di cercare una compagna per la vita, un’ anima gemella, e si lamenta del materialismo gretto della mamma di suo figlio. E’ diventata così dura… prima non era così.
I suoi sogni banalizzano il reale e glielo fanno odiare. A volte sogna amori folli ed esprime un romanticismo patetico. La donna è vista come una puttana per la sua durezza e il suo eccessivo materialismo.
Mai direbbe che la madre deve caricarsi tutto quello che riguarda i figli! Tuttavia, se deveprecisare i suoi doveri è molto vago e di fatto si limita a contribuire sporadicamente, un po’ qui un po’ lì, ora sì ora no.
La sua ambizione principale è quella di essere un modello per i figli. Piuttosto che niente si propone come modello negativo mostrandosi e dicendo in modo patetico: “non fate mai come me”. E’ la strategia dell’esempio negativo, che è pur sempre un esempio. D’altro canto indica la mamma come esempio positivo: “fate come lei”.
Fallisce perché cade in tentazione (alcol, sostanze, donne, crimine…). Viene rimproverato e dopo una serie di umiliazioni c’è un momento in cui rinuncia, in cui si scrolla di dosso ogni responsabilità e sparisce..
Ma spesso è la mamma che lo scaccia e che gli proibisce di incontrare i bambini, le ragioni di solito sono valide… ma non sempre. Nella rinuncia conta anche la disposizione dei bambini, la fiducia che dimostrano verso di lui.
Il suo principale cruccio, dopo, è che può vedere i bambini solo quando ha qualcosa da offrire, un gelato, un regalino. Ma in genere ha ben poco da offrire.
Se un altro uomo ha preso il suo posto accanto la mamma soffre come una bestia.
Spesso resta però innamorato dei suoi figli, li aspetto fuori dalla scuola nascosto dietro l’angolo cercando di intercettarne un’occhiata.
A volte precipita in un barbonaggio nel corso del quale continua a pensare ai suoi figli come àncora di salvezza.
Solo il 7% dei padri sciagurati mostra una mancanza di interesse verso i figli.
Quando fallisce come padre preferisce riprovarci altrove anziché perseverare. Preferiscericominciare piuttosto che insistere.
Sorpresa: i padre sciagurati non sono sciagurati con tutti i loro figli, prima o poi succede che con uno di essi riescano ad essere dei padri meritevoli. In poche parole, sono dei “padri seriali” che si fermano finché non riescono.
Un tempo il buon padre nemmeno parlava a suo figlio. Il padre sciagurato è tutto il contrario, cerca una “relazione” umana costi quel che costi. In questo senso il padre sciagurato è estremamente moderno. Vede nel figlio la principale fonte di significato e di identità personale, da lì può sorgere quell’autostima che non ha mai avuto.
Il padre sciagurato ha avuto pochi amici, i suoi figli saranno i suoi amici. Il tempo passato con i propri figli, magari anche solo per insegnare a pisciare in un cespuglio, è visto come una ricchezza irrinunciabile. Sono i figli il vero valore al centro delle loro vite, non gli amici.
Per lui la paternità ha un grande fascino, è un modo per proclamare la propria esistenza. Qualcosa per cui non potrà mai essere negato: la presenza di un figlio impedirà di negare la sua.
Lo schiaffo più umiliante lo riceve quando il figlio gli dice a muso duro che il compagno attuale della mamma per lui è come un padre. A questo punto risponde alzando la voce che “di padre ce n’è uno solo e lui è suo padre, anche se non ha una lira in tasca”.
Avere un figlio significa avere una possibilità, e il classico padre sciagurato è un uomo perennemente a corto di possibilità.
Chiedetevi perché tanti figli partoriti da mamme sole vengono in realtà riconosciuti. Il riconoscimento porta solo grane, non è certo la strategia ottimale per chi vuole alleggerire i suoi pesi. Inoltre, non ti dà nemmeno molti diritti, la mamma e comunque riconosciuta come custode primaria del piccolo e mantiene praticamente tutti i diritti su di lui.
La battaglia dei sessi un po’ di questo tipo: da un lato c’è la mamma che si occupa praticamente di tutto, dall’altro c’è un padre spiantato che proclama di non essere solo un bancomat e di voler “fare il padre”.
I padri sciagurati sono tali anche perché l’asticella per loro si è alzata: dei doveri si sono aggiunti rispetto a prima, le compagne pretendono di più e loro hanno meno da offrire.
La dinamica è percepibile anche nelle classi alte, ci si sposa dopo che si è lanciata la propria carriera, il matrimonio diventa una ciliegina sulla torta ma se la torta non c’è tutto perde di senso.
Paradossalmente il padre sciagurati sono padri moderni, i lavoretti banali da fare in casa sono l’unica cosa che è rimasta loro. Visto che non possono preparare una torta offriranno la ciliegina. Un modo alternativo per sentirsi impegnati con la propria progenie. Ma ovviamente alle mamme non basta.
Assumersi il 100% della responsabilità finanziaria nella propria famiglia è stato rimpiazzato da un generico “faccio il meglio che posso” che di fatto si traduce in un “quando c’ho due euro mi faccio un bicchierino, una sigaretta e poi passo il quel che resta alla mamma”.
Il padre sciagurato è un padre alla Disney, un compagnone che schiva i compiti pesanti senza ammetterlo. Ha il ruolo dello  zio preferito. Ma non è quello che chiedono le madri, cosicché la relazione va a ramengo…
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Da quanto detto possiamo tracciare in tre fasi una teoria della paternità moderna e della sua crisi.
Fase 1
Nel mondo agricolo la famiglia era unita e si lavorava senza spostarsi da casa. Il padre, capofamiglia, supervisionava tutto ed era sempre presente. Per i figli costituiva un modello da osservare in azione e da imitare. Ricopriva anche un ruolo vocazionale.
Fase 2
Nel mondo industriale il padre si assentava tutto il giorno limitandosi alla funzione di bancomat. I redditi erano modesti ma stabili. L’importanza delle entrate gli conferiva comunque un prestigio che lo manteneva in sella quale capofamiglia. Anzi, a volte l’assenza prolungata ricopriva d’aurea la sua persona.
Fase 3
Nell’era dei servizi la donna entra prepotentemente nel mondo del lavoro. I padri devono collaborare anche in casa. Fuori i lavori si fanno più flessibili e incerti.
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Cominciamo con il dire che la crisi dei “padri” riguarda le classi medio basse, tanto è vero che in alto la famiglia tradizionale resta solida e spesso numerosa.
Ma perché la figura del padre entra in crisi nella fase 3? Due tendenze si incrociano:
1. La donna, imbevuta nella nuova cultura, si aspetta ora un doppio ruolo dal maschio:bancomat + “mammo”. Il mancato aiuto in casa crea dissidi, ma il bancomat crea l’allontanamento. Non c’è simmetria.
2. Molti uomini, obsoleti sul mercato del lavoro, difettano nel ruolo di bancomat e cercano di compensare con quello di “mammo”. Si illudono che i nuovi compiti del maschio possano essere“sostitutivi” anziché “aggiuntivi”. Si tratta dei “padri sciagurati” che le mamme respingono.
3. L’uomo privato della sua paternità è meno motivato a stabilizzare la sua posizione lavorativa, il che peggiora la sua posizione facendolo entrare in un circolo vizioso.
Riassumendo: il ruolo di bancomat si fa più duro e la necessità assoluta di un bancomat meno impellente, il doppio trend indebolisce il ruolo del padre.
In altri termini: rispetto a prima il lavoro flessibileconferisce alla donna più autonomia e all’uomo più precarietà. La mamma precaria sul lavoro è accettabile ma il “mammo” precario sul lavoro no: i padri vengono allontanati da madri sempre più esigenti.
Sembra che il messaggio culturale sul contributo domestico sia passato ma non passi quello per cui il padre debba essere accettato anche come bancomat incerto e spesso fuori uso.
Che fare?
Boh.
Si dovrebbe in qualche modo sfruttare la voglia di “essere padri” dei cosiddetti “padri sciagurati”, ma come?
papaa