lunedì 20 giugno 2016

PREFA Priceless: Curing the Healthcare Crisis (Independent Studies in Political Economy) by John C. Goodman

Priceless: Curing the Healthcare Crisis (Independent Studies in Political Economy) by John C. Goodman
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Note: Ricetta: far pagare il consumatore. 1) formazione di conti risparmio sanitario e franchigie elevate 2) il paziente: 1. paga attingendo all' conto 2. esaurito il conto tira fuori il contante e 3. superate le franchigie (alte) interviene l' assicurazione. Goodman non tiene conto di 1. Arrow, asimmetria informativa (+ protezione x il consumatore) 2. Stiglitz, selezione avversa (obbligo assicurativo) 3. Hanson, remore psicologiche (vogliamo che siano altri a pagare x illuderci della benevolenza dei dottori) Risposte possibili: 1: esiste un market failure + consistente che bilancia l' asimmetria: il visto/non vist (la competizione dà benefici diffusi mentre l' errore medico è concentrato 2: le evidenze smentiscono: i + sani sono i + inclini ad assicurarsi (causa carattere scrupoloso) 3: lotta al signalling Edit
Preface     An Intellectual OdysseyRead more at location 48
Note: PRE@@@@@@@@@@@§§§ SENZA PREZZI SI FA PICA STRADA Edit
Note: Necessità che il paziente spenda i suoi soldi (risparmiati forzatamente in un fondo). Anche l' offerta si liberera Costi d' agenzia: 3 pay non funziona I disaccordi non riguardano i fatti ma le opinioni: c' è gente che nn tollera che la salute abbia un prezzo Edit
managed careRead more at location 51
Hillary Clinton's healthcare reform plan went down to inglorious defeat. What they probably will neglect to say is that a very similar proposal had the support of most Senate Republicans at the time.Read more at location 55
Note: FALLIMENTO CLINTON Edit
The Clinton health reform failed because of White House ineptitude and grass roots resistance.Read more at location 57
Patient Power was on freeing the patient. A good part of the book was devoted to the idea that when people are spending their own money they behave very differently than when they are spending other people's money.Read more at location 68
Note: PATIENT POWER Edit
What I didn't anticipate was that the changes on the supply side of the market would be far more profoundRead more at location 70
Note: IL LATO DELL OFFERTA Edit
When patients aren't spending their own money, there is no way doctors can compete for their patronage based on price. When they don't compete on price, they don't compete on quality either. The services they offer will be only those services the third parties pay for and only in settings and ways the third parties have blessed.Read more at location 74
Note: THIRD PARTY Edit
Who do you think is going to be more creative about meeting unmet needs? Executives at a handful of insurance companies? Or 800,000 doctors dealing with real patients day in and day out?Read more at location 77
Note: E LA CREATIVITÁ? Edit
The orthodox view is that doctors are the problem. They have too much freedom, we are told. They need to be constrained and told what to do.Read more at location 80
Note: ORTODOSSIA: IL PROBLEMA SONO I DOTTORI Edit
What we need is a system in which the provider side of the market competes to provide value because it is in their self-interest to attract patients in that way. We will never solve America's healthcare crisis from the buyer side of the market. It can only be solved from the provider side.Read more at location 84
Note: LA PROPOSTA Edit
The second thing I missed the last time around was the importance of prices. The single worst public policy decision in all of heath care was the decision to eliminate money prices from the market for medical care. Have you ever wondered why the panhandler on the street corner has a cell phone, but no access to primary care? It's because he can buy a cell phone in a real marketplace, but he can't buy healthcare that way.Read more at location 87
Note: IMPORTANZA DEL PREZZO E DELLE FRANCHIGIE INDIVIDUALI Edit
enrolling children in the Children's Health Insurance Program (CHIP: essentially, Medicaid for children) does not result in their receiving more medical care.Read more at location 91
Note: ISCRITTI O NJ ISCRITTI LE CURE SONO LE STESSE Edit
The third thing I failed to fully appreciate in the earlier book is the second biggest mistake in all of health policy: making it illegal for insurers to charge premiums that reflect real risks.Read more at location 101
Note: RISCHI REALI E INDAGINE Edit
This means that insurers have an economic self-interest in avoiding people with health problems and in failing to encourage them to seek optimal treatment once they do enroll.Read more at location 104
Note: INEVITABILI ESCLUSIONI MA MAGGIORE CHIAREZZA Edit
In a normal market, prices convey information. A high price tells innovators and entrepreneurs the market places a high value on getting a problem solved. It communicates that the reward for finding a solution could be high as well. When the price system is artificially suppressed, that information does not get communicated. Almost all of our problems in health policy stem from this central fact.Read more at location 122
Note: PREZZI E INNOVAZIONE Edit
Yet through the years I have discovered that the most important differences people have over health policy have little to do with facts, reasoning or logical argument. The most important differences stem from differences in fundamental world views. There are a very large number of people in this field who find the price system distasteful—at least for medical care.Read more at location 126
Note: IDEOLOGIA ANTI PREZZO Edit
For well intentioned reasons perhaps, they are emotionally predisposed to favor the suppression of normal market processes.Read more at location 133
Note: BUONE INTENZIONI Edit

sabato 18 giugno 2016

Miseria dell'economia

Credi a chi cerca la verità, non credere a chi la trova.
Così diceva Gide, e se pensava agli economisti probabilmente aveva ragione. La materia di cui si occupano è talmente nebulosa che la pratica sul serio solo chi è in perenne ricerca.
Già il presidente Truman si lamentava degli economisti per il loro modo di esprimersi: “… è vero questo ma è vero anche quello…”. Non mi fiderei mai di un economista che si esprima altrimenti.
L’economia è una scienza? Gli economisti dicono di sì, i non-economisti dicono di no.
scienza
Una scienza dovrebbe produrre tesi verificabili o quantomeno confutabili. L’ economia non sembra all’altezza di questo compito.
La matematica sembra una scienza perché produce tesi confutabili con l’analisi.
La fisica sembra una scienza perché produce tesi confutabili con l’osservazione.
L’economia non sembra in grado di fare altrettanto. Difficile vedere un economista cambiare idea. Più facile assistere alla conversione di un mangia-preti.
Ma anche definire la scienza come ho appena fatto è una forzatura. Se tutto fosse così facile non esisterebbero scienziati “testoni”, che invece sono la norma. Evidentemente cio’ che chiamiamo “confutazione” in realtà non esiste.
Il filosofo Quine ha mostrato che esistono infinite teorie per spiegare un fatto. Si tratta di un’osservazione che ha molte implicazioni pratiche per l’epistemologia.
Ammettiamo che i fatti confutino la mia teoria preferita, mi basta scegliere tra le infinite teorie disponibili di cui sopra una molto simile alla mia e potrò dire che la mia teoria – con un piccolo ritocco – è ancora valida. Sarebbe crudele negare “un piccolo ritocco” a chi tenta di spiegarci il mondo, non siamo infallibili.
La teoria tolemaica “leggermente ritoccata” dagli epicicli spiega in modo eccellente i fatti. Non c’è bisogno di Copernico, e neanche di Galileo. Ma allora perché abbiamo cambiato paradigma passando da quello tolemaico a quello copernicano?
Avete notato che ho usato la parola “paradigma” anziché “teoria”? E qui entra in ballo lo storico della scienza Kuhn, il miglior candidato a rispondere alla domanda di cui sopra.
Secondo Kuhn noi pensiamo le teorie all’interno di un paradigma. Queste teorie non vengono mai “confutate”, molto semplicemente di tanto in tanto accusano delle anomalie che gli adepti neutralizziamo con gli aggiustamenti e le integrazioni di cui sopra, il che consente comunque di restare confortevolmente all’interno del paradigma originario.
Quando le anomalie accumulate sono molte, quando gli aggiustamenti ad hoc si susseguono, quando esiste un valido paradigma alternativo, quando esiste una generazione di scienziati giovani che simpatizza per l’alternativa, ma soprattutto quando gli scienziati vecchi se ne vanno in pensione, ecco che allora si attua un cambio di paradigma, ovvero una “rivoluzione scientifica”.
Se una generazione di scienziati ha studiato tutta la vita un certo paradigma insegnandolo e dominandolo, difficilmente vi rinuncerà per impararne un altro solo perché il primo presenta delle anomalie. Il cambio generazionale è una variabile importante.
Einstein era un grande scienziato ma difficilmente avrebbe mai accettato un’interpretazione della meccanica quantistica così com’è oggi, la sua mentalità lo manteneva all’interno di un paradigma classico. Poi lui è andato in pensione e il giovane Bohr ha preso il sopravvento.
In biologia il paradigma evoluzionista oggi domina, ma le anomalie non mancano: nei paesi più avanzati, quelli dove la sopravvivenza è un problema risolto, si fanno pochi figli. Pochi figli? Come mai visto che secondo la teoria evoluzionista noi dovremmo massimizzare la prole in grado di sopravvivere? Basta adattare la teoria originaria con l’ipotesi della maladaptation: il mondo cambia più velocemente del nostro cervello così si crea un’ asincronia con effetti singolari.
Quine e Kuhn ci hanno spiegato l’esistenza dei testoni: verifica e confutazione sono momenti mitologici. Ma se persino nelle “scienze dure” esistono dei testoni, figuriamoci nell’economia! In economia è facilissimo adattare il proprio paradigma alle anomalie incontrate.
Se ad un economista viene detto che uomini e donne ricevono salari differenti scaverà finché non troverà qualcosa con cui rappezzare il suo paradigma preferito (quello dell’ Homo Economicus). Quando la troverà, non scaverà oltre. Perché farlo? Lui è interessato al paradigma che conosce più che alla realtà.
Un sociologo invece non scaverà affatto perché il suo paradigma preferito (quello della “volontà di potenza di un gruppo”) è già confermato.
Se ad un economista dite che il salario minimo appena introdotto nello stato X non ha aumentato la disoccupazione, scaverà per trovare qualcosa che giustifichi la cosa e mantenga intatto il suo paradigma. Quando la troverà non scaverà oltre.
Il moralista invece non scaverà affatto: la cosa rappresenta una riconferma del fatto che fare il bene difficilmente genera gravi inconvenienti.
Se ad un economista dite che chi ha un’assicurazione sanitaria non è mediamente più malaticcio di chi non ce l’ha, scaverà pur di reperire qualcosa che salvi il suo paradigma: com’è possibile che i malaticci non approfittino più dei sani?
Lo psicologo sarà invece gratificato e non scaverà oltre: lui sa che chi è tanto scrupoloso da osservare regole salubri, è anche più scrupoloso nel tutelarsi con un’assicurazione.
Ma la cosa rilevante è che in materie come quelle economiche si puo’ scavare all’infinito poiché “tutto conta”, e quindi, prima o poi, troveremo qualcosa che conta e che fa il caso nostro.
Se viviamo in un mondo in cui il battito d’ali di una farfalla genera uragani, allora per spiegare gli uragani bisogna tener conto di quel battito. Ma a maggior ragione del battito d’ali di un piccione. Bisogna tener conto di “tutto”. In questo “tutto” posso scegliere quel che desidero per puntellare il mio paradigma.
L’economista è uno scienziato senza laboratorio perché il “tutto” di cui sopra non ci sta in un laboratorio. Il laboratorio è qualcosa che esiste apposta per isolare pochi elementi e studiarli in un ambiente asettico.
Ci sono teorie economiche crivellate dalle anomalie ma che restano in piedi senza particolari eroismi. Il CAPM (Capital Asset Pricing Model), ovvero la teoria che ci spiega il valore dei titoli, è ampiamente confutata dai dati delle borse. Eppure, se iscrivete vostro figlio nella più prestigiosa business school del mondo, gli insegneranno proprio quella, perché l’ortodossia è sempre quella, non esiste di meglio, o se esiste non viene considerato.
L’economista enuncia le sue leggi facendole seguire dalla clausola: coeteris paribus, ovvero “tenendo fermo il resto”. Ma “il resto” non sta mai fermo nella realtà.
Se un fatto fastidioso sembra non accordarsi con la sua teoria a lui basta andare a vedere cosa è cambiato nel “resto” e parare la confutazione. Quando il “resto” è cosi grande prima o poi qualcosa la trovi. Checchè se ne dica non c’è nulla di più facile che “lottare contro i fatti”. Quine ci aveva messo in guardia per la scienza, figuriamoci per l’economia.
L’economia spiega fenomeni che hanno centinaia di concause, difficile metterle in ordine e soppesarle con la cura dello scienziato. Si finirà per privilegiarne alcune, e c’è da scommettere che non saranno scelte a caso.
Inoltre, l’oggetto dell’economista “evolve”. L’evoluzione è un cambiamento non prevedibile, che dipende da piccolissimi fattori. Talmente piccoli che si fa prima a considerarli casuali.
Se il mio comportamento dipende dal tuo e il tuo dal mio si realizza un gioco di specchi che rende l’esito finale dei nostri comportamenti imprevedibile. Ma soprattutto, se l’inclinazione degli specchi fosse stata differente, basta un millimetro, saremmo finiti da tutt’altra parte.
Per questo che in economia vale la rigorosa legge: “a volte va in un modo, a volte in un altro”.
L’economista ama la matematica, gli consente di mostrare i muscoli impressionando il prossimo. La matematica obbliga alla coerenza ma ci spinge a preferire le variabili che sono più trattabili da quello strumento. Per esempio, è più semplice postulare un individuo egoista che un individuo invidioso (l’invidia crea quel fastidioso gioco di specchi di cui sopra), ma è ben difficile pensare che l’invidia non abbia una parte importante nei nostri comportamenti. In questo senso la matematica distorce l’analisi rendendola inverosimile.
L’economia, poi, analizza un ambito in cui l’innovazione è centrale. Ma se per fare gli scienziati newtoniani dobbiamo ridurre l’oggetto di studio ad un meccanismo qualsiasi, è difficile rendere conto dell’innovazione: l’innovazione non irrompe in un meccanismo. L’orologio è un affare complicato ma non particolarmente fantasioso.
Esempio: George Akerlof fornì una memorabile analisi del mercato delle auto usate. Si concludeva all’incirca così: in quei mercati la qualità dei prodotti è sotto la media. Il cliente che sospetta la magagna è soggetto a “braccino”, ma a queste condizioni non ha senso vendere prodotti senza magagne, cosicché si vendono solo prodotti con magagne rafforzando il corto circuito. La scienza rigorosa ha parlato. L’orologiaio ha chiarito il funzionamento dell’orologio.
Tutto a posto? Il mercato delle auto usate possiamo metterlo da parte? Macchè! Un giorno un tale escogitò un’ app per valutare e visionare in tempo reale la reputazione dei rivenditori di auto usate, e la legge di Akerlof finì nel bidone.
L’innovazione è tale perché non è prevedibile a priori: i pianeti non innovano ma l’uomo sì. Individuare le leggi che governano il moto dei pianeti è dura, ma per lo meno è lecito supporre che sono lì nascoste da qualche parte e non cambiano. I fisici possono star tranquilli, gli economisti no: il loro ingegnoso sforzo puo’ finire nel bidone da un momento all’altro.
L’economista è frustrato, si sente da meno rispetto allo scienziato mentre vorrebbe essere al suo pari. Nessuno lo prende mai veramente sul serio, anche se ha brillantemente risolto equazioni perigliose per dire quello che dice.
Tuttavia, non ha davvero ragione di nutrire questo complesso di inferiorità.
Poniamo di misurare l’accuratezza del pensiero con una scala che va da 1 a 5. Ai ragionamenti più lacunosi diamo un voto basso, alle ipotesi scientifiche un voto alto. Quanto merita l’economista? Penso che meriti un 6. In pochi sono accurati e ingegnosi quanto lui, deve inventarsi persino un laboratorio improvvisato per testare alla bell’ e meglio le sue ipotesi . Il fatto di essere impreciso nelle determinazioni non diminuisce l’accuratezza e l’ingegno della sua visione. Allo scienziato vero, al contrario, proprio perché dotato di laboratorio standard, non è richiesta altrettanta perizia e completezza, ha molti supporti che lo guidano. Chi arrampica fuori dalle ferrate deve avere una tecnica sopraffina, deve scovare gli appigli più reconditi, deve conoscere a menadito la montagna, anche se alla fine scalerà montagnole piuttosto risibili.
Tra gli analisti finanziari ho incontrato gente davvero brillante, in grado di afferrare senza problemi un concetto teologico e di criticarlo in modo sensato.
Ok, ma che ce ne facciamo di acrobazie ingegnose, peritose, accurate ma sostanzialmente imprecise? Poco, quando l’acrobata ha pretese fuori misura. Ma se si ridimensiona puo’ valere la pena ascoltarlo.
L’economista puo’ darci dei consigli generici: puo’ spiegarci perché un’economia di mercato funziona meglio di un’economia statale. Puo’ indicarci dove il mercato fatica (fallimenti di mercato). Puo’ indicarci dove il governo fatica (fallimenti di governo). Ma soprattutto dovrebbe indicarci dove faticano i modelli degli economisti (fallimento dell’economista). D’altronde all’economista poco umile si puo’ chiedere come mai non si è arricchito visto che la sa tanto lunga. Vi manderà a quel paese ma non è così grave rinunciare alla sua compagnia.
Conscio dei suoi limiti, l’economista adotterà una metodologia eteroclita in cui, per picchettare le sue tesi, farà ricorso:
1) all’esperienza personale,
2) al senso comune,
3) alle statistiche,
4) alla storia,
5) e anche all’etica o all’ideologia.
Il tutto in modo scoperto, e limitando al minimo la retorica.
Ecco, a queste condizioni, sottoposto a questo lavacro di umiltà, l’economista non solo è ascoltabile ma è probabilmente l’uomo del nostro tempo più interessante da ascoltare.

La macchina del tempo

Se mi chiedessero quale invenzione ha contribuito di più all’avanzamento dell’umanità risponderei il denaro.
Ma più che il denaro la finanza.
Dove saremmo oggi senza finanza?
Purtroppo la finanza non gode di grande reputazione, è vista come un oggetto astratto, un intrico matematico che attira la nostra attenzione per la sua intrinseca instabilità. Sembra diventato il simbolo di tutti gli eccessi.
Ma la finanza ha avuto un ruolo chiave nella nascita delle prime città, nella fondazione degli imperi, nelle esplorazioni della terra.
La scrittura è stata inventata nell’antico medio oriente per vergare contratti finanziari.
I problemi finanziari stimolarono lo sviluppo di scrittura, logaritmi, calcolo infinitesimale, contabilità, registrazioni e analisi del rischio.
La finanza ci ha consentito di esplorare i misteri del rischio, a volte di domarlo (anche se spesso ci siamo scottati).
La finanza ci ha consentito di esplorare i limiti della conoscenza e di formalizzarla nei calcoli dell’errore (forchetta).
Nell’epoca d’oro dell’antica Atene si discuteva più di finanza che di filosofia.
La leggendaria ricchezza di Roma non avrebbe potuto sostenersi senza un’adeguata sovrastruttura finanziaria.
La civiltà cinese sviluppò una sua tradizione finanziaria che consentì ai governanti di mantenere coeso il paese.
In Europa una finanza particolarmente sofisticata stimolò viaggi e scoperte che ancora studiamo nei libri di storia. Il contratto di Colombo con la corona spagnola era particolarmente complesso e gli garantiva il 10% degli introiti sui traffici con le indie, oltre che un’opzione per sottoscrivere 1/8 del capitale di qualsiasi società che si sarebbe dedicata a commerciare sulla rotta eventualmente aperta. Non sarebbe mai partito senza simili garanzie.
I nostri commercianti facevano affari con popoli lontani e per garantire le loro pretese ricorsero a ingegnosi strumenti finanziari che fecero riconoscere all’autorità politica. I viaggi erano lunghi e richiedevano tempo, la finanza metteva a disposizione una perfetta macchina del tempo.
La finanza, come è facile prevedere, ebbe un ruolo preminente anche nella rivoluzione industriale.
Nei secoli più recenti la finanza ha reso più democratico il mondo degli investimenti e ha portato soluzioni nuove ai problemi sociali: pensioni, fondi sovrani e risparmio personale.
casini della finanza non sono mancati: debiti eccessivi, bolle, frodi, imperialismo, diseguaglianze… Ma il saldo probabilmente è positivo. Una cosa è certa: quando la finanza funziona non ne senti parlare, quando s’inceppa non senti parlare d’altro. Questa asimmetria distorce i giudizi fondati sul sentito dire.
Molte responsabilità della finanza sono da ripartire con i regolatori della finanza. Questi ultimi, nella loro voglia di ingessare il sistema mettono limiti che gli operatori tentano di aggirare con strumenti innovativi. Tutto si trasforma in una lotta tra regolatori e regolati con le leggi che inseguono vanamente l’innovazione, e spesso il finale non è affatto bello. Anche nell’ultima crisi questa dinamica si è realizzata: cos’erano quella spericolata congerie di strani titoli assicurativi se non il tentativo di eludere legalmente i dettagliati adempimenti richiesti dal legislatore?
Come ogni tecnologia la finanza non è buona o cattiva in sè, ma la possibilità di muovere la ricchezza nel tempo ha cambiato le nostre vite. E le ha cambiate in meglio.
Il miracolo del “mutuo” non viene colto da chi è abituato a conviverci. Con un simile strumento possiamo veder materializzata all’istante una ricchezza che ancora non possediamo.
Lo stesso dicasi per le pensioni: posso comprarmi oggi la sicurezza di domani. E’ un gran privilegio che non tutti apprezzano a dovere.
La finanza ha consentito all’uomo di ridurre i rischi che si prende distribuendoli nel tempo.
Una volta produrre ricchezza e conservare ricchezza erano problemi altrettanto scottanti.  Oggi la maggior parte di noi puo’ concentrarsi solo sul primo. Anche recentemente governanti inaffidabili hanno prolungato incubi passati: ricordo mio padre che lavorava fino alle tre del pomeriggio per poi studiare come salvare dall’inflazione quel che aveva guadagnato. Oggi a noi una robaa del genere sembra assurda.
Nella sostanza la tecnologia finanziaria ci regala la cosa più vicina a quella “macchina del tempo” che abbiamo sempre sognato.
Allo stesso momento ha cambiato il nostro modo di pensare: ora vediamo al futuro con la lente probabilistica. E’ un modo innaturale per noi ma molto più razionale. Abbiamo appreso il concetto di rischio, un concetto contro-intuitivo col quale pasticciamo ancora molto ma anche un concetto estremamente utile.
La finanza ci pone di fronte a questioni morali un tempo meno sentite: come regolarsi nel rapporto inter-generazionale? Potendo viaggiare nel tempo possiamo in qualche modo visitare anche i nostri pronipoti. Possiamo trasferire loro più o meno ricchezza. Possiamo trasferire loro più o meno rischio.
Ma la finanza valorizza anche l’intelligenza e l’impegno: chi ha un’idea puo’ di fatto usare i capitali di terzi e iniziare un’impresa. In questo senso la finanza distribuisce la ricchezza e ampia la democrazia delle opportunità.
La complessità della finanza ci intimorisce, ma allo stesso tempo moltiplica i contratti possibili e fa sì che ognuno trovi quello più adatto alla sua sensibilità e ai suoi gusti.
La finanza consente al consumatore di ridurre i suoi rischi: non deve più temere spese improvvise a cui non puo’ far fronte. Con la finanza tutti noi abbiamo un ammortizzatore per le emergenze. Questo anche se molti vedono i prestiti al consumo come qualcosa che sfrutta e induce a comportamenti disperati.
Chi si lamenta del consumismo dovrebbe apprezzare i servigi della finanza, è grazie a quelli che riceve un premio chi ritarda la sua gratificazione mettendo un freno alla sua ingordigia.
La finanza affronta di petto il problema demografico: se la popolazione diminuisce e l’aspettativa di vita aumenta, il cuscinetto offerto dalla programmazione finanziaria diventa indispensabile. la finanza ci permette di calibrare l’intermediazione tra vecchi e giovani.
La finanza influenza la nostra cultura. Questa capacità di trascendere il tempo ce la fa apparire come una mera astrazione. A lungo il fatto di essere poco comprensibile l’ha resa temibile e oggetto di scomuniche. Le società della storia hanno fatto fatica a collocarla moralmente visto che elargisce sia la possibilità del successo che quella della rovina.
In passato la nostra macchina del tempo è stata la famiglia: facendo figli ci si gravava di un onere oggi per avere un beneficio domani. Poiché tutto cio’ non era “contrattualizzabile” si agiva creando relazioni affettive.
La finanza ha corroborato e migliorato questi meccanismi tradizionali, per qualcuno li ha anche spiazzati guadagnandosi così l’odio di chi rimpiange le tradizioni.
D’altro canto il mondo della cultura ha da sempre preso di mira la finanza, specie nei momenti di crisi. Questo è vero sin dai tempi dei babilonesi.
Nell’Inghilterra del 700 il mondo delle borse subì un duro attacco poiché consentiva alle donne di “far soldi”. Oggi simili argomenti ci suonano curiosi.
Ma la finanza, come detto, attiva un dinamismo sociale che puo’ destabilizzare i poteri forti, cosicché sono spesso le élites a metterla nel mirino. Da qui le leggi anti-usura e le leggi anti-bolle. Chi fa le leggi non è certo un “debole”.
Nella storia non esiste e non è concepibile una civiltà avanzata priva di una finanza sofisticata.
Le civiltà avanzate garantiscono il bene della fiducia che consente l’interazione anonima e nell’interazione anonima la finanza sguazza.
Ma le grandi civiltà sanno affrontare i cambiamenti dimostrandosi particolarmente flessibili: e una simile virtù difficilmente potrebbe venire alla luce senza una finanza che redistribuisca i pesi.
denar
Ecco un libro per capire l’importanza del denaro: Money Changes Everything: How Finance Made Civilization Possible, di William Goetzmann

venerdì 17 giugno 2016

Contro il boicottaggio

Alcuni consumatori trovano doveroso non comprare da produttori che professano valori etici riprovevoli.
Allo stesso modo, ci sono negozianti che decidono di non servire consumatori ritenuti eticamente devianti.
Qualche tempo fa abbiamo avuto il pasticciere che si rifiutò di fare la torta di matrimonio per due omosessuali.
Più recentemente i bar Urban Bean hanno rifiutato i loro caffè ai supporter di Donald Trump.
E’ giusta una simile condotta?
Ricordo ancora le parole di Luigi Ballerini ad un incontro ciellino dedicato alla genitorialità tenutosi all’Istituto Tirinnanzi di Legnano: se vostro figlio si è comportato male a scuola non ha senso punirlo impedendogli di andare a calcio (dove si comporta sempre in modo inappuntabile). Magari quell’ora di calcio alla settimana è il momento in cui dà il meglio di sè, in cui è più generoso, in cui è riconosciuto… e voi cretini gliela togliete.
TortaNuzialeGay
In noi c’è sia il bene che il male: perché reprimere il male colpendo il bene? Secondo me, oltre a non essere un dovere è pure sbagliato.
Ma il boicottaggio è essenzialmente questo: poiché hai fatto cose malvagie ti colpisco laddove fai cose apprezzabili.
Gli attivisti gay portavano avanti l’agenda pro-gender: grave peccato agli occhi del pasticciere. Ma avevano anche delle virtù innegabili: per esempio, in fatto di gusti, apprezzavano le sue torte, vuoi mettere? E’ stupido castigarli quando fanno la cosa giusta. Meglio sarebbe punirli quando fanno la cosa sbagliata: il pasticciere avrebbe dovuto impegnarsi nella campagna pro-family se proprio avesse voluto colpirli.
Lo stesso dicasi per i supporter di Trump: perché punirli perché si sono dimostrati dei buongustai nella scelta del caffé?
Conserviamo il bene ed estirpiamo il male, questa è la via!
P.S. Distinguerei il boicottaggio dall’obiezione di coscienza: in quest’ultimo caso sono chiamato a fare in prima persona qualcosa di malvagio e mi rifiuto. In questo senso, rifiutare l’acquisto dei palloni cuciti dai bimbi schiavi assomiglia di più ad un’obiezione di coscienza. E il riciclaggio? Mi rendo conto che la questione resta aperta. L’importante è aver posto un saldo punto da cui far partire il nostro ragionamento.