martedì 28 giugno 2016

Non poi così cattivi...

Perché i criminali non sono così cattivi come sembrano?
Perché la prigione non è un buon modo per punirli?
Che gusti ha un criminale?
Che doti deve possedere?
Perché legalizzare droghe, gioco e prostituzione non fa perdere a questi ambienti un’aria losca?
Personalmente, le risposte più convincenti le ho trovate in un libro prezioso di Diego GambettaCodes of the Underworld: How Criminals Communicate.
Si parte con una premessa: nel mondo del crimine l’informazione è tutto.
Per noi l’informazione è importante, ma per loro di più, molto di più, per questo è uno spettacolo vedere come la sanno estrarre e trasferire nei modi più creativi. Talmente uno spettacolo che ci si fanno su interi film: i delinquenti siano dei virtuosi nell’arte dell’ allusione (al cinema rende molto). I mafiosi poi sono maestri incontrastati nel “dire e non dire”, dei veri logoteti.
Il fatto è che i criminali hanno un problema fondamentale: auto-identificarsi.
Tanto per dire, il mondo è pieno di bancari e di rapinatori di banche desiderosi di fare il colpaccio della vita. Senonché, risulta per loro estremamente difficile prendere contatto.
Identificare un complice è il problema più grosso per chi vuole intraprendere l’onorata carriera del delinquente. E dico “identificare”, non parlo di testare l’affidabilità o la capacità.
Chiedete ad un costruttore edile qualsiasi: quanto volentieri allungherebbe la sua bustarella se solo sapesse a chi!
Pensate poi alle difficoltà materiali a reperire un buon killer. Quante vite salvate dal fatto che le pagine gialle non collaborino.
Recentemente, la mafia siciliana è entrata in possesso di otto barre di uranio dal ragguardevole valore. Ma dove trovare un mercato nero su cui piazzarle? Il problema ha messo a dura prova per mesi le migliori teste della cupola. Figuriamoci se la fortuna capitasse a sfigati come noi.
Problemi del genere sono esacerbati dal fatto che i gruppi criminali sembrano estremamente precari e proteiformi: quella gente si muove, si sposta, sparisce, muore, si vende, cambia aspetto e abitudini… il tutto ad una velocità spaventosa. Ogni volta bisogna ricominciare da capo. I criminali sono violenti, competitivi e avidi: chi sta sulla piazza dura poco, l’avvicendamento è continuo.
Rendere ulteriormente difficile questo processo è l’arma più potente in mano alla polizia. Si combina poco senza pentiti ed infiltrati. L’idea dell’investigatore che pensa in poltrona avvolto da una nuvola di fumo è una finzione.
Al criminale accorto si raccomanda di mantenere un basso profilo, di mimare la vita del cittadino medio. Purché non esageri ingannando anche i suoi simili, rimarrebbe disoccupato a lungo.
La mimesi con segnalazione sofisticata è tanto più raccomandata quanto più l’ordine della legge è garantito. L’informazione diventa un problema secondario laddove il malaffare è diffuso. Ai bei tempi della Russia post-muro, tanto per dire, le tariffe della corruzione erano riportate dai giornali.
Chiedere ai protagonisti come individuano l’alleato non è molto fruttuoso, si ottengono risposte vaghe: “vibrazioni positive”, “naso sopraffino” e “scelta di pancia”, questi sono i criteri. In realtà, non si procede mai a casaccio affidandosi alla bacchetta del rabdomante.
Si puo’ puntare su elementi come l’ abbigliamento o il linguaggio, ma è tutta roba che un buon “infiltrato” della polizia imita senza difficoltà. Una volta c’erano i tatuaggi, oggi inutilizzabili.
Farsi vedere in luoghi poco frequentati dalla gente onesta ha un certo calore. Girare di notte (quando la gente onesta dorme) o in pieno giorno (quando la gente onesta lavora), contribuisce alla lenta costruzione di una fama.
Il criminale ama il rischio, e di conseguenza ama gironzolare intorno alle agenzie ippiche e alle altre sale da gioco. Scommesse e criminalità vanno spesso a braccetto.
Al criminale non piace attendere, vuole tutto e subito, predilige i piaceri immediati, è poco paziente. Anche per questo è sempre attiguo ai luoghi della prostituzione e della droga, i tipici mercati con molta offerta per gente del genere.
Prostituzione, droga, scommesse e criminalità spesso vanno a braccetto. E questo a prescindere dalla legalità di quei mercati.
Anche abitare in quartieri malfamati è funzionale ad entrare nel giro. Se poi la residenza è stabile da più generazioni siamo a cavallo.
Si tratta comunque di strategie buone fino a un certo punto: qualsiasi infiltrato potrebbe replicarle senza molta difficoltà.
C’è allora il “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Le conoscenze giuste fanno tanto. Accompagnarsi ad un noto criminale è un biglietto da visita di prim’ordine.
Ma spesso solo essere stato in prigione risolve al meglio tutti questi problemi.
La prigione è di per sé un segnale affidabile circa le tue inclinazioni. Quando sei dentro impari molte tecniche che ignoravi ma soprattutto conosci le persone giuste e ti fai conoscere nell’ambiente.
Non puoi, per esempio, entrare nella mafia russa senza aver fatto almeno due anni di carcere. Se poi sei stato ospite di un carcere di massima sicurezza la tua carriera è segnata (in positivo).
Più il carcere è duro più la recidiva è alta. Qualcuno si sorprende dopo quanto detto?
Paradossalmente, più il sistema giudiziario funziona bene, più contribuisce a migliorare la qualità del segnale. Non c’è rischio di sbagliarsi puntando su un povero innocente poco interessato agli “affari”.
Per alcuni la prigione è uno stigma ma per i più è un badge.
Le organizzazioni che favoriscono il reinserimento degli ex carcerati favoriscono anche il loro rientro nel circuito del crimine. Lo fanno garantendo sul loro status di ex carcerati doc.
Non voglio dire che il carcere non funzioni mai. Negli USA ha funzionato. Ma non come punizione bensì come esilio. Con le carcerazioni di massa la gran parte dei soggetti pericolosi stavano dentro, e quindi fuori dalla circolazione. Il crimine è calato di molto. In questo senso la carcerazione diventa una politica eugenetica.
krimin
In ogni caso, il modo migliore per segnalare la propria volontà criminale è commettere un crimine dimostrativo, magari crudele. Un infiltrato dalla polizia non potrebbe mai permetterselo, si ferma prima.
La mafia siciliana in passato richiedeva l’omicidio (di solito mirato) per l’affiliazione. La rete dei pedofili richiede un numero minimo di foto originali. La rete dello spaccio richiede almeno un buco. Anche la fratellanza ariana chiede l’omicidio (random!). I casi più estremi si registrano presso certe gang colombiane (omicidio di amici e parenti).
I criminali sono crudeli non perchè siano crudeli ma per problemi legati al sistema informativo che utilizzano. Devono costruirsi una fama in assenza del supporto dei canali tradizionali. Devono comunicare in modo inequivocabile, devono tagliarsi i ponti alle spalle ma soprattutto devono farlo sapere agli altri.
In una banda il ruolo più delicato è quello dell’addetto al reclutamento, di solito se ne occupa il capo. Spesso è il principale compito del capo. Il reclutamento della mafia siciliana era una procedura bizantina continuamente riformata. Chi sbagliava nel reclutamento ci lasciava le penne, come Lefty con Donnie Brasco.
Espongo brevemente un dilemma tipico dei reclutatori. Uno che osserva dall’esterno la fa facile: basta mettere alla prova il candidato (magari chiedendogli un reato dimostrativo particolarmente crudele), se l’esame non è superato ci sarà una punizione. Ma l’infiltrato messo alle strette potrebbe commettere il reato pur di non rischiare la pelle. In questo caso la prova non offrirebbe alcuna informazione. Bisogna quindi essere abili nel soppesare prove e punizioni, solo conoscendo questa arte si estraggono informazioni significative. 
Altro dilemma. L’ infiltrato deve scegliere se accreditarsi commettendo certi crimini pur di sventarne altri, se uccidere (dimostrando la propria fedeltà) pur di evitare una strage. Il reclutatore di una banda con progetti particolarmente devastanti dovrebbe allora proporre prove estremamente onerose, ma prove del genere sono un costo anche per l’organizzazione (anni di carcere). Che fare?
Un infiltrato di lusso come l’agente Joe Pistone (alias Donnie Brasco) nella sua autobiografia rivela molti segreti su come la mafia lo ha testato minuziosamente in un’altalena di strategie miste tra crudeltà e comicità. Superò tutto con grande abilità riuscendo a sgominare la famiglia Bonanno. Da allora la mafia tornò al reclutamento con omicidio dimostrativo.