The cult of environmentalism demands that children abandon all independent thought about the nature of rights and obligations, replacing it with mindless subservience to the value judgments of their teachers.It wouldn’t be difficult for teachers to address environmental issues in a refreshingly different way—as invitations to critical thought. I believe, for example, that my child is old enough to think sensibly about the issue of whether to leave the water running while she brushes her teeth.When she lets water run down the drain, she denies other people the use of that water. The value of that use, to a very good approximation, is measured by the price of the water. Cayley, now aged nine, is capable—with a little assistance in the form of leading questions—of estimating how much water escapes during a toothbrushing session, the value of that water, and whether that value is or is not high enough to justify the effort of turning the faucets off and on. That’s a good exercise in estimation and a good exercise in arithmetic. It’s also a great way for her to discover the true miracle of the marketplace: As long as Cayley cares about her own family’s water bill, she will automatically account for the interests of everyone else who might be interested in using that water.But Cayley’s teachers have not wanted her to think clearly about such issues, perhaps out of fear that clear thought can become a habit, and habitual clear thinkers are
not good candidates for subservience. Instead, those teachers have pronounced from on high that because water is valuable to others, we should be exceptionally frugal with it. In an inquisitive child, this raises the question: With exactly which valuable resources are we obligated to be
exceptionally frugal? A child who is observant as well as inquisitive will quickly recognize that “all valuable resources” is not the teacher’s preferred answer. For example, teachers rarely argue that “because building supplies are valuable to others, we ought to build fewer schools”; even more rarely do they argue that “because skilled workers are valuable in industry, we ought to have
fewer teachers.”Where is the pattern, then? What general rule compels us to conserve water but not to conserve on resources devoted to education? The blunt truth is that there is noMy daughter has been taught that all endangered species should be preserved, but she’s also been taught that the AIDS virus should be eradicated. When Cayley’s third grade teacher required her to write a report on the endangered species of her choice, I encouraged her to choose the AIDS virus. (I was unsuccessful.) The AIDS virus is probably only one of many species that are not yet as endangered as they ought to be…
pattern, and the general rule is simply this: Only the teacher can tell you which resources should be conserved. The whole exercise is not about toothbrushing; it is about authority…
… That’s why American junior high school kids can tell you exactly how fast the Amazon rain forest is shrinking, but have absolutely no framework for thinking about whether it’s shrinking too fast or not fast enough. It’s easy for a teacher to write a number on a blackboard (the rain forest is shrinking by such-and-such a number of square miles per year) and demand that students memorize that mere fact, unilluminated by any theory. It’s much harder to get students to think…
martedì 6 marzo 2012
Incubo verde
venerdì 2 marzo 2012
Nessun pasto è gratis
L’ Europa ci prova che laddove i valori della famiglia, del lavoro, della comunità, della fede sono molto più deboli che da noi, la vita puo’ essere ugualmente piacevole. Colgo sempre al volo l’ occasione di fare una scappatina a Stoccolma o a Parigi, quando mi capita. Laggiù le persone non sembrano certo gemere sotto il gioco dell’ oppressore. Al contrario, ci sono molte cose pregevoli che caratterizzano la vita di tutti i giorni, sono posti notevoli da visitare, eppure, proprio in quei paesi, si sono radicate delle concezioni di vita che io reputo problematiche. Sembra che le cose siano viste all’ incirca così: lo scopo della vita è quello di trascorrere nel modo più piacevole possibile il tempo che va dalla nascita alla morte del cittadino e lo scopo dei governi consiste nell’ agevolare questa missione. Propongo di chiamare questo atteggiamento “Sindrome Europea”.La settimana corta lavorativa, le frequenti vacanze, non sono che un sintomo della sindrome. L’ idea che una persona si realizzi nel suo lavoro va lentamente svanendo rimpiazzata dall’ idea che il lavoro è un male necessario che interferisce con il godimento e i piaceri del tempo libero. Doversi impegnare alla ricerca di un lavoro o correre il rischio di perdere quello che si ha venendo licenziati, sono viste come terribili forme di oppressione. Il precipitoso crollo dei matrimonio, molto più accentuato che da noi, è un altro sintomo. Cosa resta di un impegno per la vita quando lo Stato agisce da coniuge surrogato allorché si tratta di “saldare i conti”? Il declino della fertilità ben al di sotto dei tassi di sostituzione, è un altro sintomo. I bambini sono visti come un carico sulle spalle dei genitori che lo Stato è chiamato ad alleggerire, per non parlare dei limiti che impongono ai piaceri e al tempo libero di chi è in qualche modo coinvolto nella loro cura. La secolarizzazione galoppante è l’ ennesimo sintomo. Le persone sono viste come una collezione di processi chimici attivi destinati prima o poi a disattivarsi. Se le cose stanno veramente così, affermare che lo scopo della vita consiste nel trascorrerla nel modo più piacevole possibile, è una posizione del tutto ragionevole.L’ alternativa alla sindrome europea consiste nel dire che la nostra vita ha anche un significato trascendente e possiamo usarla per fare cose importanti – auto governarci, crescere una famiglia, essere amici di chi ci sta intorno, imparare un mestiere e farlo nel miglior modo possibile. I padri fondatori del “progetto americano” avevano in testa qualcosa di simile quando parlavano di “ricerca della felicità”…
… le persone hanno bisogno di autostima, ma l’ autostima la si guadagna sul campo – non si puo’ avere stima di se stessi se non si ha per lo meno la sensazione di essersela guadagnata sul campo – e l’ unico modo di guadagnarsi qualcosa consiste nell’ impegnarsi in un’ impresa che puo’ anche fallire…… le persone hanno bisogno poi di relazioni intime con i loro simili, ma relazioni che siano ricche e soddisfacenti devono avere un contenuto sostanziale, e questo contenuto esiste solo ci impegniamo in comportamenti che hanno conseguenze, magari anche spiacevoli, di cui ci sentiamo comunque responsabili…… la responsabilità per le nostre azioni non è solo una conseguenza della libertà, è anche il suo premio…… la grande soddisfazione che abbiamo nel crescere un bambino deriva dal fatto di assolvere cio’ che riteniamo una nostra fondamentale responsabilità… se siete un padre disimpegnato che non contribuisce all’ opera educativa o una ricca madre che ha girato gran parte dei compiti più duri a terzi, le soddisfazioni per l’ impresa scemano… e lo stesso vale se siete un genitore povero che si affida mani e piedi a un welfare avanzato…
… gli avvocati del welfare ritengono che non esista una natura umana, o che comunque la si possa cambiare… l’ espressione più pura di questo atteggiamento “plastico” la ritroviamo nel marxismo e nel mito dell’ “uomo nuovo”… i socialdemocratici del ventesimo secolo ebbero un’ agenda meno radicale, ma in fondo continuano a condividere questa credenza…… una prima conseguenza consiste nel credere che l’ “uomo nuovo” non trarrà vantaggi indebiti dagli aiuti che il welfare mette a disposizione… per esempio, generosi sussidi alla disoccupazione non influenzeranno la tenacia con cui una persona conserva il suo lavoro o quella con cui il disoccupato ne cerca un altro…… l’ affermarsi del welfare state nel ventesimo secolo è andato in parallelo con l’ affermarsi di altre credenze intorno alla natura dell’ Homo sapiens… innanzitutto si è ritenuto che gli uomini fossero fondamentalmente uguali per quel che concerne i caratteri, le abilità e le inclinazioni di fondo: l’ idea che ogni bimbo dovrebbe aspirare alla laurea riflette la visione ottimistica che ogni bambino ha in sé le potenzialità sufficienti all’ impresa se solo ne avesse la concreta opportunità… ma questo concetto di eguaglianza si applica anche ai gruppi di persone: in una società giusta, si dice, gruppi differenti di persone – uomini e donne, bianchi e neri, omosessuali ed eterosessuali, bambini ricchi e bambini poveri – avranno, distribuiti in modo perfettamente uniforme tra i gruppi, gli stessi “esiti vitali”: lo stesso reddito medio, lo stesso livello di istruzione, la stessa probabilità di diventare CEO in una grande impresa, la stessa probabilità di diventare professore di matematica in un college prestigioso, la stessa probabilità di diventare attori famosi, eccetera. Quando cio’ non succede, bisogna rintracciare l’ ingiustizia sociale che sta alla radice del malfunzionamento. L’ idea che non possono esistere differenze tra gruppi diversi di persone ha giustificato una mole impressionante di regolamentazione e burocratizzazione che ha riguardato tutti gli ambiti del vivere civile. Tutto cio’ che associano all’ espressione “politically correct” si riallaccia in qualche modo a questa premessa…… la seconda credenza sottesa al welfare state ritiene che le persone, specie coloro che “stanno sotto”, non sono realmente responsabili della loro condizione. Chi ha successo non lo merita, esattamente come chi vive nella mediocrità… e se costoro stanno dove stanno cio’ si deve al fatto che sono nati nella famiglia dove sono nati… quando poi le cose non possono essere spiegate in questo modo, ecco entrare in scena la fortuna…Il peggior nemico di questa visione è la scienza. Nel corso dei prossimi 10/20 anni, penso che la scienza darà ulteriori contributi per screditare le premesse fondamentali su cui poggia il welfare state… le soluzioni proposte dai politici dipenderanno sempre più largamente dalle scoperte della genetica e delle neuroscienza…… faccio solo un esempio affinché le cose siano chiare: la scienza già ci dice che uomini e donne rispondono molto diversamente alla presenza di un bambino, e questo per ragioni che non hanno nulla a che vedere con l’ ambiente in cui sono cresciuti… la cosa non sorprende nessuno ma è importante per contrastare la visione per cui in un mondo “non sessista” uomini e donne hanno la medesima inclinazione alla cura dei bimbi, e quindi anche la colossale burocrazia necessaria messa in piedi per realizzare il fantomatico “mondo non sessista”. Penso proprio che lo smantellamento del welfare, oltre a problemi di sostenibilità finanziaria, dipenderà anche da processi come quello appena descritto…… altro esempio… penso che prossimamente assisteremo a forme di consenso scientifico di questo tipo: ci sono ragioni genetiche radicate nei processi evolutivi tali per cui un bimbo che abita un quartiere senza padri sposati tenderà a crescere senza aver introiettato quelle norme sociali di comportamento che più lo salvaguardano dal crimine e che più gli consentono di mantenere il proprio lavoro… tutto cio’ spiega perché gli abusi sui bambini si concentrano nelle famiglie in cui il maschio presente non è il marito e padre naturale dei bambini stessi… cio’ spiegherebbe inoltre anche perché i tentativi di “compensare” l’ assenza del padre biologico sposato non funzionano e non funzioneranno mai…… ci sono donne meravigliose che crescono da sole bimbi meravigliosi, in molti sistemi socialdemocratici – come quelli europei – si fa un lavoro pregevole, almeno nelle intenzioni, per compensare le storture presenti. Tutto vero.. Tutto vero purché la si smetta d’ inscenare la finzione per cui la famiglia tradizionale è giusto un modello tra i tanti… la scienza ci dice e ci dirà con sempre maggior chiarezza che la “famiglia tradizionale” assolve a compiti fondamentali nel far fiorire la natura umana… e le politiche sociali dovranno tenerne sempre più conto…
martedì 28 febbraio 2012
Que sera, sera… ovvero: umiltà, coraggio e saggezza SAGGIO
Bryan Caplan – Selfish reason to have more kidsWhen I was just a little girl
I asked my mother, what will I be
Will I be pretty, will I be rich
Here's what she said to me.
Que Sera, Sera,
Whatever will be, will be
The future's not ours, to see
Que Sera, Sera
What will be, will be.Doris Day
… ci sono due visioni dell’ umanità… nella prima le persone sono stomaci che camminano… più persone significa più stomaci che digeriscono, e quindi meno cibo per gli altri… nella seconda visione la persona è un cervello che produce idee… più persone significa nella sostanza più idee… più idee per me, più idee per tutti…
… Signore, dammi l’ umiltà per accettare cio’ che non posso cambiare, il coraggio per cambiare cio’ che posso cambiare e la saggezza per distinguere tra le due cose…Reinhold Niebuhr
giovedì 23 febbraio 2012
Dominante, tonica, sordina, eco… e poi Carolyn
Le musiche dapprima risuonano, poi imboccano la via della cadenza per spegnersi e limitarsi a echeggiare nell’ animo dell’ ascoltatore… ma non è finita lì… e dopo?…
… il dopo lo illustrano bene gli arpeggi invertebrati di Carolyn…
… sa farci sentire come si sentono i suoni quando sono destinati a non farsi più sentire, quando si appartano e vanno in pensione.
Opera meritoria, ma soprattutto consolatoria: per noi, e forse anche per loro. Poverini.
Genealogia: Ran Blake.
Carolyn Hume Paul May – Come to nothing
mercoledì 22 febbraio 2012
Musica d’ atmosfera…
… non nel senso che “crea un’ atmosfera…” ma piuttosto che osserva leggi atmosferiche…
Qui il Bernacca del pentagramma ai suoi vertici…
Iannis Xenakis - Oresteia
martedì 21 febbraio 2012
Preghiere all’ aria aperta
I ciellini non fanno altro che cantare tutto il santo giorno e Chieffo, militante della prima ora, è il bardo designato. Privilegiano una religiosità all’ aria aperta…
… l’ umile e il bambino spiccano come figure di riferimento… lo stupore dei loro occhi è esemplare…
sabato 18 febbraio 2012
Taja e medéga
Chirurgia dello sbrego per questo club di cerusici abituati al corpore vili…
Organi, wurlitzer, moog synthesizer, mellotron, clavinet, pianoforti… sono il forcipe che afferra per le tempie il neonato cianotico ma dal radioso avvenire.
Madeski/Shipp – Radical Reconstruction Surgery
Musiche appese a un filo
… un filo di Augusto Esquivel…
1. … mangiatori di loto fanno lavorare le mascelle…
2. … rimasugli di concerto grosso…
3. … lo sperone insanguinato…
4. … infiorescenze vocali nella notte newyorkese…
5. … ambienti concavi (con moquette)… Michel
6. … Chapter one… oggi la Sara spiega in classe… le musiche primitive…
7. … indicatori della qualità della vita a San Paolo…
venerdì 17 febbraio 2012
Non si sevizia così un Paperino
L’ Italia ha prodotto almeno tre grandi film horror: il primo è cosmopolita, Profondo Rosso.
Gli altri due sono horror da campanile: c’ è quello padano e quello terrone.
A proposito di campanile: nell’ Italia anni settanta che andava laicizzandosi il pervertito è sempre il prete, ovvio. Spero quindi che nessuno consideri questo parole uno spoiler sorprendente.
Qui mi occupo del secondo film, quello “terrone”.
Ambientato sotto i ponti che percorrevamo ignari per andare in vacanza.
Sembra incredibile pensare che là sotto potesse esistere qualcosa che non fossero le discariche abusive. Scopriamo invece che abbondano oratori, streghe e fattucchiere.
Una storia avvincente, sembra di vedere De Martino allo storyboard.
Leggendaria la seduzione del bimbo. Su questa scena la mia generazione c’ ha lasciato una tonnellata di diottrie!
Nel dibattito post proiezione ferverà ila diatriba giuridica: ha senso incriminare per tentato omicidio chi si produce nel rituale voodoo della bambolina infilzata? Se sì, la giunonica Florinda Bolkan non la passerebbe liscia.
Certo che nel film, il sentimento perbenista, un tempo tenuto a freno dalla Santa Inquisizione, non bada ai sottili distinguo dei giureconsulti e provvede a una grezza giustizia.
Massacri del genere hanno folgorato Tarantino sulla strada di Damasco facendogli decidere quel che avrebbe fatto da grande.
… tanto poi ne faremo un altro…
… aggrappati piccolino, aggrappati forte… e non disperare: il mondo è pieno di placente…
… lui, all’ insaputa di lei, lo porta dall’ acquirente (“… tanto ne faremo un altro…”)
Trama: lui e lei sono giovani, belli e spiantati: vivono di espedienti, caldo o freddo, sempre all’ aperto; con l’ ottundente bordone del traffico parigino a far da ovatta nelle orecchie e a sbiadire il tipico grugnito francese della banlieu; quando ecco una “visita” inaspettata.
Povere donne, sempre la solita solfa… sembra che debba nascerti un bimbo, prepari il corredino e tutto, ed ecco che te ne nascono due… il secondo alto un metro e ottanta…
Il film si chiude ancora con doglie, travaglio e (ri)nascita (del bietolone); speriamo bene… ma di questi tempi il “bene” e il “male” sono secondari, “sperare” è già tanta roba… lo considero a tutti gli effetti un “… e vissero felici e contenti…” in salsa Dardenne.
F.lli Dardenne – L’ enfant
mercoledì 15 febbraio 2012
… profondo malinconico lume…
Come bruciano placidi gli svedesi di Stanislav Aristov…
… neanche la notte fatale alla fiammiferaia fu tanto siderale e fredda…
… giusto l’ arpeggiante scandaglio per abissi dell’ adagio beethoveniano commenta pertinente analogo sommovimento cardiovascolare…
lunedì 13 febbraio 2012
Bruno Frizzera e l’ impossibilità di capire
Ieri è morto Bruno Frizzera, presumo che stamane tutti gli uffici osserveranno un minuto di silenzio.
Questo è il mio telegrafico “coccodrillo”.
Viveva appartato, non partecipava a nessun convegno, disdegnava il dibattito dottrinario ed eludeva persino i giornali finanziari.
Aveva un buon motivo per farlo: aveva capito che non c’ era niente da capire.
I suoi manuali sono mitici: aveva capito che non c’ era niente da capire, che il nostro fisco è incomprensibile, incoerente, allergico ai principi e concentrato solo sul caso singolo, magari sulla sterile forma, in modo da spremere anche in assenza di danni erariali procurati.
In casi del genere le Teorie sull’ equità e sull’ efficienza, valgono meno di zero: non resta che una prassi vicina al gesuitismo causidico.
… finalmente comprensibili anche al profano alcune strofe dell’ inno ufficiale dei ragionieri…
E i suoi manuali erano proprio questo: bigini utilissimi con elencazioni sterminate di casi pratici e soluzione a latere. Poiché per confondere meglio le idee la normativa deve essere, oltre che vaga, proteiforme, le uscite dei bigini erano ormai a ritmo semestrale. Si tratta di libercoli che rivaleggiano per vivacità con l’ elenco telefonico, ma anche di bussole essenziali per sopravvivere in un mondo di emaciati zombi e vampiri assetati di sangue che spuntano da ogni dove senza criterio intelleggibile.
venerdì 10 febbraio 2012
Scende la neve…
... anche solo mettersi alla finestra a guardare i fiocchi fioccare mentre la tristezza ci massaggia per bene...
...in questi casi giova molto la compagnia degli "andanti" shubertiani...
Una questione di chimica
Ho l’ impressione che quanti più commercialisti circolino, tanto più si evade.
Ma, sia bene inteso, non lo dico a disdoro dei commercialisti, anzi.
Mi sa però che tocca chiarire: nei grafici OCSE Italia e Usa si collocano ai lati estremi per cio’ che concerne i livelli di evasione fiscale: gli americani sono i più “virtuosi”, mentre noi…
Eppure – sorpresa sorpresa - un lavoratore autonomo americano evade quanto un italiano. E lo stesso dicasi per i lavoratori autonomi danesi.
Quel che cambia (e molto) è il volume di lavoratori autonomi e piccole imprese (con relativo commercialista aggregato): massiccio solo in Italia.
Perché una simile abbondanza?
Cultura?
Penso piuttosto alla alla demonizzazione insistente del privato quando fa le cose in “grande”, una nostra prerogativa: fate caso alla reazione chimica che si innesca allorché certi intellettualoidi nostrani origliano da lontano la parola “multinazionale”…
La chioma elettrizzata, l’ occhio spiritato, la frogia fremente, il brufolo esondante, segnalano invece un chiodo fisso: come ostacolare la prossima apertura di un centro commerciale.
Dove la ricchezza è lo sterco del demonio, meglio non accumularne troppa, anche se la si volesse investire in modo produttivo.
E taccio dell’ ipersindacalizzazione che rende invivibile il mercato del lavoro spingendo i più a cercar riparo nel “piccolo”.
mercoledì 8 febbraio 2012
Fuori due
La musica è di Thomas Tallis nella rielaborazione per quartetto d' archi.
La sfilata
Niente aiuta meglio a capire cosa distingue un’ azienda privata da un’ azienda pubblica che seguire le conferenze stampa della Guardia di Finanza o dell’ Agenzia Entrate.
Le sfilate di moda di questi due soggetti sono veramente particolari, eppure sono in pochi a farci caso.
Ieri il proscenio è stato tutto per non so più quale colonnello o dirigente, il quale ha trionfalmente vantato i dati dell’ evasione accertata grazie alla sua preziosa opera nel 2011.
Fateci caso per un attimo, ve lo vedete Marchionne dare una conferenza stampa per dire orgoglioso che nel 2011 la Fiat, pur fallendo, ha fabbricato milioni e milioni di automobile. E magari proprio quella è stata la causa del fallimento.
Chissà perché da Marchionne, e solo da lui, prima di applaudire, pretendiamo che aggiunga come minimo se le auto fabbricate di cui va tanto fiero le ha poi vendute.
Il problema è che certe cose bisogna “farci caso”, altrimenti l’ ingorda abitudine si divora tutto e scatta l’ applauso pavloviano prima ancora che spunti un barlume di coscienza a ridicolizzare l’ evento.
giovedì 2 febbraio 2012
I finanziatori dell’ aborto
C’ è il problema dell’ aborto. E va bè, quello è un dialogo tra sordi.
Poi c’ è il problema dei cattolici che finanziano gli aborti: chissà se almeno su questo si possa dire qualcosa.
Di fronte al due di picche
George Steiner – Il correttore
Come si esce da una cocente delusione esistenziale? Argomento interessante.
Ancora più interessante, capire come non si esce.
La Tv, tra una salva di pubblicità e l’ altra, trasmette le immagini del crollo del muro: sul divano lui, un comunista non pentito intento nella sterile attività di chiarire a se stesso, in un’ epoca di eccitanti contraddizioni, certi grovigli teorici: possibile che la Storia abbia chiuso bottega.
La storia di un’ anima incagliata che va mummificandosi giorno dopo giorno tra parole in subbuglio che traboccano e che nessuno vuol più sentire, una storia narrata in modo empatico ricorrendo a un linguaggio da delibare a ogni pagina.
… i due di picche della Storia sono i più amari…
… troppa esposizione al mondo stampato sulla carta…
… regolarmente, dopo mezzanotte, un bruciore sembrava pizzicarlo dietro agli occhi… ma si continuava…
… vita da topo (di biblioteca)…
… tutta quella vita passata a inalare l’ odore acre dell’ inchiostro fresco, ad attivare le antenne dei polpastrelli, a ordinare il catasto della mente… a liberare gli occhi cisposi… a occultare l’ aria cerea… le concavità emaciate…
… lavoro ben fatto o sterile esattezza?…
… gli aleggiava intorno un demone… l’ arte dello scrupolo che mette ordine nel mondo… lì insensato ribrezzo per l’ approssimazione…
… cosa chiede il mercato…
… un lavoro affrettato… opera di mani inesperte o perseguitate…
… finalmente all’ aria aperta… ancora fisime…
… la carta straccia svolazzante lo feriva come uno spreco…
… albeggia…
… ed ecco la mattina stampare le prime ombre sul tetto del magazzino…
… passivi sul pullman, in osservazione dell’ autista…
… la precisione dei gesti lo consolava e lo affascinava… quel colpetto dato alla manopola del freno…
… la piovra democratica…
… gli “anni vociferanti” lo assediavano senza scampo…
… al mercato…
… le bancarelle lo adescavano, variopinte e opulente come tappeti persiani… aveva così pochi bisogni già di suo… ed ecco che un mondo impazzito per il superfluo lo spingeva a coltivare una santa privazione, un chiericato dell’ astinenza…
… da che parte soffia il vento?…
… si girò verso il delfino rampante…
… a Roma finisce la guerra…
… con l’ accompagnamento di sparatorie erratiche…
… le prime riunioni di partito…
… il ronzio della retorica sciorinata da voci cittadine rauche di tabacco e insonnia…
… le obiezioni non erano ben viste…
… si segregò come un lebbroso… cominciava il suo lungo soggiorno nel ventre della balena…
… mezzo secolo dopo, ormai al termine di tutto, ancora quei miserandi sabba marxisti…
… il compagno Lombardi era uno specialista della domanda obliqua… nell’ esporre con voce melliflua cominciava piano piano a capire cosa voleva dire fino a eccitarsi per le proprie tesi… proseguiva finché la focosa oratoria veniva meno, il che accadeva quasi subito… con lui il dibattito si disperdeva, era inconcludente e aggressivo…
… un altro Compagno…
… tendeva a scivolare in un lieve torpore nel corso dei dibattici teorici…
… parlare in pubblico…
… l’ intensità della sua voce lo mise a disagio…
… messaggio cruciale…
… lo disse piano dopo la pausa… formando con la bocca una O quasi perfetta di eccitazione generosa…
… conclusione dei lavori…
… si tennero per mani, imbarazzati, la retorica faceva male… ma cantò anche lui, stonato…
… sera, prima di coricarsi…
… si era stropicciato gli occhi per provocare una pioggia di stelle sul cristallino…
… la prima volta in un supermercato di Berlino ovest…
… barcollavano tra gli scaffali svuotandoli con gesti da sonnambuli…
… Sessant’ anni e la solita decisione da prendere in merito alla prima cataratta…
… secondo la mia opinione un’ operazione le porterebbe soltanto disagi e false speranze… l’ occhio sinistro si mette in sciopero caro signore… uno sciopero definitivo…
… la religione…
… cosa lasciò Cristo alla sua piccola mafia… dopo la mancata venuta la Chiesa prese a distribuire il calmante… ordine, obbedienza, docilità… in questa valle di sofferenze… indennizzo nell’ aldilà… dopo la curva del tempo…
… quel Messia che non arriva…
… i comunisti resteranno i soli a leggere i Vangeli, a capirli fino in fondo…
… le torture rievocate mentalmente…
… testicoli nel morsetto…
… inspiegabili dispetti di un uomo solo…
… subito, con grande loquacità, diede indicazioni fuorvianti agli sconosciuti…
… un secondo prima di dormire…
… sentì in dissolvenza il singhiozzo e il fischio dello sciacquone al piano superiore…
… c’ è persino una mini storia d’ amore…
… lui percepì la vicinanza della sua guancia… le labbra gli scivolarono sul corpo soffermandosi dove stagnava la stanchezza…
… gioventù…
… con la loro ardente speranza costringevano il futuro ad accadere…
… strane figurine che emergono dal nulla per ripiombarci dopo due righi…
… il cameriere puliva i tavoli intorno a loro con evidente disapprovazione…
… infine… il pensionamento…
… quella landa sterile del suo riposo…
… mass murder…
… al più io riesco a immaginare, diciamo, mille persone, in una sala… o, vagamente, qualche migliaio in uno stadio… una cifra come un milione per me non significa niente… venticinque milioni poi… ci dicono che questo è il numero di Stalin… venticinque… posso pronunciare la cifra ma la realtà, il suo significato concreto mi sfugge… e allora mi concentro su un unico essere umano… una suora che arrestarono nel 37 per atteggiamenti controrivoluzionari… le pisciarono in bocca… le chiesero se era buono come il vino della Comunione… e la stuprarono… i polsi legati col fil di ferro perché il dolore aumentasse… mi sforzo di vedere in suor Evgenija quei 24.999.999 altri esseri umani ammazzati dalle fiere leggi scientifiche del progresso sociale… “siano infrante le catene” così potremo utilizzarle per fustigarvi a morte…
… l’ accusa…
… il prodotto del tuo socialismo scientifico non era nemmeno il regno di Satana annunciato da apocalittici e inquisitori… era qualcosa di più piccolo, di più meschino, di più disumano… i tuoi Messia terrestri non erano altro che teppisti ipocriti…
… la difesa…
… il nostro grande errore, quello di sopravvalutare l’ uomo, l’ errore che ci ha traviato, è in assoluto la cosa più nobile dello spirito umano nella nostra tremenda storia… il capitalismo non si è mai spinto a tanto… pensa avendo in mente l’ uomo medio… e che media mediocre… investe sull’ avidità… sui suoi interessi meschini… blandisce i suoi interessi per i giocattoli materiali e le vacanze al sole… gli solletica la pancia affinché si giri pregandolo di continuare… il capitalismo non ha nemmeno lasciato l’ uomo al punto in cui l’ ha trovato, l’ ha reso più piccolo regalandogli la faccia beata degli imbecilli… siamo davanti a una muta che ulula per ottenere prodotti di lusso… che grugnisce con il muso nel truogolo… siamo posseduti dal possedere… hai letto di quei bambini americani?… ventisette ore alla settimana davanti alla TV… che cos’ è la tua aspirina sacramentale davanti alla TV?… il marxismo ha riempito le sale da concerto e le biblioteche… ha reso gratuita l’ entrata ai musei… ha dato agli insegnanti uno stipendio decente e uno statuto eminente nella società… sono un marxista, sono e rimango un comunista, altrimenti non potrei fare il lavoro che faccio: il correttore di bozze… se trionfa la California non esisteranno più correttori, le macchine se la cavano meglio… ora lavoro finché mi duole la testa per arrivare alla perfezione, per eliminare ogni infimo refuso da un testo che nessuno leggerà mai… l’ esattezza… la santità dell’ esattezza… l’ Utopia significa solo l’ esattezza… il Comunismo è un modo per togliere gli errata dalla Storia… dall’ Uomo…
… la sentenza…
… non sopporto la musica di oggi, il mio stomaco si ribella… non sopporto né la plastica né la pornografia… ma qualche mese fa un concerto rock organizzato per raccogliere milioni di dollari a favore di opere di carità è andato avanti per ventiquattr’ ore… mentre noi davamo conferenze su Kant, suonavamo Schubert, e nello stesso giorno spedivamo milioni di persone nelle camere a gas… nel nostro mondo i bambini nascono vecchi, basta guardare i loro occhi e le loro bocche in quelle immagini dalla Romania.. se l’ America è infantile, e forse lo è, che difetto fortunato! La Coca Cola ci torce le budella… ma frizza!
… the end…
… poi una macchia nel polmone sinistro…
mercoledì 1 febbraio 2012
Tributi subnormali
Il canone rai è un tributo come tutti gli altri, pagarlo non è solo segno di civiltà, è un obbligo
Che il canone Rai sia un tributo non ci piove, che sia “normale” è quanto meno dubbio.
Cosa caratterizza un tributo civile?
Il fatto che non esiste (ancora) una tecnologia in grado di trasformarlo in prezzo.
Esempio: i tributi con cui finanziamo la difesa nazionale non possono essere trasformati in prezzi di mercato se non con molta difficoltà.
Ma per il canone Rai le cose stanno diversamente: basta infatti criptare i programmi consentendo l’ accesso a chi paga il prezzo.
Oggi, invece, si tassano i possessori di televisore presupponendo che fruiscano di un servizio. Nemmeno Robin Hood puo’ essere chiamato in causa.
E’ come se un macellaio si rifiutasse d’ incassare il corrispettivo dai suoi clienti per poi presentare un forfait a me che, essendo in sovrappeso, probabilmente qualcuna delle sue bistecche me la sono sgagnata.
Ma perché ostinarsi allora nelle contorsioni? Semplice, perché alla soluzione lineare segue un passo obbligato: la privatizzazione del servizio.
Non sia mai.
… Homo Contribuens: in attesa di giustizia ci adeguiamo usi ad obbedir tacendo…
Il confronto si fa duro
evadere le tasse è peccato, se lo fa un religioso è anche scandalo…
Angelo Bagnasco
Per la riabilitazione della figura dell’evasore totale alla luce della dottrina sociale della chiesa. La chiave di questo magnifico pensiero, sviluppato da grandi Santi e Pontefici sulla base della parola di Dio, è il primato della persona.
Se è vero quanto afferma Luca Ricolfi, che la pressione fiscale effettiva ha raggiunto il 60 per cento, in Italia il primato è senza dubbio statale. Il primato dello stato è un’idea comunista, nazista, fascista, europeista, non un’idea cattolica. E’ un’idea intimamente totalitaria. Dunque l’evasore totale va considerato un resistente, sia da un punto di vista strettamente cristiano, perché evadendo boicotta un’empia repubblica che finanzia l’aborto e incoraggia l’apertura domenicale dei negozi, sia da un punto di vista più genericamente umano, perché evadendo mantiene aperto lo spazio indispensabile al dispiegamento della libertà personale. (Sto parlando ovviamente dell’evasore totale cosiddetto, in realtà un evasore parziale. Il vero evasore totale non esiste: qualcuno riesce a evadere le imposte dirette ma nessuno può evadere le imposte indirette. Chi evade l’Irpef paga comunque l’Iva e le accise, e anzi spesso paga di più, perché maggiormente consuma).
Camillo Langone
… neanche più gli occhi per piangere…
martedì 31 gennaio 2012
Il privilegio dell’ addizionale
I tributi che colpiscono le rendite (dividendi, interessi, affitti, capital gain…) in realtà non sono tasse bensì sopratasse.
Chi urla di continuo “le rendite sono colpite con aliquote troppo basse” in realtà sostiene la penalizzazione ingiustificata di alcuni contribuenti rispetto ad altri.
I concetti di fondo non sembrano chiari nemmeno a molti giornalisti finanziari. Meno male, mi chiedo cosa farebbero i blogger senza le bufale a getto continuo della stampa più blasonata.
Prima dell’ esempio, partiamo con un concetto di base che tutti condividono: la pressione fiscale effettiva si esprime come percentuale che misura la perdita di reddito disponibile dopo l’ applicazione della tassa.
Bene, ora prendiamo Giovanni e Giuseppe.
Situazione 1 (S1). Entrambi vivono in un paese senza tasse e guadagnano 100 grazie al loro lavoro. Giuseppe decide di consumare 100; Giovanni, per un suo usto, preferisce investire, raddoppiare il suo capitale e consumare 200 dopo un anno. Fine della storia.
Situazione 2 (S2). Viene introdotta una tassa sui redditi di lavoro pari al 50%. Ora Giuseppe consumerà 50 (il 50% in meno rispetto a S1). Giovanni investirà 50, raddoppierà e consumerà 100 (anche lui il 50% in meno rispetto a S1).
La tassazione sembra equa: nel passaggio da S1 a S2 i redditi disponibili di Giuseppe e Giovanni calano entrambi nella stessa misura (50%).
Situazione 3 (S3). Ora, a fianco della tassa sui redditi da lavoro, viene introdotta una tassa del 10% sul capital gain. Nulla cambia per Giuseppe, continuerà ad avere un reddito disponibile pari a 50. Giovanni invece ora lo ha pari a 95 (il capitale reinvestito sarà infatti tassato per un importo pari a 5).
Nel passaggio da S1 a S3 Giuseppe sopporta una decurtazione dei redditi disponibili pari al 50% mentre Giovanni si carica un bel 52.5% (così impara a fare la formichina).
Insomma, contro la retorica dominante la tassazione sulle rendite si rivela essere una semplice addizionale sui redditi da lavoro.
In altri termini, Giovanni viene penalizzato con un’ addizionale per la sua semplice scelta di non consumare subito tutto, una scelta che in quanto tale non si vede perché debba essere penalizzata.
Adesso andate pure a spulciare i giornali per constatare di persona con quanti salamelecchi ci si riverisce alla “doverosa tassazione sulle rendite”, vera e propria misura tesa a implementare forme di giustizia fiscale. Lo spettacolo è esemplare: un’ ignoranza talmente compenetrata da trasformarsi in cristallina buona fede, con il solito seguito a rimorchio da feroci greggi furiosamente belanti disinteressate a capire ma interessatissime al sangue del lupo.
… forse l’ imperatore non è proprio nudo, ma di sicuro porta abiti stranissimi…
Fine dei distinguo
Noi ragionieri abbiamo un debole per le tassonomie e in materia di tributi ci sbizzarriamo, forse per gettare fumo negli occhi del profano.
Mia mamma parla genericamente di tasse senza tanto sottilizzare, e forse ha ragione lei. Mi spiego.
In relazione ai tributi l’ unica classificazione di sostanza distingue le tasse sul lavoro dalle tasse sul capitale. Sfido a dire diversamente.
Ma posso andare oltre: le tasse sul capitale o sono una doppia tassazione (patrimoniale) o sono una sovra tassa (capital gain, dividendi, interessi, reddito d’ impresa). Sfido a dire diversamente.
In ultima analisi qualsiasi tassa colpisce il reddito di lavoro.
C’ è solo un tributo e colpisce i redditi da lavoro: fine di ogni tassonomia, aveva ragione la mamma. Sfido a dire diversamente.
Postilla: ogni tassazione sul lavoro in realtà è una tassazione sul consumo, questo perché colpire una ricchezza quando entra (nella mia disponibilità) o quando esce è esattamente la stessa cosa. Sfido a dire diversamente.
Queste osservazioni semplificano (fine delle tassonomie) ma, nello stesso tempo, complicano (sovra tasse?), tanto è vero che mi aspetto molte “sfide”.
… l’ avida mano del fisco nell’ immaginario di Clark Gooldby…
Robin Hood
Robin rubava ai ricchi per dare ai poveri. (Bravo!).
Non si sa bene se la sua storia sia da leggere come un apologo morale o un racconto di fantascienza.
Mi sembra più costruttiva la seconda ipotesi: diversamente da quel che molti pensano non è affatto semplice “rubare” ai ricchi e dare ai poveri.
L' aritmetica ci dice che per accrescere il tenore di vita dei poveri a spese dei ricchi è necessario abbassare quello dei secondi, arduo problema.
Vale la pena di fare un esempio.
Prendiamo un mondo in cui le auto siano l’ unico bene di consumo; in questo mondo vive alla grande l’ ereditiera Paris Hilton forte del suo fantastiliardo depositato in banca: la biondina non fa che girare tutto il giorno salendo e scendendo dalle sue venti fuoriserie.
E’ lo stesso mondo in cui vivacchia l’ appiedato Ginetto.
Robin vorrebbe rubare tassare la ricchezza spropositata dell’ ereditiera trasferendola in parte al povero Ginetto, il quale potrà finalmente concedersi un’ utilitaria.
Detto, fatto.
Eppure, compiuto l’ “atto di giustizia”, notiamo che Paris, com’ era facilmente prevedibile, continua esattamente come prima a godersi le sue 20 fuoriserie, i conti non quadrano: chi ha rinunciato ai suoi consumi per concedere a Ginetto la macchinetta nuova fiammante?
Probabilmente lo sfigatissimo Ginone: aveva programmato l’ acquisto di un’ utilitaria, era sul punto di chiudere i contratti quando la banca ha alzato i tassi d’ interesse facendo saltare l’ accordo.
Ma la banca non ha agito per capriccio: purtroppo il capitale depositato da Paris è stato intaccato dalle tasse e questo depauperamento di risorse disponibili in cassaforte modifica necessariamente le politiche del credito. La penuria impenna il prezzo e il prezzo in casi del genere coincide con il tasso dei finanziamenti concessi.
Ricapitoliamo il finale: Ginetto se la gode, Paris mantiene inalterato il suo tran tran di miliardaria (cambia solo qualche zero nei documenti – mai letti - che invia la banca), Robin se ne va in giro a mostrare le sue medaglie appena lucidate. L’ unico a stare in un cantone è l’ oppresso Ginone, per lui è davvero la fine di un sogno. A meno che da qualche parte esista un Ginaccio messo peggio di lui e un Robin che, abbagliato dalle proprie onorificenze, non abbia imparato la lezione.
Morale: tassare i ricchi è difficile, praticamente impossibile, per lo meno fuori dai racconti di fantascienza.
… anche le verità più solide talvolta inciampano…
sabato 21 gennaio 2012
Scatola nera e fantafisco
1. Slogan che non mi piacciono: “aboliamo tasse e leggi”.
2. Slogan che mi piacciono: “trasformiamo le tasse in prezzi e le leggi in regole”.
Il primo è romantico ma il secondo è criptico.
Per capirlo meglio ricorrere all' esempio della scatola nera da montare in macchina, recentemente tornata in auge con il decreto Monti.
FASE 1: con la scatola montata sull’ auto, sconti dell’ assicurazione.
FASE 2: con la scatola obbligatoria, le assicurazioni, ovvero gli unici soggetti realmente interessate alla sicurezza, fissano tra loro un codice della strada personalizzandolo poi con il cliente.
FASE 3: con la scatola montata arriverà a casa la “bolletta della strada”.
Nella fase due delle regole contrattuali prendono il posto della legge, nella fase tre un prezzo (pedaggio) prende il posto di una tassa in modo tale di trasferire i costi dalle spalle del contribuente a quelle dell’ utilizzatore.
Cosa osta? Non la tenere ragione, bensì l' arcigna cultura.
Fantafisco, quindi. Eccezion fatta per Singapore.
venerdì 20 gennaio 2012
Cambio vita: filosofia della patata
Compilare il blog quotidianamente è entusiasmante ma anche parecchio faticoso, uno che lavora mica se lo puo’ permettere a lungo e forse è giunta per me l’ ora di prendersi una pausa.
Da domani cambio “vita”, con post stringati mi dedicherò solo alla materia fiscale visto che in qualche modo sarà un impiego del tempo con ricadute positive anche sul mio lavoro. tanto più che si avvicina la parte d’ anno più impegnativa.
Cercherò di evitare i link rendendoli disponibili nell’ eventuale discussione che seguirà.
Svolgerò micro-considerazioni di interesse generale sulle imposte, nulla di specifico.
Mi piacerebbe avere un blog fiscale e comincio a fare qualche sperimentazione.
Piccole “riflessioni fiscali”, quasi un “haiku del commercialista”. Inevitabile restare sul vago, chi è interessato puo’ sempre discuterne visto che alle discussioni non mi sottraggo.
Anche il ritmo di postaggio mi sa che non sarà giornaliero, si fisserà empiricamente e attendo anch’ io di conoscerlo.
Inutile comunque diffondersi in programmi, si sa che queste cose poi prendono una loro direzione (di solito circolare in modo da ritrovarsi al punto di partenza).
La materia è piuttosto arida, lo so, ma se approcciata dall’ alto puo’ offrire qualche spunto interessante. Tuttavia mi rendo conto che la monotematicità degli interventi non è fatta per elettrizzare l’ interlocutore.
La gente difficilmente parla di chimica o di fisica: per quanto rispetti e ammiri il sapere prodotto in queste scienze, in genere, senza confessarlo apertamente, lo ritiene noiosissimo. E chi puo’ dargli torto? Prendete l’ evoluzionismo darwiniano, a chi credete che interessi se non ne parlate trasformandolo in una specie di teologia (magari negativa)?
Di fisco, imposte ed economia, invece, parlano tutti, quasi sempre a sproposito. Perché?
Avanzo due ragioni:
1. Il fisco, come l’ economia, ci tocca da vicino di continuo; è dunque una materia interessante. Con la mia piccola preparazione economica sbrano il giornale ogni giorno, praticamente mi interessano tutti gli articoli e su tutto avrei da opinare. A un giovane consiglio caldamente lo studio dell’ economia? Niente rende più felici e più “protagonisti”. Con tutte le cazzate che circolano in materia anche un orbo è re nel paese dei ciechi.
2. Nelle materie fiscali e economiche – ma direi nelle scienze umane in genere - la distanza tra il sapere predittivo dell’ uomo della strada e quello dell’ esperto non è mai abissale, anzi (vedi Tetlock). Non è una tara di quelle discipline, è che sono fatte così. Mi spiego meglio: si studia per anni e anni solo per saperne un pochino di più della media. Ma veramente poco, in fondo. In tempi di crisi ve ne sarete anche accorti dalle critiche piovute sulla categoria. Forse quel “pochino di più” vale la pena di saperlo, forse no. Boh. Sta di fatto che la cosa consente a tutti di azionare la bocca e il mantice del fiato. Nel mondo economico singolari fenomeni prendono forma, la materia è talmente complessa che spesso un sovrappiù di errori ha il pregio di correggere la traettoria centrando il bersaglio. Cosicché a girare onusto di medaglie è il più ignorante della compagnia.
Bè, direi che con questi due punti il primo post sul fisco è già bell’ e fatto, ma non prendetelo come standard visto che in futuro cercherò di essere molto più sintetico.
Un’ ultima cosa: (per ora) non rinuncio alle tag cineclub, musiclub e bookclub, lascerò traccia di ogni film visto, di ogni disco ascoltato e di ogni libro letto: ma per ciascuno saranno due-parole-due. Promesso.
Ultimissima, lo giuro: poiché non intendo farmi del male da solo, nonostante quanto detto, mi riservo il diritto di ricambiare vita anche domani.
Avete notato, ho postato la foto di una strana patata.
Perché? E’ simpatica, non è facile essere una patata e essere anche simpatici, provateci voi. Trovo la cosa alquanto singolare. Non lo so quindi perché ho messo quella foto (che poi è la scultura di un artista ancora più singolare), mi piaceva al momento e l’ ho postata, non voglio affaticarmi a rintracciare nessi, non ne ho nemmeno il tempo. Avevo voglia di farlo e l’ ho fatto, è la mia nuova filosofia iconografica, almeno fino a domani.
giovedì 19 gennaio 2012
Prostrazioni
Un paese prostrato, steso a pelle d’ orso.
Di mazzate ne ha prese tante, ma la più imponente chi l’ ha sferrata?
Per capirlo è utile guardare a chi si è rialzato, o almeno ci prova.
Nel 2011 la Germania ha segnato due record dell'ultimo ventennio: oltre a crescere al 3% in un anno di crisi per l'Europa, è riuscita a spronare l'occupazione di 530 mila unità, a 41 milioni, il massimo dalla riunificazione, mentre la disoccupazione è calata al minimo da vent'anni, a quota 6,8%. Come mai? Chi ricorda che all'inizio del 2000 la Germania era «la malata d'Europa», mentre ora è tornata la locomotiva della Ue? La risposta classica è che il modello tedesco ha avuto successo, perché ha iniziato nel 2003 le riforme, liberalizzando e flessibilizzando il mercato del lavoro e aumentando la produttività.
Poi è seguito il taglio dei costi del sistema sociale, l'aumento delle pensioni a 67 anni, la creazione di un segmento di bassi salari. In un decennio, i costi del lavoro per unità di prodotto tedeschi sono aumentati solo del 3,9%, quelli italiani del 32,4%. Ma la vera ragione consiste piuttosto in un cambiamento totale di mentalità, anche nei rapporti azienda-dipendenti. Negli Anni 80 i sindacati tedeschi erano noti per la loro conflittualità.
Dopo la riunificazione è avvenuta una specie di rivoluzione «del consenso»… a partire dal 2002-2003, i sindacati, per salvare i posti e frenare la delocalizzazione di aziende, hanno fatto marcia indietro rispetto a conquiste dei decenni precedenti. Accettando una flessibilizzazione del lavoro senza precedenti…Mentre gli accordi salariali regionali - dai quali erano esclusi i contratti aziendali dei grandi gruppi come Volkswagen e Daimler - partendo per esempio dalla fabbrica Siemens a Bocholt, hanno aperto a contrattazioni locali, fra industria e sindacati aziendali, in deroga a quelle collettive. Con accordi a livello locale di aumento dell'orario lavorativo, della produttività e con tagli dei costi che ha reso le aziende, anche quelle medie (la spina dorsale dell'economia), competitive a livello globale… Ma anche i gruppi come Volkswagen hanno tagliato i costi del lavoro di circa il 20%… leggi tutto.
mercoledì 18 gennaio 2012
Scettri di carta pesta
Mario Monicelli – Un borghese piccolo piccolo
Trama:
Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) è un modesto impiegato alla soglia della pensione in un ufficio pubblico della capitale. La sua vita si divide tra lavoro e famiglia. Con la moglie (Shelley Winters) condivide grandi aspettative per il figlio Mario (Vincenzo Crocitti), neo-diplomato ragioniere, un ragazzo non molto brillante che asseconda volentieri gli sforzi che il padre compie per impiegarlo nello stesso ufficio.
Giovanni si espone nel tentativo di aiutare il figlio, fino al punto di umiliarsi nei confronti dei suoi superiori, iscrivendosi a una loggia massonica che gli consentirà di acquisire amicizie e favoritismi ai quali prima non avrebbe mai potuto accedere.
Proprio quando i tentativi di Giovanni Vivaldi sembrano volgere al successo, il figlio Mario rimane ucciso, colpito da una pallottola vagante esplosa nel corso di una sparatoria successiva a una rapina nella quale padre e figlio si trovano accidentalmente coinvolti.
L'evento tragico e le sofferenze che ne conseguono stravolgono la vita, le convinzioni e la morale dei coniugi Vivaldi. La moglie di Giovanni, colpita da malore, perde la voce e rimane gravemente invalida; Giovanni, accecato dal dolore e dall'odio, si getterà a capofitto in un'impresa solitaria e disperata, che lo porterà dapprima a individuare l'assassino del figlio, quindi a sottrarlo alla cattura della Polizia. Sequestrato l'uomo in una capanna isolata, Giovanni lo sottopone a una violenza cupa e inaudita che lo condurrà lentamente alla morte.
Per Giovanni arriva poi il momento della desiderata pensione e, dopo nemmeno un giorno, la triste morte della moglie oramai gravemente segnata dall'invalidità. Giovanni si prepara con serenità e rassegnazione a vivere la propria vecchiaia, ma uno scontro verbale involontario con un giovane sfaccendato gli farà rivivere quel ruolo di giustiziere che lo ha già portato e forse lo porterà a uccidere ancora.
Al suo meglio la maschera di Alberto Sordi evoca tenerezza e ribrezzo: un dissonante accordo che risuona chiaro in questo film come mai altrove.
Centrifugati da istinti divergenti come l’ autocommiserazione da un lato e la voglia di dissociarci dall’ altro, solleticati nel nostro istinto moralista, lo guardiamo agire impensieriti dalla familiarità con dinamiche che vorremmo tanto estranee al nostro mondo.
Prendiamone una: siamo a tavola (sancta sanctorum della famiglia borghese).
In mattinata Giovanni Vivaldi (Alberto) si è recato in ufficio con una missione: raccomandare al suo capo ufficio il figlio ragioniere per il concorso al Ministero.
Davanti alla pastasciutta il resoconto delle sue gesta è enfatico e ottimista. Si gonfia una bolla che la moglie fa esplodere con una “parolilla” di amaro scetticismo. Il Vivaldi collassa in una crisi di nervi che ne denuncia la fragilità di fondo: fuori dalla porta di casa passa la vita a camminare su un filo.
Ma in che mondo siamo?
Siamo nel mondo in cui il maschio è breadwinner, conduce la sua vita nella giungla d’ asfalto, un ambiente dove l’ evoluzione ha sagomato una super razza: l’ homo hypocritus.
Anche in casa il Maschio breadwinner-razza-Homo Hypocritus, prolunga i riti formali con cui tenere insieme i pezzi della sua fragile porcellana: coltiva la complicità del figlio maschio agitando uno scettro di cartapesta, vanta particolari competenze, ostenta sprezzo verso la donna di casa (che si presta alla commedia) relegandola pubblicamente a esclusive di secondo ordine.
Ma una volta al desco, col bamboccione a perdere il suo giorno altrove, si passa alla sostanza e l’ ottimismo (ipocrita) della volontà è messo a dura prova da una “parolilla” pronunciata da chi detiene uno scettro molto meno visibile ma d’ oro zecchino.
La seconda parte del film è la sconvolgente metamorfosi della dabbenaggine in istinto criminale, quasi che il cumulo di tanta ipocrisia sia destinata prima o poi a far esplodere forme di insana sincerità, vera rappresentazione della banalità del male.
Per qualcuno è anche la spettacolare denuncia del verminaio che sta sotto la pietra di certe vite asfittiche: la vita a cui ci condanna la società borghese.
Il film si presta bene a questa interpretazione (che nel merito s’ incaglia quando considerano gli antidoti e chi si oppone alla somministrazione).
Preferisco allora, per quanto forzata, l’ interpretazione contenuta in nuce nell’ ammonimento che Don Garavaglia ci fece al termine del corso fidanzati 2009: ricordatevi che ora vi sposerete e quindi sarete finalmente in tre. Poi, forse, arriveranno anche i figli.
Ecco, nella famiglia di Alberto mancava qualcuno, cosicché è bastato poco per ritrovarsi soli e con la mente sconvolta.





