mercoledì 4 ottobre 2017

Ma perché il socialismo ancora non si leva dalle palle?

Ma perché il socialismo ancora non si leva dalle palle?

Quante popolazioni nel corso della storia sono state prima illuse poi impoverite e rese infelici dall’idea socialista? Ormai possiamo tranquillamente dire: innumerevoli.
Nelle sue forme più truci, quelle marxiste, il socialismo non si è limitato ad impoverire, ha letteralmente gareggiato con il nazismo nell’ evocare Satana in terra. E poiché più seduttivo del suo concorrente, ha potuto spingersi anche oltre.
Eppure, ancora oggi nel 2017, non si leva dalle palle!
Combina i suoi casini, sparisce per un breve lasso di tempo, e poi ritorna più vispo che mai.
Da Hugo Chavez a Jeremy Corbyn fino Papa Francesco lo zombie del socialismo sembra indistruttibile.
E trova sempre una “Radio Tre” o una “Repubblica” che subodorandolo all’orizzonte accorre sollecita con la bombola dell’ossigeno per rianimarlo.
Ma perché questa scoraggiante resistenza, che eguaglia solo il male prodotto nella storia?
C’è chi dice che noi il socialismo ce l’abbiamo nella testa, che è un baco inestirpabile dalla nostra rete neuronale. Siamo cablati per essere dei “socialisti naturali”. Il nostro cervello penserebbe in termini di “eguaglianza” e raddrizzarlo è impresa non meno vana del raddrizzar banane.
Ecco, è a questo punto che voglio entrare nel merito: siamo davvero una specie egualitaria? La nostra biologia ci rende altruisti? Quali sono le basi evoluzionistiche della nostra morale profonda?
Spiegare l’altruismo su vasta scala è sempre stato un cruccio degli psicologi evoluzionisti. Il modello che alla fine si è affermato è quello della “selezione tra gruppi”.
La competizione tra geni si traduce in competizione tra individui e quest’ultima in competizione tra gruppi. Un gruppo vincente richiede anche individui altruisti.
Ma come evolvono cultura e geni?
Chi in passato si è posto questi interrogativi è sempre stato trattato male. I riferimenti al darwinismo sociale sono percepiti come “reazionari”, se non fascisti. Ma lo sdoganamento è stato inevitabile e oggi costituiscono il cuore delle scienze sociali.
Forse perché in questo ambito anche “certa sinistra” ha trovato le sue brave “pezze d’appoggio”.
Una conclusione avanzata di frequente è che noi siamo una specie “egalitarista” nell’animo. Per buona parte della nostra storia siamo vissuti in formazioni con ethos altamente egalitario come quelle dei cacciatori/raccoglitori.
Da qui la preoccupazione di un liberale come Friedrich August von Hayek per il quale l’idea di mercato non si sarebbe mai potuta veramente imporre nella società umana.
È fondata la cosiddetta “preoccupazione-Hayek”? Probabilmente non del tutto. Vediamo meglio.
L’ipotesi più considerata: siamo evoluti da primati che vivevano in piccole formazioni non particolarmente inclini alla socializzazione, caratterizzate da una forte gerarchia litigiosa, specialmente tra i maschi. Un maschio Alfa in cima alla piramide assoggettava – finché durava – una sequela di subordinati.
La politica della scimmia-uomo era probabilmente una politica di dominio. Le società che si agglutinavano erano esili e dispotiche.
Ma a un certo punto le cose cambiarono, le relazioni tra i nostri antenati divennero socialmente più intense, crebbe la capacità di cooperare. Ma quando avvenne questo cambiamento? La risposta è oggetto di dispute.
In Israele sono state rinvenute carcasse che risalgono ad un epoca tra i 200.000 e i 400.000 anni fa. Si tratta di prede smembrate da uomini, a quanto pare le carni non venivano distribuite, ognuno prendeva per sé, lo si evince dai tagli approssimativi e diversificati. Il modello di pasto era altamente individualistico.
Prede simili sono state rinvenute anche per epoche più recenti, prima di 200000 anni fa, e mostrano un sezionamento delle carni più accurato, probabilmente realizzato da un’unica persona  che poi distribuiva i pezzi simili agli altri. Gli uomini erano evidentemente sulla strada dell’ egalitarismo.
Di fronte a queste evidenze è lecito congetturare che la svolta verso società più uguali avvenne circa 200000 anni fa.
Assumendo che l’uomo moderno è apparso circa 40000 anni fa, prima del neo-individualismo della rivoluzione agricola, ci sono 6000/8000 generazioni per fissare nel nostro cervello un sentimento socialista. Più che sufficienti, direi.
In quest’epoca, nota come tardo Pleistocene, l’uomo si muoveva in bande da 25-150 elementi e la sua vita può essere ricostruita abbastanza fedelmente. Inoltre, la ricostruzione può ricevere conferme dallo studio di organizzazioni sociali primitive che ancora oggi sopravvivono con modalità presumibilmente simili.
Ebbene, l’ egalitarismo di queste formazioni sociali sembrerebbe appurato. La risorsa più preziosa era la carne, che veniva distribuita in modo paritario tra i membri del gruppo.
Ma l’ egalitarismo non può essere solo constatato, può essere anche spiegato.
Innanzitutto serviva per gestire il problema della “varianza”.
L’attività di caccia può dare esiti differenti di giorno in giorno. A volte si preda una quantità di cacciagione superiore alle necessità di consumo, altre volte si preda quel che si consuma, e altre volte ancora non si preda nulla. Mettendo in comune le prede si diversificano i rischi riducendoli per tutti.
L’uomo è l’unica specie animale ad  aver adottato questa semplice e geniale soluzione al problema della “varianza”.
Ma c’è una seconda funzione, l’eguaglianza serviva a sopprimere ogni “segnale di dominanza”. Si trattava di una forma di “resistenza” contro i bulli. Ricordiamoci sempre che la competenza nella cooperazione si è sviluppata a questo fine.
I nostri antenati, più che del socialismo, erano preoccupati di resistere e tarpare i tentativi di dominanza di un potenziale maschio alfa.
Contro i potenziali bulli una serie di sanzioni sociali ben precise era costantemente in vigore.
Anche nelle popolazioni primitive del nostro tempo, la modestia del cacciatore è proverbiale. Un uomo torna dalla caccia con un bottino esuberante. La prima cosa che fa è nasconderlo e sedersi al suo solito posto in silenzio. Dopodiché, gli viene chiesto: “hai trovato qualcosa oggi?”. E lui risponde di no. Poi, dopo qualche secondo, riprende: “giusto qualcosina ma poca roba”. Gli altri ridacchiano perché hanno già capito. Solo alla fine, pressato dalle richieste e con discrezione si decide a mostrare la sua “magnifica preda”.
Perché tanto modestia? Perché bisogna far passare il messaggio: “io sono un abile cacciatore, molto più abile di te, ma non ho nessuna intenzione di metterti sotto il mio tallone”
L’ethos egualitario in questi casi è un antidoto contro le gerarchie e la dominanza del maschio alfa, non una via al socialismo, non un imperativo morale.
Ma come siamo arrivati dalla scimmia-uomo gerarchica all’eguaglianza?
Grazie all’abilità umana nella cooperazione.
Quando nel gruppo esiste un esemplare chiaramente più forte degli altri, impone la sua legge, è normale: noi restiamo pur sempre degli egoisti. È il caso dei gorilla, per esempio. Nella società umana questo non è avvenuto per la nostra grande capacità di coalizzazione. Il candidato al dominio veniva contrastato da un forte gruppo coeso e doveva cedere nelle sue pretese. Naturalmente, questa dinamica comportava il pesante costo di un conflitto. L’ ethos egalitario era un modo per tagliare alla radice il costo del conflitto. Rompere l’egalitarismo segnalava l’intenzione di tornare alla gerarchia, una tentazione che doveva essere repressa all’istante per evitare conflitti più onerosi. Rompere l’egalitarismo era un modo per innescare l’inizio delle procedure di coalizione.
Naturalmente, c’è anche da dire che il costo del conflitto è particolarmente diseconomico quando tra gli individui non esistono chiare differenze nelle potenzialità. Man mano che nella specie le differenze di produttività tra gli esemplari si riducono, ad un certo punto scatta una soglia oltre la quale il costo del conflitto diventa diseconomico e la convenzione dell’eguaglianza diventa ottimale.
Inutile dire che le abitudini iterate per lungo tempo tendono poi a diventare coscienza. L’abitudine all’eguaglianza si trasforma presto in ethos egalitario.
Boehm e Lee hanno argomentato in modo convincente che l’ethos egualitario delle popolazioni primitive non è di stampo collettivista. La motivazione non è quella di redistribuire le ricchezze ma quella di prevenire la tirannia. Il valore da salvaguardare non è quello per cui tutti debbano avere come gli altri ma quello dell’ autonomia individuale. Il motto delle popolazioni primitive potrebbe essere: “che ognuno sia padrone di se stesso”. Non esistono capi, e se esistono non si mostrano, la loro influenza è sottile e indiretta. Le popolazioni primitive sono animate da un amore autentico per la libertà personale. Hanno un sacro terrore dell’autorità esterna.
Il nostro antenato è caratterizzato quindi da un’ ambivalenza di fondo, proviene da scimmie egoiste che vivevano in società gerarchiche ma possiede un forte sentimento egualitario in virtù della sua vita da cacciatore nomade. Ha tentazioni autoritarie ma ha anche sviluppato strategie per resistere all’assoggettamento. L’egalitarismo rientra tra queste strategie, è a pieno titolo un mezzo di controllo sociale.
Il nostro antenato non è particolarmente vocato ad aiutare il suo prossimo ma è particolarmente attento a che il suo prossimo non abbia pretese di dominio.
Di fronte all’ egalitarismo dell’uomo primitivo possiamo allora fare due ipotesi. La prima: gli uomini hanno un particolare gusto per l’eguale distribuzione delle risorse. La seconda: gli uomini hanno la tendenza a resistere contro il dominio di un’autorità.
Nello studio del tardo Pleistocene scopriamo che la prima ipotesi non manca di supporto, dobbiamo ammetterlo. L’esigenza di controllare la varianza della dispensa rientra tra queste.
Anche le sperimentazioni fatte con il cosiddetto gioco dell’ultimatum sembrano confermare.
Senonché, proprio guardando più da vicino quanto succede nel gioco dell’ultimatum, scopriamo cose interessanti. A quanto pare l’uomo, più che all’uguaglianza, è interessato alrispetto corretto delle regole. Sono le regole che garantiscono la sua autonomia. Se c’è questo rispetto fondamentale si tende ad accettare anche un esito diseguale.
Per capire meglio questo concetto guardiamo ai nostri giorni. Le forti diseguaglianze di reddito ci provocano una sensazione sgradevole, inutile negarlo. Ma alcune più di altre.
Per esempio, lo stipendio stratosferico di Cristiano Ronaldo non distrae la nostra ammirazione del magnifico atleta. Tendiamo a considerare meritato il suo compenso faraonico: Cristiano Ronaldo si esibisce tutti i giorni davanti ai nostri occhi sui campi di calcio mostrando il suo valore e quindi mostrando che si “guadagna” il pane. Ce l’abbiamo sempre “vicino a noi”. Al contrario, lo stipendio di un manager ci sembra esoso: “ma che cazzo fa un manager per meritarsi tanto?”.
In sintesi, quando noi verifichiamo che una regola è stata rispettata correttamente ci tranquillizziamo. La diseguaglianza ci disturba invece quando non è accompagnata da trasparenza. Così nell’ ultimatum game, così nella vita.
Il mercato è un meccanismo di regole con esiti a volte fortemente diseguali. Chi conosce l’esistenza di queste regole, chi vive la cultura di mercato sa che la diseguaglianza può essere legittima ed è più propenso ad accettarla. Chi invece non conosce i meccanismi di mercato oppure non si fida di quei meccanismi vedrà la diseguaglianza come un sintomo di abuso.
L’ “egalitarismo” per noi è segno di correttezza nel rispetto delle regole più che un esito auspicabile di per sé.
Se nel tardo Pleistocene un cacciatore si presentava con una quantità di prede 10 volte quella del comune mortale i suoi compagni erano turbati. Ma perché? Non perché avesse più di loro ma perché questo era un chiaro segno che il cacciatore “ricco” avesse rubato il suo bottino a qualcun altro. Era il furto e l’abuso a preoccupare, non la diseguaglianza.
E così oggi, temiamo la diseguaglianza perché rinvia a possibili abusi e non perché costituisca un’ ingiustizia di per sé.
Se così stanno le cose, c’è una speranza che un giorno il socialismo si levi dalle palle (insieme a Radio Tre). Quanto più il capitalismo sarà trasparente e capace di ingenerare fiducia, tanto più il socialismo diverrà improponibile anche dal punto di vista morale.
Cos’è il mercato se non un gioco con delle regole? Nel momento in cui le regole sono rispettate, l’uomo è disposto ad accettare il suo esito e la rivendicazione morale socialista potrà essere accantonata: noi ereditiamo dai nostri antenati una psicologia individualista,  non ereditiamo il senso dell’eguaglianza come fine in sé.
L’eguaglianza è una sonda per segnalare potenziali abusi, nel momento in cui può essere sostituita da strumenti migliori la potremo finalmente gettare nell’immondezzaio della storia con un grande sospiro di sollievo.
Conoscere meglio la cultura del mercato ci aiuterà a superare le resistenze del nostro ethos egualitario e a silenziare i campanelli d’allarme che suonano ogni volta che siamo posti di fronte a una disparità.
A guardar bene, ci sono tanti egalitarianismi: c’è quello dei risultati, quello delle opportunità e quello dei diritti. Fissarsi sul primo non ha senso quando gli altri due sono disponibili ed accettati. L’unica vera minaccia al nostro amore per l’uguaglianza è l’abuso di chi viola le regole del gioco, e questo vale sia nella società di mercato che in quella socialista.
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