venerdì 23 settembre 2016

In attesa di un nuovo Berlusconi

La politica italiana si è nutrita a lungo di molti nefasti tabù in tema fiscale, alcuni sono stati spazzati via da Berlusconi, altri restano lì ancora intatti.
E’ un peccato che sia così perché per avere qualche speranza di ridurre il debito sarebbe bene far piazza pulita. Lo sostiene Roberto Perotti che nel suo libro “Status quo” affronta di petto la questione.
Nella prima repubblica il politico italiano medio aveva in grande considerazione “le tasse”. Sembra un’epoca lontana ma un’eco di quell’atteggiamento lo possiamo rinvenire nella sciagurata uscita di Padoa-Schioppa che molti ancora ricordano:
… “La polemica antitasse è irresponsabile. […] Le tasse sono una cosa bellissima.” Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia dell’ultimo governo Prodi, non c’è più e non può difendersi, e questa sua famosa frase dell’ottobre 2007 è estrapolata da un contesto più articolato e meno odioso. Ma resta il fatto che è difficile immaginare una frase più insensibile e altezzosamente distaccata dalla realtà di decine di milioni di italiani…
Ecco ora il classico ministro delle finanze di allora al suo tavolo da lavoro:
… L’occupazione principale dei ministri  era estendere una detrazione dello 0,01 per cento alle persone nate nella seconda metà di giugno degli anni bisestili residenti in comuni il cui nome iniziava con la “f” o la “m”, compensarla con un aumento dell’Iva dello 0,02 per cento sulle macchine fotografiche di un certo peso e di un certo colore, e inventarsi qualche motivo per cui una tale manovra avrebbe dovuto stimolare l’economia…
Poi venne Berlusconi:
… che per primo pose la questione, allora apparentemente rivoluzionaria, della riduzione delle tasse, e mostrò ai guru allibiti che si possono addirittura guadagnare voti con questa bandiera. Nella realtà combinò poco, perché si affidò soprattutto ad annunci a effetto e si scontrò con la dura realtà dei mercati nella tempesta perfetta del 2011…
E infine, finalmente, la “berlusconizzazione” della sinistra:
… È stato un enorme merito di Renzi avere fatto piazza pulita di un atteggiamento perverso della sinistra e centro-sinistra italiani (almeno la maggioranza di essi, perché molti continuano a nutrirsi della vecchia retorica e dei vecchi slogan), e aver riconosciuto apertamente che in Italia le tasse sono troppo alte, la gente le detesta, e qualcosa va fatto…
Esiste però ancora un tabù: tagliare la spesa pubblica (alias: “fare macelleria sociale”).
Qui il messia si fa attendere e cominciamo a disperare.
… Molti di coloro che non vogliono o non sanno tagliare la spesa pubblica sostengono invece che ridurre la spesa non è desiderabile, e nemmeno necessario per diminuire le tasse. Addirittura, per alcuni il metodo migliore per ridurre le tasse è aumentare la spesa pubblica…
Il politico italiano invoca la crescita ed è aperto a molte ricette ma nessuna contempla il taglio della spesa:
… Le diverse versioni si differenziano nel modo di attuare una politica di bilancio espansiva: per alcune aumentando la spesa pubblica, per altre riducendo le tasse. Ma per tutte, ridurre la spesa non è nell’agenda…
Particolarmente avversi sono i “keynesiani”, specie nella loro variante “sudamericana”. A chi mi riferisco? Più che ai loro nomi meglio riferirsi alla loro visione con un’esempio:
… Supponiamo inizialmente che il moltiplicatore della spesa pubblica sia positivo e pari a 1, ciò significa che, se aumento la spesa pubblica di 10 euro, il Pil aumenta di 10 euro. Con un’aliquota media del 50 per cento, le entrate dello stato aumentano di 5 euro, meno della spesa. Il disavanzo e il debito pubblico quindi aumentano. L’aumento della spesa pubblica porta dunque a un aumento del Pil, al prezzo di un lieve deterioramento dei rapporti disavanzo/Pil e debito/Pil. Questa è la posizione che possiamo chiamare “keynesiana della spesa”. Supponiamo ora che il moltiplicatore della spesa sia molto più alto, pari a 3. Il Pil aumenta quindi di 30 euro, e le entrate dello stato di 15 euro, più della spesa; il disavanzo dunque scende. L’aumento della spesa pubblica porta quindi a un aumento del Pil, ma anche a una riduzione dei rapporti disavanzo/Pil e debito/Pil, e persino a una riduzione del disavanzo in termini assoluti. Questa è la posizione che possiamo chiamare “sudamericana”, perché alla base, fra gli altri, degli esperimenti populisti degli anni ottanta e novanta in Sud America…
Il keynesiano/sudamericano prosperava nel parlamento della prima repubblica:
… Non è sorprendente che questo argomento sia stato utilizzato centinaia di volte negli anni settanta e ottanta per far passare aumenti di spesa in Parlamento. Quando si voleva costruire un’autostrada inutile che finiva nella città di origine di qualche politico al governo, il Parlamento fingeva di credere che le coperture sarebbero venute dalle maggiori entrate generate dal maggiore reddito creato dall’autostrada in questione. Sappiamo tutti cosa è successo al disavanzo e al debito pubblico in quegli anni…
Avete visto com’era semplice aggirare il vincolo costituzionale delle “coperture”. Sì, perché la nostra “costituzione-più-bella-del-mondo-che-ha-consentito-il debito-più-alto-del mondo” prevede che ogni spesa sia coperta da un’entrata. A parole. 
Oggi, visto che il messia tarda, la (brutta) storia si ripete:
… Graziano Delrio, una persona sensata ed equilibrata, nel discutere un piano di investimenti pubblici di 20 miliardi dichiarava nell’estate del 2015: “Far ripartire i cantieri significa proprio aumentare il gettito fiscale, dare nuove risorse per consentire l’abbassamento delle tasse. Fare manutenzione del territorio, far ripartire grandi e piccole opere consente quindi di diminuire le tasse”.9 Se fosse veramente così, perché limitarsi a 20 miliardi?…
Beninteso, anche i “tagliatori di tasse” tendono un trappolone agli elettori facendo finta di credere che i loro tagli saranno coperti da un’esplosione del PIL e quindi da maggiori entrate fiscali. In questo modo accantonano l’argomento scottante del taglio della spesa. Il trucchetto è noto come vodoo economics.
Ma oggi qual è l’atteggiamento più comune? Forse è meno radicale, senonché il taglio della spesa resta tabù:
… La maggior parte dei politici, degli economisti e dei commentatori probabilmente non sottoscriverebbe le posizioni estreme, “sudamericana” o “lafferiana”. Moltissimi però sostengono una posizione “keynesiana della spesa” o “keynesiana delle tasse”. L’idea è di dare “una scossa” all’economia attraverso una manovra di bilancio espansiva: accettare un lieve aumento dei rapporti debito/Pil e disavanzo/Pil in cambio di un miglioramento della crescita, e poi eventualmente ridurre il disavanzo e il debito tra qualche anno mediante tagli di spesa, quando la ripresa si sarà consolidata…
In poche parole, il taglio viene “rinviato”:
… Inevitabilmente, quando si parla di ridurre la spesa tra qualche anno, si tende a essere vaghi… con indicazioni generiche, quali “si razionalizzerà la spesa per acquisti di beni e servizi”…
Banca d’Italia su questo terreno non è da meno:
… Ogni anno, alla fine di maggio, si compie uno dei riti più inutili e pomposi della vita istituzionale italiana: le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. Via Nazionale si riempie delle auto blu di industriali, banchieri, politici, economisti, venuti da ogni parte del paese ad ascoltare una serie di banalità sull’economia italiana che potrebbero benissimo leggere in quindici minuti sul sito web della Banca d’Italia: ma essere lì quel giorno è uno status symbol irrinunciabile per chi vuole contare. Nell’ultima edizione di questo rito, il 31 maggio 2016, il governatore Ignazio Visco ha invocato per l’ennesima volta una riduzione del cuneo fiscale (cioè di tasse e contributi sul lavoro) e un aumento degli investimenti pubblici, il tutto ovviamente senza far salire il debito pubblico. Su come ottenere questo ambizioso risultato, però, anche in questo caso nessun suggerimento concreto…
Persino chi prova in buona fede a fare di meglio non è credibile:
… Un programma … ambizioso propone il mio amico e collega Francesco Giavazzi… Per rassicurare i mercati, Giavazzi suggerisce di ridurre la spesa pubblica in futuro, e avanza due proposte concrete: l’attuazione di un piano di diminuzione del numero delle partecipate pubbliche, e un aumento delle rette universitarie per gli studenti benestanti. Ma anche qui bisogna fare i conti con i numeri. Come vedremo, la riforma delle partecipate, per quanto anch’essa molto auspicabile, può portare al più risparmi minimi, di poche centinaia di milioni, e probabilmente neanche quelli. Far pagare una parte del costo dell’università alle famiglie che possono permetterselo, per finanziare borse di studio o prestiti d’onore per gli studenti meno abbienti, è un’ottima idea, che avanzai anch’io nel mio libro L’università truccata. Ma bisogna essere realisti: non succederà. In Italia, come in tutti gli altri paesi, le famiglie, gli studenti (anche quelli meno abbienti, che avrebbero tutto da guadagnare da questa proposta), i media si sono fatti abbindolare dalla retorica del “diritto allo studio”
Sul fronte opposto a quello politico, quasi a provocare, ci sono alcuni accademici che – al riparo nelle loro università - parlano di “austerità espansiva”:
… Ma cosa succede se il moltiplicatore della spesa è negativo? In questo caso, per aumentare il Pil bisogna ridurre la spesa pubblica. Questo è esattamente ciò che sostiene la teoria dell’“austerità espansiva”….
A molti questa teoria appare controintuitiva. Dopotutto, la spesa pubblica è una componente del Pil, come è possibile che, riducendola, quest’ultimo aumenti?
… Primo, non tutta la spesa pubblica fa parte del Pil, ma solo la componente “consumi e investimenti pubblici”. Questa componente vale 330 miliardi, il 40 per cento della spesa pubblica totale. Il resto sono pensioni, sussidi alle imprese, assegni di disoccupazione, interessi sul debito ecc., tutti trasferimenti (intermediati dallo stato) da certi cittadini ad altri. Come tali, non fanno parte del Pil. Il secondo errore è che anche ridurre consumi e investimenti pubblici non riduce necessariamente il Pil. È vero che se lo stato riduce la spesa per auto della polizia di un milione, la componente consumi pubblici del Pil scende di un milione, ma in conseguenza di questa decisione si crea lo spazio per ridurre anche le tasse di un milione senza aumentare disavanzo e debito; la riduzione delle tasse, a sua volta, stimola i consumi o gli investimenti privati. È questo il nocciolo della teoria dell’“austerità espansiva”…
Il dibattito è aperto ma se qualcuno pensa di poter risolverlo guardando ai dati, è meglio si ricreda subito: come quasi sempre accade in economia, gli stessi dati possono essere interpretati in maniera opposta.
A questo punto è utile osservare che per rompere il tabù dei tagli non è necessario abbracciare la posizione estrema dell’austerità espansiva: revisione della spesa e austerità, infatti, non sono sinonimi. Si può fare la prima senza imporre la seconda. Come? Basta ridurre le tasse più di quanto si riduca la spesa: il disavanzo di bilancio aumenta, e la politica di bilancio è espansiva.
Lasciamo pure che il bilancio sia espansivo in senso keynesiano, purché si tagli in modo consistente la spesa (insieme alle tasse)! Farlo  è fondamentale per almeno cinque motivi:
…  1) È condizione necessaria per smantellare il sottobosco in cui si nutre la commistione tra politica ed economia che ammorba e soffoca la nostra società. Le partecipazioni statali e locali, le posizioni dirigenziali inutili o iperpagate, i sussidi alle imprese, una larga parte dei fondi europei sono per lo più inutili e alimentano appetiti, scambi di favori, affarismi, e pura e semplice corruzione. 2) Molti programmi di spesa sono lievitati in modo casuale, disordinato, per accrescimento legislativo progressivo, senza una ratio, senza un approccio organico. Ci sono, per esempio, tantissimi programmi per gli indigenti che si sovrappongono e non riescono a raggiungere le persone veramente bisognose, mentre spesso vengono erogati a famiglie che non ne hanno necessità. 3) Avrebbe un alto valore simbolico. I compensi scandalosi di politici, ex politici e alcuni dirigenti pubblici, per quanto nel loro complesso non enormi da un punto di vista macroeconomico (ma neanche piccoli, come vedremo), generano cinismo, distacco e risentimento tra i cittadini. 4) Anche se non si vuole applicare una politica di rigore adesso, è importante segnalare ai mercati, agli altri paesi e ai cittadini che il processo è partito. Altrimenti, siamo alle solite: “Ora non è il momento, lo faremo tra due anni”. Ma tra due anni saremo di nuovo allo stesso punto. 5) Infine, bisogna creare spazio per ridurre le tasse il più possibile, ora.
Ultimamente però la politica italiana sembra aver fatto un passo in avanti anche su questo punto: si è passati dal “la spesa non si tocca” al “l’abbiamo già tagliata”.
… “Abbiamo fatto 25 miliardi di tagli,” dichiarava il presidente del Consiglio Matteo Renzi nel febbraio 2016… Pier Carlo Padoan: “La spesa pubblica è stata tagliata di 25 miliardi, abbiamo tagliato molto, tanto che è difficile andare oltre”…
Perché i conti mostrano 4 miliardi (un taglio minimo) e la propaganda parla di 25 miliardi (un taglio buono, almeno per per iniziare)?
… apprendiamo che venticinque miliardi è la riduzione di spesa lorda per il 2016, cioè il totale dei capitoli di spesa che sono diminuiti. Ma ovviamente ciò che permette di creare spazio per tagli di tasse è la riduzione della spesa netta, non di quella lorda. Dalla riga 3, il totale dei capitoli di spesa che sono aumentati è di 20 miliardi. Il netto è appunto 4,5 miliardi. Se faccio una dieta in cui abolisco i dolci ma in compenso mangio solo hamburger e patatine, il mio peso aumenterà, anche se posso sempre vantarmi con gli amici di seguire una dieta ferrea senza dolci…
E purtroppo anche quei miseri 4 miliardi destano preoccupazione, almeno in chi bada alla sostanza:
… inoltre, i risparmi di spesa, sia lordi sia netti, restano comunque sovrastimati, perché ben 5 miliardi sono dovuti a minori trasferimenti dallo stato agli enti locali (regioni, province, comuni). Non c’è alcuna garanzia che questo si traduca in tagli di spesa effettivi: sappiamo già che in alcuni casi sono aumentate le addizionali Irpef comunali e regionali…
Insomma, possiamo con ragione affermare che all’alba del 2016 il tabù del taglio della spesa pubblica è ancora tra noi più vivo che mai.
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3.17 La lotta all’evasione - 3. I privilegi della classe dirigente e l’evasione fiscale: il peso delle aspettative eccessive - Perotti

3. I privilegi della classe dirigente e l’evasione fiscale: il peso delle aspettative eccessiveRead more at location 506
Note: 3@@@@@@@@@@@@@ Edit
3.17 La lotta all’evasioneRead more at location 1518
Note: T Edit
Sperare di cambiare le cose esclusivamente con un approccio soft è irrealistico. A parole tutti si indignano quando si parla di evasione ma, appena la finanza controlla qualcuno o qualche categoria specifica, prevale l’istinto buonista: perché prendersela con X quando tutti sanno che Y e Z evadono più di X?Read more at location 1522
Note: FINTA INDIGNAZIONE Edit
Comprensibilmente, tutto questo spaventa i politici. In una società di evasori, fare una seria lotta all’evasione è il modo migliore per perdere voti. Non fatevi ingannare dai sondaggi, che mostrano sempre la lotta all’evasione come una delle principali priorità degli italiani. Gli italiani, e non solo loro, sono per la lotta all’evasione, ma quella degli altri.Read more at location 1530
Note: PRIMO ASPETTO L EVASIONE DEGLI ALTRI Edit
Pensare di risolvere il problema senza sanzioni e senza condanne è irrealistico. Per fare la frittata bisogna rompere le uova.Read more at location 1535
Note: SOFT Edit
è impensabile recuperare decine di miliardi in pochi anni. Recuperare l’evasione non è come dare una multa, il contenzioso può durare anni o decenni, e ha un esito incerto.Read more at location 1537
Note: SECONDO: ANNI E INCERTEZZA Edit
Se ogni euro recuperato dall’evasione va a finanziare nuove spese, da un punto di vista macroeconomico recuperare l’evasione equivale ad aumentare la pressione fiscale, con le conseguenze che si possono immaginare. Le tasse sarebbero distribuite in modo più equo, è vero, ma sarebbe solo una questione di “mal comune, mezzo gaudio”: chi già pagava continua a pagare come prima. Se invece il recupero dell’evasione fosse utilizzato per ridurre le tasse a chi già le paga, allora sarebbe molto diverso.Read more at location 1540
Note: TERZO: UTILIZZO Edit
Il caso della Rai è un esempio da manuale. Con il canone in bolletta diminuirà l’evasione, ma le risorse ricavate verranno tutte utilizzate per aumentare il bilancio della Rai che, come vedremo, è già oggi ben superiore a quello della Bbc.Read more at location 1545
Note: CASO RAI Edit

L’inarrestabile crescita della spesa pubblica - Bortolussi

L’inarrestabile crescita della spesa pubblicaRead more at location 1539
Note: @@@@@@@@@@@@@ Edit
La sua fase di maggiore espansione dall’unificazione (1861) a oggi si verificò proprio nei tre decenni compresi tra il 1960 e il 1990.Read more at location 1544
Note: 60-90 Edit
tre periodi in cui la spesa pubblica è cresciuta maggiormente: 1960-1965: si registra un aumento della spesa pubblica di quasi 5 punti percentuali rispetto al PIL. La crescita della spesa risulta legata principalmente alle prestazioni sociali (sanità, previdenza, assistenza) e alle spese per i dipendenti pubblici. 1970-1975: la spesa pubblica aumenta ancora salendo a sette punti percentuali. L’influenza della spesa per prestazioni sociali è ancora molto forte, ma a essa si aggiunge la spesa per gli interessi sul debito pubblico, che comincia così la sua espansione passando dal 37,1% del PIL (1970) al 56,6% (1975). 1980-1985 si ha un aumento di quasi dieci punti percentuali, la cui crescita è riconducibile a una maggior incidenza delle prestazioni sociali e agli interessi su un debito pubblico che sta letteralmente esplodendo con un aumento di venticinque punti percentuali.Read more at location 1547
Note: I TRE MOMENTI Edit
picco raggiunto nel 1993 con una incidenza sul PIL pari al 56,6%.Read more at location 1555
Note: PICCO Edit
se infatti nel periodo che va dal secondo dopoguerra al 1980 la pressione fiscale si attestava su livelli del 25-30% del PIL, dal 1980 è iniziata una progressiva crescita fino a raggiungere, nel 1997, il 43,7%, un valore peraltro prossimo a quello odierno.Read more at location 1569
Note: PRESSIONE FISCALE Edit
Per capire meglio la situazione, è possibile usare il classico esempio di una famiglia italiana fatta di gente che lavora e vive del proprio reddito. Per risolvere le proprie difficoltà economiche chiede aiuto a parenti o ad amici. Poi sopraggiunge un aumento dello stipendio mensile di 300 euro: a questo punto una famiglia avveduta non aumenterebbe i propri consumi, ma utilizzerebbe questa somma per superare la fatidica quarta settimana del mese, senza più chiedere aiuto a terzi. Invece, la famiglia Italia non si comporta così: a fronte di qualsiasi nuova entrata realizzata negli anni, il nostro Stato, i nostri amministratori, si sono sempre fatti rapire dall’entusiasmo utilizzando le nuove risorse non per una razionalizzazione della spesa ma per un suo ulteriore rigonfiamento che puntualmente ha inciso sul debito nazionale.Read more at location 1576
Note: ANALOGIA Edit
1981-1991, il decennio è caratterizzato da una crescita costante e rilevante della spesa pubblica rispetto alle entrate: è la fase che coincide con la crescita massiccia del debito pubblico; 1992-2000, periodo in cui si evidenzia (con eccezione del 1998) un contenimento della dinamica della spesa, dettato dalle necessità di risanamento dei conti pubblici al fine di rispettare i parametri europei per la moneta unica (parametri di Maastricht); 2001-2005, anni caratterizzati dalla stagnazione economica post attacco terroristico negli Stati Uniti, in cui la crescita della spesa risulta nuovamente superiore a quella delle entrate (a eccezione del 2002). Il 2006 e il 2007 sono in controtendenza con la spesa che cresce meno delle entrate. Infine, dal 2008 si profila una difficile situazione legata alla crisi economica che a partire dagli Stati Uniti ha interessato anche il nostro Paese e tutti gli altri Paesi europei.Read more at location 1588
Note: DIFF SPESA ENTRATE Edit
In estrema sintesi, sono tre le fasi in cui suddividere l’accumulazione del debito:63 Dalla fine degli anni Sessanta agli anni 1975-’80, in cui il debito si è accumulato principalmente per l’estensione dello Stato sociale. A cavallo degli anni Ottanta, definita «fase clientelare», per cui, una volta venute meno le ragioni del debito, non si sono messe in atto misure di rientro. Successivamente, la «fase finanziaria», in cui l’aumento del debito è stato determinato dall’elevato ammontare degli interessi sul debito stesso che non hanno mai permesso e tuttora non permettono di riassorbire velocemente il disavanzo.Read more at location 1599
Note: 3 FASI DEL DEBITO Edit

Una spesa pubblica «mostruosa» - bortolussi

Una spesa pubblica «mostruosa»Read more at location 1511
Note: @@@@@@@@@@@ Edit
Tra il 1980 e il 1985 la spesa pubblica totale nazionale è aumentata (in termini nominali, cioè senza tenere conto degli effetti dell’inflazione) del 157%, cioè una volta e mezzo, passando da circa 84 miliardi di euro a 216 miliardi di euro. 57 Lo sconcerto cresce se realizziamo che, nello stesso periodo, il reddito (PIL) prodotto dall’Italia nel suo complesso, dunque la ricchezza del nostro Paese, è cresciuto del 111%. Conti alla mano, l’incidenza della spesa pubblica sul PIL è aumentata di quasi 10 punti percentuali passando dal 41,4% del 1980 al 50,3% del 1985.Read more at location 1515
Note: RITMI Edit
Nell’ultimo decennio la spesa pubblica complessiva è cresciuta, in termini nominali, del 45%, passando dai 550 miliardi di euro dell’anno 2000 a poco meno di 800 nel 2009. Nello stesso periodo, il PIL (sempre in termini nominali) è cresciuto del 28%, corrispondenti a circa 330 miliardi di euro.59 Pertanto, poiché la spesa pubblica ha comunque corso di più del PIL, è aumentata la sua incidenza sul reddito nazionale, passata dal 46,2% del 2000 al 52,5% del 2009.Read more at location 1524
Note: ULTIMO DECENNIO Edit
il confronto è abbastanza sconfortante, perché la spesa pubblica italiana si colloca tra quelle più elevate tra i 27 Paesi dell’Unione Europea: superiore a quella del Regno Unito, della Germania, dell’Austria e della Spagna. L’Italia è superata in questa graduatoria solo dal Belgio, dalla Francia e dai Paesi nordici (Danimarca, Svezia e Finlandia), caratterizzati sì da elevati livelli di prelievo ma anche da uno stato sociale molto più sviluppato.Read more at location 1533
Note: CFR Edit