sabato 21 ottobre 2017

Bùn bùn in cujùn

Bùn bùn in cujùn

Chi si oppone allo ius solis spesso lo fa adducendo l’argomento per cui in mancanza di una lingua e di una cultura comune l’integrazione diventa difficile se non impossibile.
A costoro si risponde che cultura e lingua non possono essere un ostacolo alla concessione di quello che è solo il diritto di far parte a pieno titolo della comunità alla cui ricchezza si contribuisce, magari pagando le tasse.
Chi si oppone alla secessione della Padania di solito lo fa adducendo l’argomento per cui “la Padania non esiste”, ovvero non ha una sua lingua caratteristica, dei costumi suoi propri e una cultura che la contrassegni (“non è mica la Catalogna”).
Il fatto è che chi dà più peso alla cultura quando parla di secessione è la stessa persona che ne dà meno quando si parla di ius solis. E viceversa.
Miracoli dell’ideologia.
Ci sono argomenti conservatori e argomenti libertari che possono essere applicati sia alla causa dello ius solis che a quella della secessione. Ebbene, chi favorisce l’argomento conservatore per la prima questione di solito favorisce quello libertario nell’altra: mirabile coerenza. Possiamo considerare attendibili questi pareri? No.
Gli argomenti a favore di una secessione, infatti, non si limitano a quelli tipicamente conservatori, ovvero quelli fondati sulla “cultura particolare” di un popolo, ma si estendono a quelli libertari, ovvero quelli fondati sulla volontà di un popolo. Quelli che vedono La nazione come un’unione basata sul consenso più che su una lingua o delle tradizioni.
Che il consenso per la secessione della Padania si formi non è cosa sorprendente, per rendersene conto basterebbe dare un’occhiata a ciò che nella contabilità nazionale va sotto il nome di residuo fiscale regionale.
I residui fiscali delle regioni italiani sono le differenze tra quanto i residenti pagano in tasse e quanto lo stato spende nel loro territorio.
Analizzando questa variabile scopriamo che solo 7 regionistanno più o meno saldamente in piedi da sole, neanche il Trentino è autonomo.
Piemonte, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana e Marche sono le regioni virtuose. Con la Lombardia che si staglia in alto a destra di tutti i grafici.
… [Il Lazio è un caso particolare. Spiega bene Lodovico Pizzati: “capita spesso che, nella ripartizione regionale, le entrate fiscali riconducibili allo stato centrale (vendita di beni, ecc…), a prescindere dalla regione nella quale sono state raccolte, vengano attribuite alla regione Lazio perché nella medesima c’è Roma ed a Roma ci sono i ministeri… Poffarbacco, ma guarda guarda quante più tasse paga il Lazio, rispetto alle altre regioni, su redditi di capitale, vendita di beni e servizi, alienazione di beni patrimoniali, e altre entrate correnti! Pagano forse i cittadini laziali le tasse per i beni e servizi pubblici venduti dalla Puglia al Piemonte? Certo che no. Pagano forse i cittadini laziali le imposte sul reddito da capitale di tutte le grandi imprese (molte controllate dalla mano pubblica, anche se di forma legale privatistica) residenti fiscalmente a Roma? Certo che no. Sono forse a carico dei soli cittadini laziali i proventi che derivano dalle alienazioni di beni patrimoniali dello stato, da Lampedusa a Vipiteno? Certo che no. L’attribuzione, dunque, è spuria]…
L’esito nel dettaglio dipende poi dall’anno considerato, oltre che alle voci di bilancio a cui si intende dare rilevanza. Tuttavia, la storia di un gruppone di regioni stabilmente al traino di altre è veritiera. La sproporzione del carico sembra eticamente problematica.
mucca
Dalla schiera dei “bisognosi sistematici”  lascerei fuori certe regioni a statuto autonomo, ovvero quei territori che sarebbero finiti altrove se non ce li fossimo “comprati” con generose promesse. Di queste regioni si può ben dire che stiamo semplicemente pagando il prezzo concordato a suo tempo, e quindi zitti e mosca.
Certo, quando certe tendenze durano per decenni la cosa può destare sospetto e infastidire ma in un ottica solidarista c’è chi lo accetta di buon grado.
Per questo motivo Luca Ricolfi – noto esponente della sinistra – nel suo libro “Il sacco del nord“, prima di concludere che siamo di fronte ad un’ aberrazione insostenibile, va ben oltre.
Ci sono infatti diversi canali che portano alla formazione del residuo fiscale.
Da un lato il canale fisiologico: alcune regioni sono semplicemente più ricche di altre e finiscono per contribuire di più. Fin qui quindi nulla di particolare, si tratta di semplice redistribuzione della ricchezza, una misura che fa incazzare la destra, più predisposta alla meritocrazia e più sospettosa di parassitismo.
Dall’altro lato però ci sono anche dei canali patologiciattraverso cui si accumula il residuo fiscale. Per esempio, il fatto che in alcune regioni l’evasione fiscale sia superiore alla media. È chiaro che se in una regione le tasse non vengono pagate, nemmeno quelle poche richieste a fronte di un reddito esiguo, le risorse dovranno poi arrivare necessariamente dai territori dove le tasse si pagano.
Oppure il fatto che in alcune regioni si realizzi una spesa pubblica inefficiente. Esempio, se una regione ha una spesa pro-capite sanitaria doppia rispetto ad un’altra, è  chiaro che i virtuosi dovranno tappare i buchi dei viziosi. Se in Sicilia i forestali sono più numerosi che in Canada la cosa puo’ legittimamente disturbare i lombardi che di fatto li pagano.
Ora, se il residuo fiscale si forma attraverso il primo canale, almeno a sinistra la cosa risulta tollerabile. Se invece si forma attraverso gli altri due canali si tratta di un fenomeno ingiustificabile, specie se incancrenito.
Luca Ricolfi ha fatto quattro conti giungendo ad una conclusione ben sintetizzabile nell’anno di grazia 2006 dove secondo lui i trasferimenti tra regioni hanno raggiunto quota di 83 miliardi di euro e ben il 66% di questa quota è ingiustificata. Un quadretto che si ripete ogni anno con variazioni minime.
Al lombardo-veneto di destra basterebbe il “primo canale” per mugugnare il suo gutturale “bùn bùn in cujun”, ma dopo la scoperta degli altri due anche il lombardo-veneto di sinistra si unisce al coretto a bocca semi-chiusa.
Poiché il 2006 simboleggia una tendenza quasi secolare possiamo ben capire come il vento della secessione spiri e continuerà a spirare in certe regioni, a prescindere dalla lingua che si parla. E la cosa si rafforza quando chi paga il conto da decenni deve subire, allorché opina,   l’umiliazione di passare per “egoista” poco sensibile agli alti valori  professati con enfasi teatrale a reti unificate dai rappresentanti di quella che di fatto è da sempre la componente parassitaria di un paese al traino.