Versione breve: l'impasse strategico (teoria dei giochi) porta ad un'accelerazione del pensiero che si trasmuta in coscienza producendo l'autoinganno e l'inganno altrui.
Tesi: La coscienza nasce per autoingannarci, così da poter ingannare il nostro prossimo.
La coscienza è un' esperienza soggettiva e, in quanto tale, impossibile da descrivere rigorosamente. Possiamo senza danno considerarla come inesistente nella realtà, tuttavia vale la pena di raccontarsi una storia stilizzata di come siano emerse nell'uomo alcune esigenze che rendono necessarie talune facoltà chiaramente imparentate con cio' a cui ci riferiamo quando usiamo il termine coscienza.
Come nasce la coscienza? Possiamo immaginare una condizione in cui siamo tutti "animali privi di coscienza" e, per semplificazione, considerarci come macchine. Ogni macchina si impadronisce di una nicchia evolutiva, senonché la nicchia dell'uomo è del tutto particolare, risulta cioè dotato di una straordinaria capacità di calcolo [possibile anche senza coscienza] che lo rende particolarmente adattabile e in grado di anticipare i comportamento altrui. Grazie a questa facoltà diventa rapidamente il predatore dominante; resta però in difficoltà quando si tratta di elaborare strategie che riguardino le relazioni tra uomini. Ben presto, infatti, il semplice calcolo non basta più.
Come procedere in questi casi?
La situazione è complessa: posso tentare una previsione, ma se nel mio modello assumo che anche il mio competitore sia dotato di capacità di calcolo, ogni piano viene neutralizzato. Non resta che ricorrere alla forza bruta. È qui che entrano in gioco i principi, per esempio i principi morali. Essi non nascono come risposta contingente al blocco strategico, ma sono già disponibili: emergono storicamente per rendere possibile il coordinamento comunitario, per saldare individui in gruppi più ampi e coerenti, aumentando così la capacità di violenza esercitabile verso l’esterno.
Il numero è forza, e la forza rende meno urgente la strategia: proprio cio' che si cerca quando non si è in grado di elaborare una strategia all’altezza: la forza supplisce al calcolo, riduce la necessità di prevedere ogni mossa dell’avversario, ci fa uscire dal blocco e annienta qualsiasi opposizione semplicemente per sovrabbondanza di potenza. Quando non posso individuare la strategia vincente, dunque, mi affido a principi che già ho introiettato come punti focali di coordinamento. Non posso dare scacco matto? Mi limiterò a fare "la mossa giusta".
A questo punto, però, se agisco rigidamente per principi divento prevedibile e dunque potenziale vittima di chi torna a utilizzare il calcolo contro di me. Nel frattempo, però, ho introiettato le categorie di giusto e sbagliato, l’idea stessa di fare la cosa giusta o quella sbagliata. Come posso rendermi imprevedibile pur disponendo di un apparato di principi che definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? La via d’uscita è l’interpretazione dei principi. Lo sforzo interpretativo, grazie alla vasta area di arbitrarietà, mi consente di restare imprevedibile e, al tempo stesso, autoingannarmi sulla mia fedeltà ai dogmi di partenza. L'interpretazione puo' esserci prima (dando al principio un significato imprevedibile) o dopo (razionalizzando qualsiasi comportamento per renderlo coerente al principio).
Due piccioni con una fava: l’imprevedibilità disorienta chi fonda i propri calcoli su di me; la fedeltà, invece, mantiene coeso il gruppo e quindi ne preserva la forza. In questo modo divento insieme forte e non anticipabile. Naturalmente anche i gruppi avversari percorrono la stessa strada, in una corsa agli armamenti che rende la nostra specie particolarmente avanzata lungo questa linea evolutiva.
Ma perchè la coscienza nasce gradualmente con l'autoinganno? Poichè quest'ultimo atto è manipolatorio, deve sdoppiare le dimensioni: una reale e una finzionale. E' proprio questo sdoppiamento lo specifico della coscienza.
Bibliografia: