martedì 10 dicembre 2019

LA RIVOLTA CONSUMISTA

LA RIVOLTA CONSUMISTA

Alzate un po' la testa e rendetevi conto dell'anno che abbiamo vissuto. Il 2019 volge al termine costellato di rivolte, spesso violente, in tutto il mondo: Libano, Cile, Spagna, Haiti, Iraq, Sudan, Russia, Egitto, Uganda, Indonesia, Ucraina, Perù, Hong Kong, Zimbabwe, Colombia, Francia, Turchia , Venezuela, Paesi Bassi, Etiopia, Brasile, Malawi, Algeria ed Ecuador...
Ma che sta succedendo? A cosa dobbiamo tanto casino?
Forse è solo un caso. Cosa c'entrano le proteste di Hong Kong per una legge sull'estradizione con il movimento di indipendenza della Catalogna - o con rabbia per gli aumenti delle tariffe del metrò a Santiago? Mera coincidenza.
Ma questa spiegazione non mi piace, anche perché mi costringerebbe a chiudere qui.
Altra ipotesi: grazie al web l'informazione è passata ormai saldamente nelle mani della massa e questo di fatto fertilizza le contestazioni per almeno 4 motivi:
1) Disporre di tanta informazione ci fa credere di sapere tutto e svaluta l'autorità tradizionale.
2) Un tempo era difficile trovare qualcuno che dicesse pubblicamente "il Re è nudo". Oggi ce lo diciamo da mane a sera, i canali per farlo non mancano.
3) Se la combiniamo grossa sappiamo che la nostra esibizione avrà come platea il mondo intero, il che vellica il nostro narcisismo.
4) Coordinarsi per scendere in piazza da impossibile è diventato una cavolata. Basta far circolare un paio di messaggini (su social che neanche la NASA potrebbe intercettare).
Manifestare e contestare è talmente facile e divertente che farlo è quasi un passa tempo per giovani annoiati. Non proprio le pietre dal cavalcavia ma quasi.
Molte delle proteste, per esempio, sono iniziate con aumenti dei prezzi o delle tasse. I consumatori, raccolti online, sono la classe sovversiva del ventunesimo secolo, proprio come lo erano gli operai di fabbrica nel diciannovesimo. Ciò spiegherebbe la quasi universale mancanza di interesse dei manifestanti per il potere o per la rivoluzione vecchio stampo, i programmi o le ideologie - gli obiettivi tradizionali della politica insomma. Il pubblico erompe in politica con la mentalità del consumatore digitale che mette un veto. Sente di poter dire no. Tutta la sua furia implacabile è investita in quell'atto di negazione.
Dovremmo evitare di confondere l'innesco con la causa prima. Per le quattro ragioni elencate sopra il rapporto tra popolo e autorità oggi è tettonica: la minima pressione può rilasciare enormi energie distruttive. Basta la percezione di un abuso da parte di un un governo centrale remoto per far partire la scossa fatale.
Viviamo in un mondo in cui tutti sono consapevoli di tutto. Questo crea potenti effetti di contagio: i manifestanti in una nazione possono imparare da quelli di un'altra. La capacità di eludere la soppressione, il coordinamento tramite applicazioni crittografate come Telegram, l'evocazione di flash mob che mandano nel caos aeroporti o distretti commerciali disperdendosi prima ancora che la polizia intervenga, quando funzionano vengono imitati in tempo reale da un capo all'altro del mondo. L'effetto è quello di un reality show moralistico in cui i tanti "Davide" sparsi ovunque si ammirano a vicenda per come hanno potuto beffare il loro "Golia". I manifestanti sudanesi e algerini che hanno rovesciato due dittatori ottuagenari si sono prestati l'un l'altro le immagini e gli slogan vincenti.
Ma come finirà tutta questa ondata di rivolte?
La versione ottimista è che si tratti di un fenomeno virale culminato in novembre, quando almeno otto insurrezioni di strada significative rombavano contemporaneamente (Bolivia, Catalogna, Cile, Colombia, Hong Kong, Iraq, Iran e Libano - con Francia, Paesi Bassi, Nicaragua e Venezuela a fuoco lento sullo sfondo). Che le circostanze locali siano democratiche o dittatoriali, prospere o povere, la moda della rivolta è quasi obbligatoria. La corsa virale continuerà fino a quando la rete non verrà distratta da un nuovo messaggio.
Parliamo di rivolte partite da condizioni iniziali che variano selvaggiamente. Francia e Cile, tanto per dire, sono democrazie ben funzionanti con poca corruzione, eppure le proteste sono state notevoli per la loro violenza e atti vandalici. L'Algeria era governata da una dittatura corrotta. Negli ultimi due decenni, le cricche settarie che gestiscono il Libano hanno distrutto un'economia un tempo prospera, aumentato la povertà e rovinato le infrastrutture. Nei "30 anni" che - a loro dire - hanno scatenato l'indignazione dei cileni, il loro paese è diventato il più ricco dell'America Latina, con il tasso di povertà più basso in assoluto. Sia come sia, un po' ovunque, i rivoltosi hanno mostrato una singolare mancanza di chiarezza sui loro obiettivi. L'indifferenza verso l'ideologia e i programmi rientra bene in una fascinazione consumistica. La pura negazione - un odio per il sistema e le élite che ingrassa - ha preso il posto della dottrina politica.
Ma passiamo all'ipotesi pessimistica, secondo la quale la perdita di controllo sulle informazioni sarà fatale al sistema dei governi moderni: la diffusione virale delle rivolte vivrà allora un processo a cascata e spingerà inesorabilmente verso un punto di caos massimo a cui seguirà una riconfigurazione. In parole povere, il vecchio regime sarà rovesciato, ma a questo punto la casualità prenderà il controllo e ciò che emergerà dopo è impossibile da prevedere. Esempio: una specie di congresso di Vienna delle élite del ventunesimo secolo, in cui i metodi cinesi di controllo delle informazioni saranno adottati a livello globale con punizioni dure ai trasgressori.
Anche una riforma strutturale che avvicini il popolo alle élite è perfettamente possibile. Ma trovo difficile vedere come ciò possa essere realizzato, fintanto che il pubblico si rintana nel mutismo tipico del consumatore rifiutandosi di articolare richieste da vero attore politico. Raramente si ottiene ciò che non si chiede. La riforma dipende dalla volontà dei manifestanti di abbandonare la negazione per la pratica politica.
I manifestanti, da parte loro, sono sempre più innamorati della rivolta e coinvolti dalla gioia esistenziale di colpire un sistema che odiano profondamente. Ad Hong Kong, per esempio, i loro "quattro punti" sono una cortese richiesta al governo di auto-abolirsi. Niente verrà accolto. Gli insorti di strada per lo più comprendono questo, e questa comprensione ha qualcosa di tragico. E' come se pensassero: "non possiamo smettere, non possiamo arrenderci, perché se lo facciamo, non ci sarà comunque futuro per noi". A Hong Kong e altrove, la rivolta è diventata una necessità, indipendentemente dalle conseguenze. La crisi globale dell'autorità sembra precipitare verso un punto di non ritorno: quando la sottomissione al governo viene percepita come autodistruzione, una logica fatale è quella di tirare dritto fino all'apocalisse. Da lì, qualcosa di imprevedibile rinascerà.