giovedì 19 febbraio 2026

disaccordo definitivo

 CREDERE O NON CREDERE?

La teoria dei giochi fornisce un teorema volto a dimostrare che due persone ragionevoli, affidabili e dotate di conoscenza comune non possono mai trovarsi in disaccordo, neppure su una questione banale, come stabilire se l’auto transitata cinque minuti prima fosse grigio topo o grigio talpa. L’argomento è piuttosto intuitivo: se, dopo aver raccolto tutte le informazioni disponibili, mi accorgo che un individuo con le suddette caratteristiche è in disaccordo con me, tale circostanza costituisce un’informazione rilevante che mi obbliga ad aggiornare le mie credenze; e lo stesso vale per lui. Supponendo finito lo spazio delle posizioni possibili, questo processo giunge a quiete — ossia a equilibrio — soltanto quando le due posizioni coincidono. L’accordo è dunque necessario. Eppure i disaccordi proliferano. Perché? Forse vi sono informazioni che non possiamo, o non riusciamo, a trasmettere all’altro. Oppure non confidiamo mai pienamente nella razionalità altrui. Ognuno formuli la propria ipotesi. Può darsi, tuttavia, che le due parti in conflitto risiedano in un unico cervello; in tal caso è difficile sostenere che non comunichino tra loro o che non si accordino reciprocamente fiducia. Di fronte alla questione cruciale evocata dal titolo, mi sono trovato in una condizione simile: in certi periodi mi sentivo un credente convinto, in altri no. Come ho trovato requie — ormai da oltre un anno? Molto semplicemente: in alcuni ambiti agisco "come se" Dio esistesse, in altri "come se" Dio non esistesse. In genere, quando si tratta di vivere, assumo la prima modalità; quando si tratta di conoscere, la seconda. L’alternanza delle identità subentra così al conflitto delle idee e all’assurdo disaccordo tra personalità razionali, affidabili e dotate di conoscenza comune. Il convenzionalismo, tuttavia, è una filosofia piuttosto fragile; perciò elimino quel “come se”, attenuando la portata dei concetti metafisici di realtà, verità e simili. In questo senso le filosofie postmoderne, e soprattutto il pragmatismo (che sono di fatto un "addio alla filosofia"), offrono un valido sostegno. Si approda così a una posizione che definirei eclettica, sulla quale è lecito obbiettare interrogarsi in termini psicologici, chiedendosi cioè se una condizione del genere sia possibile, se sia autentica. Ma si tratta di una domanda empirica: prova e vedrai se funziona. Per quanto mi riguarda, sembra funzionare abbastanza. Sono consapevole dell’esistenza di alternative canoniche che mirano a rendere razionalmente compatibili i due ambiti, inglobando il primo nel secondo o viceversa; tuttavia avverto tali tentativi come costruzioni intellettuali artificiose, come razionalizzazioni ad hoc: qualcosa che i miei maestri ideali — da Popper in giù — mi hanno sempre insegnato a considerare demoniaco e, pertanto, da evitare.