martedì 16 ottobre 2018

Crescita amb


L'OBIEZIONE

L’obiezione dell'ecologista all'economia del nostro tempo si può riassumere così: la continua crescita della ricchezza richiede massicce emissione di biossido di carbonio, ma, come tutti sappiamo, l'atmosfera si sta riscaldando proprio a causa di questo pernicioso effetto collaterale. Incentivando una crescita continua del benessere materiale dei popoli  e spingendo al massimo i motori dell'economia di mercato globale  finiremo per sacrificare l'ambiente in cui tutti viviamo. Con una formula icastica proposta da Papa Francesco possiamo ben dire che la nostra è, a lungo termine, "un'economia che uccide": uccide prima il pianeta e poi chi lo abita.
Insomma, il rapporto tra ricchezza e qualità dell'ambiente viene presentato come un compromesso: o uno o l'altro. Ma i dubbi che le cose stiano in questi termini è forte, soprattutto quando si osserva che la ricchezza: 1) ci difende meglio dai disastri ambientali, 2) agevola la scoperta di soluzioni ai guai ambientale e 3) sensibilizza alla causa verde.
Una disamina articolata del dilemma che prenda in considerazione tutti i feedback la si puo' trovare nel saggio di Bas van der Vossen e Jason Brennan “L'obiezione del cambiamento climatico alla crescita economica”. I due, sulla base di quanto appena detto, si chiedono se il pericolo ambientale consigli di rettificare o di rafforzare il percorso intrapreso dalla civiltà occidentale da almeno due secoli.

UTOPIA

Da tempo l’ ONU si è posto su questi temi obbiettivi ambiziosi, come per esempio quello di “stabilizzre le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera a un livello tale da prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico".

Peccato che le temperature continueranno a salire per almeno altri 50 anni qualunque cosa si faccia. In altri termini, i livelli di carbonio attualmente nell'atmosfera rendono già oggi tutto quel che si vorrebbe prevenire  inevitabile.

IL VERO DILEMMA

Una volta appurato che la stabilizzazione non basta, la domanda  da porsi riguarda il fatto se sia sensato agire con una radicalità sufficiente per abbattere le emissioni. La questione, insomma, è “ come” organizzare la vita su un pianeta più caldo e non “se” il nostro pianeta sarà tale.
Oggi la crescita delle emissioni è da imputare soprattutto ai paesi in via di sviluppo, per questo il dilemma povertà/ambiente è così pressante: cose come infrastrutture, assistenza sanitaria, istruzione, trasporti e tempo libero, così come la disponibilità di frigoriferi, lavatrici e aria condizionata, sono essenziali per risolvere i problemi della povertà nel mondo. Tuttavia, nello stesso tempo,  pregiudicare il clima futuro.

LE PROPOSTE VERDI

Sul punto la posizione ecologista è articolata. Alcuni chiedono che la crescita economica dei paesi in via di sviluppo si fermi. Altri che continui ma sia controbilanciata da una decrescita notevole in occidente. Altri ancora chiedono pesanti investimenti in produzione di energia pulita in modo da avere la botte piena e la moglie ubriaca: meno povertà senza danni per l’ambiente.
Chi paga, quindi? Nel primo e nel secondo caso si mira a imporre i costi a popolazioni diverse, mentre nel terzo caso si lascia aperta la questione.
Deve essere comunque chiara la natura comparativa della scelta. Cioè, non possiamo sostenere una certa politica senza chiederci se i costi che impone (riscaldamento/mancata crescita) siano accettabili alla luce delle alternative disponibili.

L'EQUIVOCO DA DISSIPARE

Tutti, a parole, sembrano abbastanza d’accordo che i maggiori sacrifici non ricadano sui poveri della terra, tuttavia molti partono da un assunto errato nei loro ragionamenti, non sembra cioè che abbiano molto chiara la relazione complessa tra ricchezza e ambiente. Per costoro la terra, se rispettata, fornisce condizioni climatiche ideali e un ambiente adatto all’uomo. Sotto inteso: è stata l’industrializzazione a rovinare questa armonia.
La realtà è piuttosto diversa: senza tecnologia (e quindi crescita economica) la maggior parte della Terra è un posto inospitale per noi. Senza tecnologia, molti posti risultano troppo freddi e molti altri troppo caldi. Ciò che nella gran parte dei casi rende la Terra vivibile è proprio la tecnologia. La nostra capacità di vivere bene in tutto il mondo deve quasi  tutto alla tecnologia e alla ricchezza che abbiamo saputo ottenere spremendo le risorse del pianeta.
Quando le persone sono povere, non solo hanno maggiori probabilità di soffrire di fame o le malattie, ma la loro capacità di far fronte alle intemperie e ai disastri meteorologici è anche molto indebolita, non è un caso se le morti legate alle condizioni meteorologiche siano diminuite drasticamente nel secolo scorso, e questo nonostante la popolazione sia cresciuta. Tali morti, infatti, sono circa un cinquantesimo rispetto a 80 anni fa. I costi dei disastri naturali sono  aumentati perché siamo più ricchi ma il pedaggio in termini di vite umane si è abbassato. La logica sottostante sembra chiara,  se i paesi sono ricchi, i costi economici dei disastri tendono a salire ma è molto meglio, ovviamente, essere ricchi e avere la villa danneggiata piuttosto che essere poveri e perdere tutto quello che hai, ovvero la tua baracca; questo anche se la baracca si presenta a livello statistico come una perdita economica minore.
Conclusione: la ricchezza ci consente di affrontare meglio tempeste e terremoti. Le persone ricche possono avere consumi strampalati che molti condannano come “mero spreco”, ma sono anche persone più "propense" a sopravvivere ai disastri. Sono meglio attrezzate per evitarli, vivono in case più robuste, hanno sistemi di allarme migliori e ricevono un aiuto migliore nel momento del bisogno, tanto è vero che il rischio di morte per fattori ambientali è molto più alto nei paesi poveri.
Altro vantaggio del mondo ricco: è un mondo in cui più menti possono applicarsi a problemi di alto livello (tipo il riscaldamento globale). Altrove, purtroppo, i bisogni di base assorbono l'intero potenziale cognitivo disponibile in loco.

QUANTUM

Certo, anche procedere sulla solita strada senza  badare all’ambiente produce inconvenienti, nessuno lo nega. Ma come quantificarli? Sentiamo William Nordhaus: "per dare un'idea dei danni nel caso in cui si stia  fermi... fino al 2095 si stimano circa 12 trilioni di dollari, ovvero il  2,8% della produzione globale, per un aumento della temperatura globale di 3,4 ° C sopra i livelli del 1900". Tradotto: un po’ come sospendere la produzione per sei mesi in un secolo (oggi la crescita media mondiale è oltre il 4% all’anno). In sé non è molto, è come arrivare alla meta secolare sei mesi dopo. Al contrario, fermare la crescita per salvare il clima condannerebbe miliardi di persone a "povertà e malattie per un futuro indefinito" (sempre parole del neo-Nobel).
Ricapitolando: il cambiamento climatico ci fa star peggio, la crescita economica ci fa star meglio. Ciò che dovremmo fare dipende dalla potenza relativa di queste due forze, tenendo sempre a mente che se la crescita non viene intralciata da politiche verdi l'abitante  medio della Terra, entro il 2095, sarà tanto ricco quanto il tedesco medio o il canadese medio di oggi.
Chiuderei questa sezione con un’immagine eloquente: i Paesi Bassi e il Bangladesh sono entrambi in larga parte sotto il livello del mare maa nei Pesi Bassi nessuno teme un innalzamento del livello dei mari come invece accade in Bangladesh. Il medesimo fenomeno che passa inosservato nel primo paese sarebbe funesto  per il secondo. Perché? Perché gli olandesi possono proteggersi: sono ricchi! Ok?

DISTRIBUZIONE

Tuttavia, sono in molti a ritenere che un’ulteriore crescita non sia necessaria poiché quanto abbiamo già oggi in tasca, se opportunamente redistribuito, basterebbe a risolvere la piaga sella povertà mondiale. In altri termini, ci serve solo riallocare le risorse.
Solo qualche osservazione in merito, primo: il congelamento della produzione mondiale ai livelli attuali non fermerà il riscaldamento globale.
Secondo è alquanto discutibile se la produzione attuale sia sufficiente per porre fine alla povertà mondiale. Infatti, il prodotto pro capite mondiale nel 2015 è stato di circa 16.000 dollari, ovvero pari alla soglia di povertà in USA.
Ma poi c’è una questione pratica grande come una casa: non tutta la produzione economica si presenta in  forma idonea ad essere convertita in reddito da ridistribuire lontano da dove viene alla luce. La ridistribuzione burocratizzata tra nazioni ha precedenti disastrosi che hanno bruciato ricchezza anziché trasferirla. Questo sì che si prospetta come uno spreco colossale. Anche perchè il programma di povertà finora rivelatosi più efficace, ovvero la libera migrazione dei popoli, sarebbe moralmente più problematico da giustificare.