lunedì 17 ottobre 2011

Handel remix

Nella strapazzata versione di dell’ Hallelujah di Phil Kline, il riconoscimento del cadavere di Handel non emerge grazie ai profili ma al sapiente sovrapporsi dei campi.

Tono su tono, grigio su grigio, ecco spuntare all’ orizzonte un nuovo strano assemblaggio del capolavoro. E’ lui!

Dal big bang ai buchi neri, dal fiat lux all’ apocalisse, dall’ alta fedeltà al grado zero del suono andata e ritorno. Avanti e indreé. Un bel viaggetto senza rete tra accelerazioni e sospensioni.

Il buio, l’ opacità, l’ indistinto, la lontananza, lo smog, le presenze ectoplasmatiche… tutta roba difficile da sgombrare in questo disco. Unica oasi in cui l’ opprimente cortina sembra alzarsi per incanto, la pastorale di Paul Lansky. Le generose inserzioni (nastri, elettronica, percussioni) riescono miracolosamente a preservare equilibri e trasparenza.

tirando le somme:: si salvano 2 pezzi su 11. Un po’ pochino per rimettere di nuovo nel lettore questo cd arrivato in casa mia da molto lontano. Se ne riparla (forse) tra qualche anno. Per ora lo consegno alla polvere del salotto.

Genealogia: Matthew Herbert.

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AAVV – Messiah remix

Nonno, ma la pensione te la sei pagata?

Chi si oppone al taglio delle pensioni dice sempre che “alcune gestioni” non sono in deficit, sembra quasi vogliano dire che in molti casi le pensioni erogate sono state regolarmente “pagate” dai beneficiari e costituiscono solo uno “stipendio differito”.

Ma ne siamo poi così sicuri?

Un lavoratore che l’anno scorso è andato in pensione con 2031 euro al mese (media delle liquidazioni Inps per i trattamenti di anzianità) avrebbe dovuto prendere non più di 1050 euro netti (calcolando i contributi versati e rivalutati al generoso tasso del 9,5 per cento l’anno). La differenza… è come se fosse pagata con le entrate dei parasubordinati, degli immigrati, dai contributi di coloro che non arriveranno ad avere la pensione previdenziale anche se hanno pagato i contributi, e con i trasferimenti dello Stato. I 2031 euro sarebbero equi e corrispondenti ai contributi pagati andando in pensione a 75 anni…

Lungi da me l' intenzione di turbare il sonno dei venerandi nonnini con sensi di colpa. Qualcuno ha dato, e loro hanno preso. Chi do noi avrebbe tirato indietro la mano scagli la prima pietra.

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sabato 15 ottobre 2011

Missione impossibile: prendere le misure al prof.

Non so fino a che punto i test possano essere utili nel valutare l’ opera di un insegnante della scuola statale. Di sicuro, se devo pensare alla scuola peggiore possibile, penso a una scuola statale dove i test valutativi hanno assunto un ruolo decisivo. Sottoscriverei quindi queste parole:

A government-run system of teacher compensation, based on test scores, would in some ways be the worst of all worlds. It would create incentives for teachers to "game" the system. It would give too much weight to a noisy indicator of performance. As a result, it would do little or nothing to improve accountability or to reward better teachers.

Altre parole di saggezza:

If you watch the documentary “Waiting for Superman” or read Steven Brill’s “Class Warfare: Inside the Fight to Fix America’s Schools,” you will learn that many advocates of school reform think they know how to increase teacher productivity: Rate teachers according to their students’ performance on standardized tests and fire those who don’t make the grade.

But economic theory suggests several reasons why this approach will probably backfire.

Scores on standardized tests are not an accurate measure of success in later life, because they don’t capture important aspects of emotional intelligence, such as self-control and ability to collaborate with others. The Nobel laureate James Heckman describes noncognitive traits as a crucial component of human capital.

Indeed, research by the economists Eric Hanushek and Steven Rifkin — both advocates of school reform — indicates that neither teachers’ own test scores when they were students nor their educational credentials explain much of the variation in their students’ outcomes. Why judge teachers narrowly on a set of outcomes that are not even predictive of their own success? leggi tutto

Vogliamo tirare le somme? Valutare un prof. in modo oggettivo ha tutta l’ aria di essere una missione impossibile. Si potrebbe dire che… in assenza della macchinetta valuta-insegnanti , non ci resta che…

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… come portare a termine una missione impossibile…

ADD: e anche valutare la ricerca è quantomeno problematico: http://timharford.com/2011/09/new-ways-with-old-numbers/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+TimHarford+%28Tim+Harford%29&utm_content=FeedBurner

venerdì 14 ottobre 2011

Poiché abbiamo gli occhi, siamo ciechi

David Stove è un filosofo australiano ateo amante del “buon senso”, ma gli piace anche divertirsi e, quando c’ è trippa per gatti, non si astiene certo dalla polemica. Leggerlo mentre crocifigge i suoi avversari intellettuali è divertente, persino se si dissente. Femminismo, post-modernismo, darwinismo… tutto prima o poi passa attraverso il suo torchio. Nel 1985 ha messo in palio un premio da consegnare a colui che scovasse “il peggior argomento di tutti i tempi”.

Senza molti imbarazzi consegnò il premio a se stesso. Non c’ era partita. L’ argomento, da allora noto come “”the Gem”, suona all’ incirca così:

Se la mente umana ha una sua natura, allora noi non possiamo conoscere la realtà per quella che è.

Si noti bene che sul canovaccio di base mille variazioni sono possibili.

Poiché possiamo conoscere solo le cose per come le vediamo, non possiamo conoscerle per quello che sono…

Non pensiate che un’ affermazione del genere sia poi così strana, viviamo in mezzo a gente che non fa che ripeterla, ma solo dopo averla imbellettata, cosicché puo’ darsi che ci sfugga.

Con questo argomento si riesce a rendere tutto leggero e impalpabile. In epoca postmoderna è stato molto apprezzato, ma si capisce, i lotofagi apprezzano tutto quanto abbia un vago sapore deresponsabilizzante.

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Ecco nella prosa di Stove un paio di travestimenti sotto cui si maschera il “peggior argomento del mondo”:

… teir intellectual temper is (as everyone remarks) the reverse of dogmatic, in fact pleasingly modest. They are quick to acknowledge that their own opinion, on any matter whatsoever, is only their opinion; and they will candidly tell you, too, the reason why it is only their opinion. This reason is, that it is their opinion.

O ancora:

The cultural-relativist, for example, inveighs bitterly against our science-based, white-male cultural perspective. She says that it is not only injurious but cognitively limiting. Injurious it may be; or again it may not. But why does she believe that it is cognitively limiting? Why, for no other reason in the world, except this one: that it is ours. Everyone really understands, too, that this is the only reason. But since this reason is also generally accepted as a sufficient one, no other is felt to be needed

giovedì 13 ottobre 2011

Contro il razzismo: reprimende o strette di mano?

Come combattere la mentalità razzista?

Ci si divide: alcuni scelgono la “via della concorrenza”, altri prediligono la “via del politically correct”.

Una mentalità di destra vede meglio la prima. Ma perché?

Qui possono venire utili molti argomenti che ci fornisce la psicologia.

Questa scienza ci dice che è molto più facile cambiare le nostre opinioni sulla base di un’ esperienza diretta piuttosto che sulla base di una confutazione astratta. Difficile che evidenze “lontane”, per quanto chiare e irrefutabili, ci facciano cambiare idea, così come non sarà mai un teorema matematico all’ origine della nostra conversione.

Ora, consideriamo che il razzismo è riconducibile a un pensiero astratto. Ma forse anche qui sarebbe meglio chiedere aiuto alla psicologia e parlare di “pensiero lontano”.

La distinzione tra “pensiero lontano” e “pensiero vicino” è qui molto importante.

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Molti esprimono la “lontananza” del razzista dicendo che è “ignorante”. Parlano così per desiderio di offendere, in realtà fanno riferimento al fatto che il razzista rifugge dal mescolarsi e dall’ avere esperienze dirette con il discriminato in quanto soggetto. Chiamano “ignoranza” questa “lontananza”, io la chiamerei invece “desiderio di astrazione”.

Difficilmente sarà razzista chi coabita alla pari con un nero ed è costretto ogni gorno a fare compromessi con lui. Magari coltiverà degli stereotipi razionali, ma qui poniamo che il “razzismo” non sia affatto uno stereotipo razionale.

Eccoci allora al punto: la teoria del “politically correct” è una teoria astratta, è un pensiero “lontano”. Resta quindi sul terreno favorito del razzista, ovvero sul terreno tipico del “pensiero lontano”, un pensiero estraneo al “contatto”. Una dimensione in cui la gente difficilmente rettifica le sue idee.

La “via concorrenziale” è ben diversa. In questo caso, il razzista sarà costretto per sua stessa convenienza a stringere rapporti con il discriminato (che nella realtà è sia un buon cliente che un buon fornitore) venendo così giocoforza a contatto con lui in quanto soggetto. L’ esperienza diretta favorirà un “pensiero vicino” e quindi il passaggio dal razzismo allo stereotipo razionale.

La via del pc ha un’ ulteriore falla: spazza via quel patrimonio di conoscenze incorporato negli stereotipi razionali. Basterebbe questa considerazione per rispondere a chi propone: “e perché non fare entrambe le cose?”.

La battaglia delle ruote

Il pavone maschio sgrana la fantasmagorica ruota e la pavoncella resa cieca cade sopraffatta ai su suoi piedi alle sue zampette. E’ fatta! la famiglia si eterna, e per molti tutto finisce qui.

Chiedete a un etologo, vi spiegherà come i rituali della seduzione siano centrali nel mondo animale: niente seduzione, niente riproduzione; niente riproduzione… insomma, non c’ è bisogno di essere Richard Dawkins per capire che in questo caso le cose non si mettono bene per i “geni egoisti” coinvolti.

Anche l’ uomo ha i suoi rituali e comprenderli serve a capire molte cose… per esempio… la genesi del consumismo capitalista.

Molti non sembrano bisognosi di capire alcunché a riguardo, sanno già tutto in merito e ripetono un po’ a pappagallo la lezione di Francoforte: le multinazionali inducono bisogni artificiosi che poi soddisfano. Loro si arricchiscono e noi ci impoveriamo, questo perché ci costringono a comportarci contro le nostre autentiche intenzioni. Da questa ipnosi nascono i due gemellini diabolici: capitalismo & consumismo.

Io mi domando e dico: avete davvero intenzione di comprare una narrazione tanto piena di buchi?

Non sentite che scorre male? Che qualcosa fa diga?

Il buon senso innanzitutto, che non sembra rassegnarsi: certo, esistono dei condizionamenti, ma non mi sembra di vivere tra gli zombi!

Non si capisce poi dove corra la linea che separa ipnotizzati e illuminati. Alcuni, non si sa bene perché, sono immersi nella “falsa coscienza”, altri no. Ma oltre alla discrezionalità nel porla c’ è anche il potente conflitto d’ interesse di chi la pone! Tutto diventa presto così viscido e poco affidabile.

Manca poi nella ricostruzione la parte biologica, quella più gradita dai duri e puri: come si spiega in termini evolutivi una dinamica del genere? Le personalità più fascinose appartengono spesso al partito anti-sistema, una considerazione che è pietra d’ inciampo, anzi, macigno.

Se questi primi tre motivi già vi bastano per buttare tutto a mare, vi propongo una storia alternativa. Comincio con una distinzione semplice semplice: c’ era una volta l’ era della sussistenza, poi è arrivata l’ era dell’ abbondanza, la nostra.

Nell’ era della sussistenza si “seduceva”… sussistendo: so procurarmi le risorse, magari mi approprio anche delle tue, così crepi e mi riproduco con successo. Mors tua viata mea.

Nell’ era dell’ abbondanza le cose vanno un po’ diversamente: con il “miracolo laico” dello scambio e la speculazione abbiamo imparato a non sopprimere il “perdente”, anzi, c’ inchiniamo deferenti alle sue “incazzature piazzaiole”. Nel piagnisteo generalizzato della società contemporanea si fa un tale baccano che sembra esistano solo “perdenti & sfruttati”, gli altri si nascondono vergognosi. Dove si è spostata allora la lotta decisiva?

Prima di rispondere si noti che, certo, nella corsa all’ accaparramento delle risorse qualcuno ha la meglio, ma, biologicamente parlando, che ruolo gioca un conto corrente a nove zeri? E’ come una ruota di pavone ripiegata, corposa ma occulta, occorre sgranarla. Per esibire il nostro status non possiamo girare con l’ estratto titoli tatuato sul corpo facendoci belli.

Ecco allora il nuovo terreno dove condurre la battaglia delle ruote: il consumo.

Consumare equivale a sgranare la ruota. Il consumo è un’ esibizione di forza e arguzia con la quale mandiamo in circolo feromoni. Il consumo segnala il nostro status attirando come mosche rispetto e partner.

E qui si scopre che le ruote del consumista sono molto particolari, a volte un bouquet di scelte “originali” ha più successo di consumi costosi ma pacchiani. L’ originalità e la sapienza nello scegliere possono compensare di gran lunga le disponibilità iniziali. Le strategie di consumo soccorrono chi è soccombuto nella fase produttiva.

Il capitalismo consumista è alla sua radice una competizione tra consumatori, i quali riconducono alla sfera consumistica lo scontro millenario per la seduzione e la riproduzione. Le grandi compagnie sono delle comprimarie, giocano il ruolo di solerti cavalier serventi che elaborano e forniscono sempre nuove armi ai contendenti.

Vi è piaciuta la storiella? Forse non fa strike ma abbatte molti più birilli della sua concorrente.

Una teoria del genere ha il pregio innanzitutto di essere in linea con la nostra biologia [… corollario: essendoci di mezzo la biologia, inutile perder tempo in crociate anti-consumistiche…].

Spiega anche il perché dietro ogni battaglia anti-consumistica covi una battaglia anti-capitalistica. Finché c’ è abbondanza, ovvero capitalismo, ci sarà consumismo.

E’ anche coerente anche con il fatto che molta merce ha un valore intrinseco irrisorio rispetto al valore di mercato. Non c’ è da scandalizzarsi: la merce, prima ancora che uno strumento, è un contrassegno, e quindi va valutata anche questa funzione.

E’ poi coerente con il linguaggio pubblicitario, che sempre più tenta di far entrare l’ acquirente in un “club” piuttosto che limitarsi a vendere il prodotto.

Purtroppo non è molto coerente con il concetto di “conformismo”.

Ma questo, lungi dall’ essere un inconveniente, è piuttosto la parte più interessante della faccenda.

“Conformismo” e “consumismo” non sono poi così amici come si vorrebbe, fateci caso.

La parolina magica di ogni buon marketing è “autenticità”, un concetto che non ha certo la faccia del conformista!

Lo pseudo stregone del consumismo non ama il conformista, puzza di “stagnazione”, alla lunga la sua presenza è sabbia negli ingranaggi della macchina; ben altra prospettiva offrono i “ribelli”, loro sì che sono limoni carichi da spremere e vanno quindi tenuti cari; una volta torchiata la spremuta del ribelle addomesticato e rimasti con le bucce in mano, si spera ardentemente che nasca al più presto il successivo e lo si idealizza sempre più aggressivo e provocatorio, ce lo si augura che gridi la sua rabbia “contro il sistema” in modo stentoreo. Senza gente del genere la macchina, la moda e i “trends” grippano e s’ ingolfano nella triste parabola discendente del conformismo a oltranza.

Mi vengono in mente molti esempi in ambito musicale, ma penso sia inutile perdere tempo, se non lo vedete anche voi abitiamo pianeti diversi e non mi resta che rinviarvi alle ultime cose scritte su Jobs e sulle sue stilose creazioni..

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Non si vuole solo dire che con la contro-cultura si son sempre fatti dei gran soldi, questo doveva essere già chiaro da principio, si vuole dire di più: e cioè che le contro-culture sono il vero motore del consumismo capitalista perché con le loro proposte originali mettono a disposizione un arsenale (di idee e di gusti) grazie al quale i consumatori di domani, affiancati al meglio da una servile e non disinteressata industria, combatteranno nell’ era dell’ abbondanza una battaglia che più naturale non si puo’, una battaglia antica quanto il mondo e che per il secolarizzato uomo moderno è l’ unico fine che possiede questo universo senza scopo.

Fine.

Bene, se vi è piaciuto e la cosa vi convince (ma anche se non vi convince) potete continuare a farvi raccontare questa storia da: Joseph Heath e Andrew Potter (sinceri democratici). Ma potete esercitarvi anche con alcuni link:

Audio of a presentation given by Potter and Heath

Stuff White People Like

Great Interview with Christian Lander

White Whines

Look at this F**king Hipster

mercoledì 12 ottobre 2011

R & D

L’ innovazione sussidiata non aumenta gli “innovatori” ma solo il loro stipendio.

 

http://marginalrevolution.com/marginalrevolution/2011/12/college-subsidies-fuel-salaries.html

Musiche da suonare di corsa

Non è facile suonare col fiatone mentre si va su e giù per le scale. Eppure questa versatile fanfara metropolitana riesce a farlo coniugando potenza bersagliera e qualità accademica. Non solo, ha saputo ricreare mondi disparati e originali.

L’ inflazione creativa di Zappa.

La stupidera di Bregovic.

Il lirismo alcolico di Mingus.

I gusci vuoti di Meshugga

La piacioneria pimpante dei Rodewald

Le iper-ballate di Bjork

Le fantasmagorie a cristalli liquidi di Braxton (non Anthony ma Tyondai).

Genealogia: Ordinaires, Lester Bowie brass band, Polkadot.

Qui fanno Frank Zappa…

… e qui Goran Bregovic.

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Asphalt Orchestra – Asphalt Orchestra

martedì 11 ottobre 2011

1955-2011: una stoccata e un omaggio

Nell’ ormai strafamoso discorso a Stanford, SJ insiste sul concetto di “never settles”: insegui il tuo sogno (e non scendere mai a compromessi). E’ una buona strategia? C’ è chi ritiene che serva più che altro a segnalare (magari bleffando) il proprio talento.

Now try to imagine a world where eri averyone actually tried to follow this advice. And notice that we have an awful lot of things that need doing which are unlikely to be anyone’s dream job. So a few folks would be really happy, but most everyone else wouldn’t stay long on any job, and most stuff would get done pretty badly. Not a pretty scenario. 

Now notice: doing what you love, and never settling until you find it, is a costly signal of your career prospects. Since following this advice tends to go better for really capable people, they pay a smaller price for following it. So endorsing this strategy in a way that makes you more likely to follow it is a way to signal your status.

Dopo la stoccata, l’ omaggio:

I once thought his success was mostly a matter of luck. Anyone can be at the right place at the right time.
But then he did it again.
And again.
And again.
And again.
He was my only hero.

Hirotoshi Ito

Diseguaglianze eretiche

Lo storico Deaton indaga sulle diseguaglianze nell’ aspettativa di vita.

Ci sono e ci sono sempre state, ma non riguardano tanto il divario tra poveri e ricchi…

It is sometimes supposed … that rich people have always lived healthier and longer lives than poor people. That this supposition is generally false is vividly shown by Harris who compares the life expectancies at birth of the general population in England with that of [rich] ducal families. From the middle of the 16th to the middle of the 19th century, there was little obvious trend in general life expectancy. For the ducal families up to 1750, life expectancy was no higher than, and sometimes lower than, the life expectancy of the general population. However, during the century after 1750, the life prospects of the aristocrats pulled away from those of the general population, and by 1850–74, they had an advantage of about 20 years. After 1850, the modern increase in life expectancy became established in the general population. Johansson tells a similar story for the British royals compared to the general population, though the royals began with an even lower life expectancy at birth. …

… quanto tra uomo e donna:

Men die at higher rates than women at all ages after conception. Although women around the world report higher morbidity [= sickness] than men, their mortality [= death] rates are usually around half of those of men. … Women get sick and men get dead. … Biology cannot be the whole explanation. The female advantage in life expectancy in the US is now smaller than for many years, 5.3 years in 2008 compared with 7.8 years in 1979, and it has been argued that there was little or no differential in the preindustrial world. The contemporary decline in female advantage is largely driven by cigarette smoking; women were slower to start smoking than men, and have been slower to quit.

Come intende intervenire l’ egalitarista?

Etienne Gros

lunedì 10 ottobre 2011

Armen Alchian: una teoria dell’ accademia

De relato:

I heard Armen Alchian say in class that it was very hard to ascertain how the enormous tuitions at Ivy League-type schools were justifed by education, alone. He stated that he thought most of the value was from helping talented and motivated students find other talented and motivated people to marry.

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martedì 4 ottobre 2011

Libertarianism A-Z voucher

Il sistema dei vouchers è il migliore per finanziare l’ educazione. Innovazione e efficienza saranno spinte al massimo.

Sebbene la qualità dell’ “outcome” ottenuto nelle scuole private sia mediamente migliore, meglio non imbarcarsi in una crociata su questo punto visto che i dati sono ancora troppo altalenanti. E’ però abbastanza evidente che dall’ introduzione della “scelta” ci guadagna l’ intero sistema.

C’ è l’ aspetto legato all’ efficienza: nessuno mette in dubbio che il privato li governa molto meglio.

Non ci sono paragoni poi nell’ ambito della consumer satisfaction, forse l’ unica cosa che alla fine conta veramente.

La desindacalizzazione delle scuole è un altro obiettivo più alla portata di tutti grazie ai vouchers.

C’ è chi teme forme di segregazione. Assurdo, molte scuole private già oggi implementano rigorose , fffirmative action.

In ogni caso, sebbene la cosa migliore consista nel far piazza pulita delle scuole statali attraverso un’ immissione massiccia di vouchers, si potrebbe iniziare con l’ assegnazione riservata ai soggetti più poveri.

lunedì 3 ottobre 2011

Che depressione!

http://econlog.econlib.org/archives/2006/09/an_evolutionary.html#

Tassare gli invidiosi

Tyler, Greg and Brad all forget the Coase theorem – all externalities are dual.  The solution to envy is not to tax the rich but to tax the envious.  To be envied is unpleasant.  People want to be admired but not envied.  To be envied is one step from being hated.  (Consider how much crime is motivated by envy.)  It’s envy which imposes an externality on the rich.  Make the envious pay for their ugly preferences.
Surprising analysis?  Not really – should gays be taxed because they make some people uncomfortable?  Hell no.  Tax the bigots for making gays feel unwelcome.

Riflessioni libertarie sul Vangelo del 20.8.2011

13 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 14 Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo

Jeffrey Catherine Jones

Cedo la parola a un incazzatissimo Pietro De Marco, il quale non commenterà il Vangelo, bensì una, a suo dire, stomacante predica a quel vangelo, una di quelle non rare prediche che si rischia di ascoltare laddove il prevosto è un po’ “troppo preparato”.

La garbata omelia, di fronte a un pubblico di fedeli numeroso – è falso che le chiese siano “sempre più vuote” – è dedicata al “dialogo”, all’attraente “dialogare” tra Maestro e discepoli, che sembra rendere la pagina evangelica alla portata della nostra vita.

Così ci viene detto che, in Mt 16, Gesù rivelerebbe un umanissimo bisogno di riconoscimento e Pietro affermerebbe con calore, con personale veracità (cose che il testo non dice), la fede nel Figlio del Dio vivente, che ha dinanzi. Gesù riconosce e premia Pietro non tanto per l’esattezza, la verità, della professione di fede quanto per la sua vitalità esistenziale, affettiva. Con l’immancabile evocazione del filosofo Lévinas, il predicatore elogia di Pietro non la conoscenza, che “imprigiona l’Altro” (insopportabile novecentismo, creduto ormai solo da letterati e teologi), ma la scoperta.

Il dialogo di Mt 16, di enorme portata nella storia e fede cristiana, viene così piegato all’incontro tra due psicologie, nel migliore dei casi tra due persone particolari, dando sfogo ai predicabili conseguenti: la nostra fragilità e la sincerità reciproca, il giudizio di una vita (”cosa sono per te”). Solo poi, dalla lettura della preghiera dei fedeli, i presenti scoprono che la liturgia della domenica è infine dedicata a Pietro (”Tu es Petrus”, “non prævalebunt”, il potere delle chiavi sono in Mt 16), e che la “lex orandi” di questa domenica guarda al vescovo di Roma. Ma, anche tollerando la sottovalutazione dei contenuti cattolici delle parole di Gesù, restano drammaticamente in ombra i significati della confessione dell’apostolo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”; un sapere decisivo per noi, e non certo perché Mt 16 sarebbe un buon esempio di dichiarazione d’amore e di scoperta dell’Altro. E perché ignorare ciò che Gesù dice a Pietro: “Né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio”? Il cuore di Mt 16 è teocentrico, anzi trinitario; perché farne una fiaba relazionale per l’esistenza cristiana, che è molto di più ed è anche intelletto?

Dietro la perdonabile retorica che fa dire dal pulpito: “È più importante in Pietro l’accento che il contenuto del ‘Tu sei il Cristo’, più la risposta del cuore che la verità della mente” – per cui a rigore qualsiasi cosa detta da Pietro con la stessa intensità soggettiva sarebbe “vera” –, si riconosce la rottura postconciliare dell’unità necessaria tra “fides quae” e “fides qua”

E questo sarebbe fede vivente!  Ma tra la fede che è creduta, cioè il canone di fede, la “analogia fidei”, e la fede con cui si crede, ovvero tra la verità e l’atto di assenso ad essa, il rapporto è inscindibile. Non è il tono dell’assenso che fa la verità. Non esiste assenso senza il suo oggetto, non “fides qua creditur” senza “fides quae creditur” che la precede; la fede non è generata, né autenticata, dall’atto o dal sentimento individuale.

Non lo si creda chiarimento superfluo. Su questo vi è un penoso disordine nelle Chiese cristiane. Ma se le verità del “Tu es Christus” come del “Tu es Petrus” si riducessero davvero a figure o parabole per vivere meglio piccole vite, piccole biografie, sarebbe coerente smettere di confessare Cristo, Figlio del Dio vivente.

sabato 1 ottobre 2011

Inno dello stupratore

1. L’ inno ufficiale:

… non è pietoso come dicono gli umani, Amore,

ma sordo e crudele quando desidera la preda.

Come un uccello che in pugno serriamo

si dibatte e le ali agita,

così ella s’ oppose tremante;

la lotta (come quella che creò il mondo) generò un mondo altro di gioia ignota.

Inganni ovunque nella sua mente, e a concedersi con astuzia intese.

Non sembrando vinta, vinta ella fu alla fine.

Cristopher Marlowe

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2. Lo stupro come buona notizia:

Using state-level variation in the timing of political reforms, we find that an increase in female representation in local government induces a large and significant rise in documented crimes against women in India.
Our evidence suggests that this increase is good news, driven primarily by greater reporting rather than greater incidence of such crimes.

3. Spiegare lo stupro. C’ è chi ci prova con le analogie:

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Eppure non capisco: o c' è la pistola o c' è l' analogia.

Un venditore onesto

William Lane Craig – On guard

Lo so, un cristiano con la spada sguainata e sempre in posizione di “guardia” non fa una bella impressione dalle nostre parti. Un evangelico tutto sillogismi, Bibbia e amido, non è certo fatto per accattivarsi le scettiche platee accademiche. Quando, invitato controvoglia, mette piede negli atenei europei, il suo sorriso smagliante da venditore d’ auto usate, non attira certo l’ approvazione dei grandi miopi nostrani.

Alla fin fine però bisogna ammetterlo, pochi filosofi combattono con il coltello tra i denti come William Lane Craig.

Povero cristo, gira le Università di mezzo mondo per difendere con verve nientemeno che la “causa di Dio”.

Sono dibattiti impegnativi quelli che vertono su fede e ragione, soprattutto perché non ho in mente uno spazio pieno di tonache come il Cortile dei Gentili del rassicurante ravasi, ho in mente Università secolarizzate con il ddt (praticamente il tempio del Demonio).

Soprattutto in questi tempi di new-atheism irridente, ci vuole un bel coraggio per non tirarsi indietro. Ma con il cow-boy William Lane Craig questo rischio non si corre: quando fiuta la presenza dell’ ateo-razionalista si illumina e comincia a zompettare tutto intorno come un’ unità cinofila in cerca del manicotto.

Si corre piuttosto il rischio contrario, ovvero che lo “smart” di turno declini e non si presenti.

Forte di un’ esperienza decennale, Craig, nella sua vecchiaia di quarantenne, ha ora scritto un’ apologetica per parare i colpi dell’ infedele. Ma perché farlo? perché impegnarsi così a fondo in una difesa razionale di Dio?

Innanzitutto, parole sue, è un impegno che rafforza la fede; poi, contribuisce a creare un ambiente culturale in cui il cristiano possa sentirsi a suo agio. Oggi i cristiani si aggirano per le università con la circospezione di chi ha appena strozzato il proprio gatto, e non hanno certo bisogno che il gallo canti per rinnegare solennemente la loro appartenenza; di sicuro è così in Europa, e nelle università è ancora più vero.

Da ultimo serve come opera di conversione. D’ istinto si dubita sul potere della ragione nelle scelte di fede, ma basta guardare alla storia per capire che la cosa puo’ succedere. C. S. Lewis era un ateo e si è convertito al cristianesimo “ragionando” su Dio. Considerata la potenza dei servigi successivamente resi alla causa, basterebbe anche solo quell’ unico caso. Basterebbe per beatificare chi ha “ragionato” nei modi opportuni con lui di Dio.

Insomma… dal cervello, grandi ali…

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Dopo i concisi preliminari, Craig attacca la solfa chiedendosi se un mondo senza Dio sarebbe differente.

Certo che lo sarebbe, si risponde. Sarebbe un mondo assurdo. Un mondo in cui siamo autorizzati a ogni misfatto.

Il matematico russo Andrei Grib disse che la passione religiosa post-muro dei suoi connazionali era dovuta al fatto che avevano vissuto sulla loro pelle una “dimostrazione per assurdo” dell’ esistenza di Dio.

Cerchiamo di non equivocare, nessuno vuole dire che l’ ateo sia un delinquente che vive “al di là del bene e del male”, si vuole solo dire che quando non lo fa è incoerente.

Molti, poi, non si sentono minimamente toccati da un simile rilievo, ma un ateo sedicente razionalista potrebbe anche esserlo.

Sartre e Camus erano dei buoni atei, infatti credevano che “vivere” fosse assurdo. Per loro il “suicidio” era la questione centrale della filosofia.

Anche Nietzsche, togliendo ogni valenza ai comandi morali, si dimostrò un fulgido esempio per l’ aspirante ateo.

Oggi molti atei ci appaiono come noiosi moralisti, l’ immoralità ostentata, a quanto pare, non giova alla causa, meglio allora sacrificarla sull’ altare della coerenza.

Meglio per il “mondo”, ma peggio per il loro pensiero (e per i dibattiti che dovranno affrontare con il dott. Craig che li aspetta al varco).

Fin qui solo preamboli, nei capitoli successivi si passa al piatto forte. Il dott. Craig, infatti, ha un debole per la prova cosmologica dell’ esistenza di Dio, specie nella versione Leibniziana. Ricordate? L’ esistenza di ogni cosa o è necessaria o si spiega con una causa; poiché l’ esistenza dell’ universo non è necessaria dobbiamo spiegarla con una causa necessaria (che ovviamente chiamiamo Dio).

Ottimo, senonché dopo qualche secolo qualcuno ha obiettato a sorpresa che l’ esistenza dell’ universo potesse essere necessaria. “Necessaria”, che linguaggio “antico” e incomprensibile. Per capirci meglio potremmo dire che l’ universo è lì da sempre, non ha una “causa”, non è mai stato creato.

Sono appena stato al bar e posso dire che proprio oggi esce il libro di Roger Penrose in cui l’ insigne matematico sostiene una teoria ciclica dell’ universo. Trattasi di teorie eterodosse, ma è solo un caso tra i tanti di universo pensato come “eterno”.

Ma contro l’ “universo eterno” Craig assesta la sua stoccata, ovvero l’ argomento di Kalam. E’ un prestito richiesto ai mussulmani dell’ antichità (in questo frangente vige una “Santa alleanza” contro l’ infedele).

In effetti “Dio”, come spiegazione, potrebbe essere accantonato e sostituito con una serie di cause che, “regredendo all’ infinito”, rendano eterno l’ universo (ciclico o non ciclico poco importa). Pensare il concetto di “infinito” non crea problemi, cosa c’ è di più semplice? Anche pensare una serie infinita di numeri è facile (ricordo che giocavamo con questi concetti a 10 anni). Invece, pensare una collezione infinita di oggetti materiali è un gran casino. Ma l’ universo infinito ed eterno è proprio quello: una collezione infinita di oggetti materiali.

A prima vista ci si chiede dove siano tutti questi problemi. Eppure ci sono, e possiamo dare loro il nome di paradossi.

Un modo per illustrarli velocemente è quello di pensare all’ Hotel di Hilbert: un Hotel con un numero infinito di camere (correte pure su wikipedia). Ammettiamo che sia “completo” e voi piombate alla reception chiedendo una camera. Vi verrà cortesemente risposto che l’ Hotel è pieno e che quindi verrà subito il ragazzo ad accompagnarvi nella stanza 1, che è libera. Non preoccupatevi, tutto è sotto controllo, nel mondo degli oggetti infiniti funziona così. Per liberare una camera basterà infatti spostare nella 2 l’ ospite della 1 e via così per tutti gli altri ospiti. Facile.

E’ paradossale che ci siano camere libere in un Hotel “completo”, invece ce n’ è a iosa, non solo per voi ma anche per i vostri amici. E non conta se ne avete un’ infinità!

Attenzione, cio’ che è paradossale non è impossibile. Queste storielle non “dimostrano” che immaginare un universo infinito sia impossibile o contraddittorio, dimostrano solo che è problematico poiché i paradossi spuntano da ogni parte: portando all’ attenzione il caso dell’ hotel di Hilbert abbiamo solo iniziato a enumerarli.

Quindi? quindi chiediamoci: a parità di contenuto veritativo, meglio una spiegazione piana (come quella offerta dal concetto di “Dio”) o una spiegazione che genera paradossi a go go (come quella offerta dal concetto di “universo infinito”)?

Craig consiglia caldamente di non fare i cretini e prendere esempio dagli scienziati i quali, in casi analoghi, optano per la soluzione più semplice.

Quel che segue non è farina del sacco/Craig, ma è sempre un buon ripasso.

Si passa infatti alla prova teleologica, il filosofo di riferimento è l’ ateo John Leslie. Come mai esiste questo universo e non un altro? Necessità, coincidenza o disegno?

Pensare di aver vinto la lotteria puo’ essere una spiegazione ma, ammettiamolo, ci lascia decisamente insoddisfatti. La “necessità”, d’ altro canto, richiede di ipotizzare che esistano infiniti i “many worlds”: se i mondi sono infiniti è necessario che esista anche il nostro. Il fatto è che l’ ipotesi “many worlds” puzza terribilmente di ipotesi fatta ad hoc. Non resta che il Disegno.

E’ qui che mette becco Dawkins chiedendo: chi ha disegnato il disegnatore (The God Delusion)?

Craig glielo chiude facendo notare che per individuare la spiegazione migliore non ha senso pretendere la spiegazione della spiegazione, in caso contrario non conosceremo mai niente.

[… se degli archeologi rinvengono dei manufatti ipotizzano una presenza umana piuttosto che una particolare sedimentazione… e questo a prescindere dall’ esistenza o meno di argomenti validi a giustificare quella presenza in quel posto…]

“Dio” oltretutto è un concetto semplice: essendo una mente senza corpo non consiste nemmeno in parti che si articolano tra loro. E quindi è anche una spiegazione semplice. E’ sempre un affare produttivo spiegare qualcosa di complesso con qualcosa di semplice. E pensare che Dawkins ritenva Dio qualcosa di “complicatissimo”. Evidentemente confondeva la mente con i suoi pensieri. In questo genere di considerazioni affidatevi al filosofo oxionense Richard Swinbourne.

Si passa all’ argomento morale: no-dio / no-morale / no-party.

Ma non è detto che i senza dio debbano rinunciare al party, delle alternative ci sono: il relativismo (la morale è una mera convenzione) e il naturalismo (i valori sono plasmati dall’ evoluzione).

Ma ci sono anche le confutazioni, e qui si sguinzagliano due rabbiosi cani da caccia.

Nel 1985 David Stove ha premiato l’ argomento alla base del relativismo come “Worst Argument in the World” (un po’ l’ IG Nobel della filosofia). In quell’ occasione si è esibito in… “satiriche confutazioni” poiché non riteneva molto professionale restare seri.

Della seconda alternativa si occupa invece il meticoloso Alvin Plantinga nel devastante Naturalism defeated. E noi non abbiamo niente da aggiungere.

A questo punto Craig comincia a parlare di Gesù, del perché e del percome sia lui il vero Dio, ma io scendo qui. Penso che la ragione ci ha portato già lontano, meglio non abusarne.

Libertarianism A-Z: medicine

Prima di entrare in commercio i medicinali, così come altri prodotti, devono essere testati da un’ agenzia governativa. Il trattamento è ritenuto essenziale per garantire la massima sicurezza.

Peccato che una simile procedura renda i prodotti più costosi e disponibili in ritardo (con costi di vite umane). Un esempio? L’ aspirina contro gli attacchi cardiaci.

Un bias dirotta i controlli verso un eccessiva prudenza che non verrà mai rinfacciata.

Per contro il mercato possiede almeno un paio di meccanismi che aggirano questi inconvenienti: 1. la competizione e 2. il rating privato (per es. a cura delle associazioni di consumatori.

Del resto i consumatori non sono tutti uguali e una regola one fit all è inefficiente.

L’ evidenza poi non supporta i controlli preventivi: molti medicinali già oggi vengono prescritti senza inconvenienti per usi diversi dal loro uso standard.

Un’ alternativa all'a regolamentazione c’ è e si chiama responsabilità civile.

venerdì 30 settembre 2011

Tutti in piazza con due cartelli: "W l’ Europa" e "Draghi for president"

La casa-Italia scricchiola, e nelle crepe appaiono presenze inquietanti.

Maskull Lasserre

Che conforto la “lettera segreta” recentemente spuntata con la quale la BCE ci indica la via da seguire per i restauri del caso.

- tagliare gli stipendi e dipendenti pubblici;

- tagliare le pensioni;

- privatizzare i servizi pubblici;

- flessibilizzare il mercato del lavoro in entrata e in uscita.

Wow, voto per la BCE, voto per Draghi… (se non se ne fosse scappato in Europa…).

Una volta questo si sarebbe chiamato “Washington Consensus”.

Qualcuno invece l’ ha presa male: “Ma chi sono questi qua? Dettano legge in casa nostra? Siamo forse un paese sotto tutela?…”

Per favore, non scherziamo. Siamo piuttosto un paese mendicante che bussa a tutte le porte in cerca disperata di tutele. Non lamentiamoci se poi chi ci fa l' elemosina butta lì un "... e non andarteli a bere"

Ma ecco che a sorpresa Perotti si dichiara in disaccordo con la ricetta, preferirebbe non somministrarla (parla di Grecia ma guarda a noi, che siamo i prossimi).

E perché mai?

… il fantomatico Washington consensus (che in realtà non esiste più, se mai è esistito) verrà accusato ancora una volta di essere la causa vera della recessione greca, quando in realtà la causa fondamentale è che nessun Paese può vivere per anni al di sopra delle proprie possibilità e sperare di non pagare il conto. Quel poco di cultura di mercato che si stava diffondendo nell'Europa meridionale verrà ulteriormente messo in discussione.

L'immagine della troika che scende dalla scaletta dell'aereo e chiede al Governo di licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici non fa che fomentare reazioni populistiche e scomposte, come è avvenuto in altri Paesi in passato.
Forse anche per questo sarebbe meglio prendere atto della situazione, e lasciar dichiarare un default. Dato che niente può salvarla, forse è meglio evitare di generare la convinzione che il crollo della Grecia sia dovuto alla pesante condizionalità della troika.

Ah ecco, e mi sembrava.