giovedì 21 luglio 2016

Perché i bambini servono e perché non ne facciamo più

Segno dei tempi numero 1: le vendite dei pannoloni hanno superato quelle dei pannolini.
Segno dei tempi numero 2: esistono più campi da golf che McDonald.
Insomma, siamo ricchi e vecchissimi.
Il fatto è che probabilmente siamo vecchissimi proprio perché siamo ricchi.
Ma andiamo con calma, poniamoci almeno i due quesiti fondamentali: 1) i bambini ci servono davvero? 2) perchè non ne facciamo più?
Alla prima domanda è facile rispondere in modo corretto con motivazioni sbagliate, per esempio: sì, i giovani servono, altrimenti chi subentra in quelle “catene di sant’Antonio” che sono i sistemi pensionistici?
Ma qui il guaio non è la mancanza di giovani bensì le politiche scellerate di una classe dirigente in cerca di “trucchetti” elettorali del tipo: ora arraffiamo, domani qualcuno pagherà. Se ci siamo affidati a meccanismi truffaldini da cui anche la nonna ci ha sempre messo in guardia, non possiamo certo prendercela con chi non fa figli. Chi è causa del suo male pianga se stesso.
Tuttavia, quel “sì” di risposta è probabilmente corretto: se una popolazione invecchiata vuole mantenere un elevato tenore di vita ha bisogno comunque di lavoratori (giovani) che la servano (e che pagherà con i suoi risparmi).

Una società giovane, inoltre, è sempre più dinamica e innovativa. I giovani sono più inclini a sperimentare sia nell'offerta che nella domanda. I vecchi sono più inclini a tutelare le loro rendite di posizione preservando lo status quo rendendo così la vita più difficile ai giovani che vorrebbero emergere.
Ma c’è anche un’altra motivazione a me particolarmente cara: più teste ci sono in giro, più problemi risolveremo. Se ieri una persona era considerato uno “stomaco”, oggi possiamo permetterci di considerarlo un “cervello”. Questa è la più grande conquista dell’umanità: sfruttiamola!
Certo, gli immigrati potrebbero essere i bambini che non abbiamo avuto, ma c’è il problema dell’integrazione, la cultura non è uno scherzo, un problema forse arginabile ma chiaramente irrisolvibile se non sulla lunga distanza (si parla di secoli). E una società disgregata è una società sempre a rischio.
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Veniamo alla seconda domanda: perché non facciamo più bambini?
Lo so, ora c’è la pillola. Eppure non penso che il problema stia lì: la tecnologia non sceglie, siamo noi a farlo. Inoltre, oggi, oltre alla pillola abbiamo tecnologie che consentono di avere bambini anche a chi ieri era fuori gioco.
Probabilmente facciamo meno bambini perché siamo ricchi e i ricchi odiano i bambini. Bè, insomma, calma… Vediamo di chiarire meglio: per i ricchi i bambini non sono un investimento remunerativo, bensì un bene di lusso da consumare con estrema moderazione.
Mi spiego meglio.
Un tempo i bambini erano un’ assicurazione per il futuro.
Ma se sei ricco e ti serve un assicurazione stipuli una polizza, mica fai un bambino. La polizza non ti sveglia la notte.
I bimbi erano un investimento, il bastone della vecchiaia.
Ma se sei ricco e previdente contrai un piano pensionistico, mica fai un bambino. I piani pensionistici non fanno caciara, e stanno buoni dove li metti.
I bimbi erano braccia a disposizione dei genitori.
Ma se sei ricco e hai bisogno di un collaboratore lo affitti sul mercato del lavoro, mica hai bisogno di un figlio. Inoltre, il collaboratore la sera torna a casa sua e non devi imboccarlo sudando sette camicie.
Un tempo i bimbi morivano come mosche, per questo se ne facevano tanti.
Ma se sei ricco vivrai probabilmente in un posti più sicuri del pianeta.
Un tempo avere molti figli diversificava il rischio: uno era forte, l’altro bello, l’altro generoso, e l’altro tenace…
Ma se sei ricco il rischio te lo diversifica il tuo private banker, certi problemi non li hai.
Un tempo i bimbi “crescevano da soli”: i pochi sforzi richiesti favorivano l’acquisto all’ingrosso.
Ma il ricco non vuole bimbi qualunque, vuole bimbi di alto livello e spesso tra qualità e quantità pensa che ci sia un chiaro trade off (lo pensa a torto, secondo me).
Non voglio dire che avere dei bambini non procuri soddisfazioni, anzi, dico solo che con l’arricchimento della società il pargoletto si è trasformato da imprescindibile bene investimento a bene voluttuario e di lusso.
Oggi i suoi concorrenti sono i cagnolini e i gattini, cosa inammissibile se solo si pensa come una volta al figlio come bastone per la vecchiaia.
Da notare che gattini, cagnolini e pesciolini hanno molti vantaggi rispetto al bambino, in sintesi: rompono meno e costano meno. Sarà per questo che se oggi esci di casa a fare un giro è più facile trovare un parrucchiere per cani che per bambini. Anche la nuova etica animale deriva dal fatto che i cuccioli sono diventati “i nostri bambini”. Peccato che i cuccioli non risolvano i problemi affrontati nella sezione “ma i bambini servono davvero?”.
Un tempo il buon Camillo Langone ebbe l’ardire di associare istruzione femminile e sterilità. Mal gliene incolse ma diceva una sacrosanta verità: l’istruzione femminile è forse il contraccettivo più potente.
Vuoi diventare ricca? La ricetta è facile: studia a più non posso, magari fino a 25 e rotti anni, poi buttati a capofitto nel lavoro, sfonda, fai carriera e magari arrivi. Alla fine, se sei ancora in tempo, fai un bimbo, massimo due. Educali, ma in fretta, anzi guarda delega che fai prima, sì perché poi ti tocca subito tornare al lavoro se non vuoi buttare tutto il tuo “capitale umano” dalla finestra.
E’ chiaro che una ricetta del genere implica pochi figli, meglio nessuno.
Morale: se per l’uomo i figli si sono trasformati da bene di investimento in bene di consumo, per le donne sono diventati un bene di lusso, ovvero un bene che pagano carissimo in termini di costo-opportunità. E siccome in materia di figli è la donna che comanda (se non te li fa lei non te li fa nessuno), per tutti noi i bambini sono un lusso.
La tesi-Langone dell’università-contraccettivo è stata sommersa da critiche viscerali ma secondo me molti dei suoi critici sono d’accordo con lui, almeno sui punti chiave. L’indignazione veniva dall’oltraggio irrazionale più che da un disaccordo razionale. Per dimostrarlo propongo un esperimento mentale.
Ammettiamo di concordare sulla diagnosi fin qui svolta: i bimbi servono alla società e se non si fanno perché oggi servono molto meno ai genitori, specie se benestanti e con tanti piccoli svaghi da soddisfare.
Ebbene, in questo caso una policy coerente potrebbe essere quella di elargire un premio a chi fa figli. La mia previsione è che molti si opporrebbero ma nel farlo denuncerebbero la loro adesione implicita alla tesi-Langone.
Per verificarlo ammettiamo che questa somma elargita non sia irrisoria, anzi, a mero scopo sperimentale supponiamo che sia enorme, tanto per ingrandire i meccanismi sottostanti e vederli in modo nitido. Dunque, poniamo allora 100 mila euro per il terzo figlio, 200 mila euro per il quarto e 500 mila per il quinto. O qualcosa del genere, chi vuole puo’ aumentare a piacimento.
Ebbene, cosa dovremo aspettarci?: probabilmente un crollo nelle iscrizioni universitarie da parte delle ragazze.  Di sicuro meno donne in carriera. Il fatto è che si aprirebbero “altre carriere” molto interessanti.
Del resto, fateci caso, perché l’urlo di battaglia “asili per le lavoratrici” non viene sostituito con un ben più razionale “soldi alle mamme”? Perché si vuole la mamma al lavoro (e quindi istruita, e quindi al potere). Dio non voglia che se le metti in mano un congruo gruzzoletto possa pensare di fare la mamma a tempo pieno.
L’ultima obiezione riguarda chi sostiene che la donna meno istruita è un impoverimento per l’intera società. Questo è vero, senonché questa sarebbe un’osservazione ingenua, il confronto non è da farsi tra una donna istruita e una donna meno istruita bensì tra una donna meno istruita e, per esempio, cinque uomini istruiti che non sarebbero mai esistiti.