mercoledì 16 maggio 2012

Se ce l’ abbiamo nel melone

Getto la spugna, lo faccio da inguaribile ottimista, rinuncio a ogni apologia liberista e mi ritiro alla chetichella: è tempo perso.
Cosa occorre in fondo per essere impermeabili al vangelo “mercatista”?
Molto poco: basta essere spontanei, sensibili ed empatici verso il prossimo.
In altri termini, basta essere “uomini” fatti e finiti, e della pasta migliore, stando al comune buon senso.
Il nostro cervello ci rende antiliberisti, siamo costruiti per scendere in piazza, “occupare wall street” e combattere l’ anarchia del “mercato selvaggio”; questo ci dice chi studia i nessi tra psicologia e ideologia: siamo degli “statalisti naturali”, non si scampa, ce l’ abbiamo nel melone.
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Qualsiasi brufolosa manifestazione studentesca offre uno spettacolo ripugnante, almeno ai miei occhi, ma come non riconoscerne una certa spontraneità? Il liberismo appare sempre più come un’ ideologia “vietata ai minori”. E’ impensabile sotto una certa età, è inconcepibile da tenere menti al riparo da ogni artificiosa sofisticazione
Io stesso, che mi ritengo un “militante” pro-market, faccio fatica a riconvertirmi ogni giorno: messo di fronte alla prima pagina di un giornale il primo istinto mi fa sbandare verso ricette antiliberali. Per tornare sulla strada maestra ho bisogno di concentrazione, di fare mente locale e ricalibrare il pensiero… una faticaccia.
In genere per tutti noi il “bene” non puo’ essere casuale, riteniamo scandaloso che possa emergere senza “intenzioni” specifiche, non riusciamo proprio a pensarlo come tale: se un bene si realizza, da qualche parte un Uomo della Provvidenza è in azione; così come se un Male ci affligge, dietro le quinte sta operando un Cattivone, e se proprio non è immediatamente visibile ripieghiamo volentieri sulle sempre disponibili tesi complottiste.
Da un lato converrebbe rimeditare una versione aggiornata di un concetto profondo come quello di “Abbandono alla Provvidenza”, dall’ altro i meccanismi cognitivi che ci spingono nelle braccia di Dio sono in fondo gli stessi che sviluppano la fiducia nel Big Government, da qui i nostri guai.
Spremendoci, possiamo al limite immaginare le strade che portano all’ inferno come lastricate da cattive intenzioni, ma difficilmente siamo in grado di immaginare le strade che portano al paradiso come non lastricate da alcuna intenzione.
Siamo fatti così: dopo aver pensato al Grande Problema cerchiamo la Grande Soluzione, e, una volta escogitata, sentiamo di poterci concedere un giusto riposo, il nostro lavoro intellettuale è felicemente concluso: le istruzioni ci sono, basterà demandare la loro esecuzione a un soggetto sufficientemente potente, meglio se Onnipotente. Un Governo purchessia fa proprio il caso nostro.
Rubano? Mettiamoli in galera. Ingrassano? Mettiamoli a dieta. Speculano? Regoliamoli. Evadono? Sanzioniamoli. Si arricchiscono? Tassiamoli. Scandalizzano? Censuriamoli.
Semplice no? Scendiamo dunque in piazza per urlare le nostre Soluzioni a cui solo il Maligno puo’ opporsi.
Trincerati nel baretto sforniamo Soluzioni a raffica tutto il santo giorno, basta dare per scontata la presenza di un Governo a cui passare i nostri suggerimenti, ci penserà lui. E se il governo reale tentenna, basterà potenziarlo affinché non accampi più scuse.
L’ ideologia antimarket è coriacea, non sembra nemmeno sensibile agli interessi materiali: se vinciamo alla lotteria il nostro voto politico non cambia!
Siamo dunque di fronte a una preferenza pura che dipende per lo più dal carattere: sulle modalità di questa dipendenza, poi, possiamo sbizzarrirci; esempio:
… critics of the free market are more neurotic… than proponents…
People high in Stability realize that, objectively speaking, life in First World countries is good and getting better all the time.
As long as government leaves well enough alone, our problems will take care of themselves…
People low in Stability, on the other hand, habitually blow minor problems out of proportion.
Even when they live in First World countries, they manage to convince themselves that the sky is falling.
Their typically neurotic response… is to beg for Big Brother to save them from their largely imaginary problems.
When government solutions don't work out, they misinterpret it as further proof that life is hopeless - not that their "solutions" were ill-conceived.
I liberali affannosamente hanno messo a punto una miriade di teorie per spiegare la crescente invadenza dello Stato nel corso del secolo passato: dalla diffusione di ideologie socialisteggianti, alle dinamiche parassitarie della burocrazia, si è tirato in ballo di tutto, ma poiché nessuna regge è tempo allora di accettare la spiacevole e cruda verità: se lo Stato cresce è perché lo vogliamo noi, il nostro cervello, la nostra psicologia, ne ha bisogno per pensare con meno sforzo.
… Democratic government cannot grow large, and stay large, against the express wishes of a substantial majority of the population…
Poi ci sono gli “ottimisti”, che, numeri alla mano, cercano di consolarsi: “ dopo tutto i pro-market sono tipi più intelligenti e istruiti, il futuro è loro”.
Macché: sebbene sia vero che istruzione e quoziente intellettivo tendano a crescere nella popolazione portandola su medie oggi riservate all’ élite liberista, è anche vero che lo sviluppo tecnologico avanza di pari passo.
Ma che c’ entra lo sviluppo tecnologico adesso?
C’ entra eccome! Lo sviluppo tecnologico è decisivo: solo la mancanza di mezzi in grado di conferire potenza allo Stato ci fa dubitare per un attimo del suo ruolo salvifico:
… perform a very simple thought experiment… Assume that we had no cars, no trucks, no planes, no telephones, no TV or radio, and no rail network.
Of course we would al be much poorer. But how large could government be? Government might take on more characteristics of a petty tyrant, but we would not expect to find the modern administrative state, commanding forty to fifty percent of gross domestic product in the developed nations, and reaching into the lives of every individual daily.
Think also about the timing of these innovations. The lag between technology and governmental growth is not a very long one…
Avere robuste cinghie per legare il paziente al tavolaccio è la premessa per operarlo. Avere un ferreo controllo sulla società è decisivo per “pianificarla” secondo le teorie elaborate al bar o nei centri studi: noi abbiamo continuamente delle idee e vogliamo “più Stato” affinché esista una Potenza che le realizzi; non appena i mezzi lo consentono, ce lo prendiamo.
Lo sviluppo tecnologico foraggia la tentazione "centralista" imponendo così una melanconica conclusione: il mercato genera innovazione e l’ innovazione genera statalismo. Non vedo vie d’ uscita: getto la spugna e mi defilo alla chetichella.
Alan Gerber et al: Personality Traits and the Dimensions of Political Ideology
Tyler Cowen: Does Technology Drive the Growth of Government?

venerdì 11 maggio 2012

Alla ricerca della scomodità

Musiche per il week end:

 

… troverete…

… scomode sedute…

bench

… muri che crollano…

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… muri che si alzano…

John Scarratt

… pietre pettegole…

Diglett

… miracoli del caso…

Tommy Craggs

… supereroi depressi…

cerv 

… diversità che convivono…

Urban artist Tilt

… arti bestiali…

Cats Imitating Art

… passeggiate invernali…

Simon Beck lago gelato

… e altro ancora, compresa la possibilità di spegnere a piacimento…

Escrif

giovedì 10 maggio 2012

Ceffoni invisibili

Povero Adam Smith! Esiste forse una metafora più travisata della gloriosa (o famigerata) “mano invisibile”?

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Chissà perché un malizioso riflesso condizionato associa “mano invisibile” e “selezione naturale”, quasi che Darwin e Smith si facessero l’ occhiolino a distanza. E questo, sembra incredibile, anche in persone all’ apparenza colte: sarebbero da prendere a ceffoni (invisibili, naturalmente).

Il “liberista”, devoto al dio della Mano Invisibile, viene così bollato come “darwinista sociale”; francamente non sono in grado di dire se chi si dedica ad appioppare queste spiritose etichette conosca la biologia, di sicuro non conosce l’ economia e non sa cosa sia la “mano invisibile” di cui ciancia con ostentata sicumera.

[… recentemente è toccato ad Aldo Schiavone rinnovare il cargo cult, tra i salamelecchi di un Augias che, travestito da presentatore, faceva il compare nel solito gioco delle tre carte…]

Sta di fatto che sia Darwin che Smith sarebbero compresi molto meglio se pensati come in antitesi: Darwin vs. Smith.

In biologia non esiste infatti nulla di equivalente alla “mano invisibile”, tanto è vero che l’ evoluzione naturale è altamente inefficiente, e non c’ è motivo perché le cose vadano diversamente:

… male birds of paradise have ridiculously long tails.

… Evolution has cursed them with tails far too long for any practical purpose, and in fact long enough to be a substantial hindrance in locomotion. Their bodies expend precious resources to grow and maintain these tails, increasing the birds’ food requirements while simultaneously rendering them more susceptible to predators. How could such a handicap have survived natural selection?

In fact, Darwinism requires us to ask something far more perplexing: How could such a handicap have been a consequence of natural selection?

Remarkably, the biologists have answers.

Male birds compete for female birds, who want mates capable of fathering healthy offspring.

By growing a tail slightly longer than his rivals’, the male demonstrates that he is robust, that he eats well, and perhaps that he is sufficiently athletic to survive even when burdened with an absurd encumbrance.

These are just the qualities that the female wants in her sons, and so she seeks a mate who evidently has them. Long tails are a reproductive advantage and are therefore rewarded by natural selection…

Entriamo ora in una dimensione fantastica e consideriamo le cose come se la Mano Invisibile cominciasse ad agire anche nel mondo naturale; cosa succederebbe? Semplice (e inverosimile):

The male birds of paradise, concerned about escalating competition, have called a peace conference.

Some of the more scrawny-tailed birds have made a radical proposal: universal “disentailment,” by which all will agree to immediately and permanently discard all unnecessary plumage.

Their literature emphasizes advantages in the area of fox-avoidance but underplays the possibility of a redistribution of females.

The bird now occupying the podium is the bearer of a particularly magnificent specimen (he needed three assistants to carry it as he ascended the stage).

He rejects the radicals’ proposal out of hand but offers a grand compromise: “Let each and every one of us cut the length of his tail by half. To this there can be no objection.

The tails that are now the longest will remain the longest. Those who are now most attractive to females… will remain most attractive to females. At the same time, each of us will benefit from reduced maintenance costs, improved aerodynamics, and decreased visibility to our friends the foxes.”

What is remarkable about this proposal is not just that it benefits the birds as a species; it actually benefits each and every individual bird… The compromise is a game in which every player wins. Only the foxes might object…

Ridicolo vero? Più che ridicolo “innaturale”, direi.

Il meccanismo dell’ evoluzione è cieco, mette al centro la specie anziché i singoli senza badare troppo alle inefficienze; tutto il contrario della “mano Invisibile” che, ricercando imperterrita il vantaggio di tutti e la repressione degli sprechi, necessita come il pane di scambi e di mercati.

Il teorema della “mano invisibile” ci spiega sostanzialmente che tutti i problemi sociali hanno, in termini di efficienza, sempre la medesima soluzione: più mercato; si tratta solo di studiarne i modi d' introduzione.

Pensate a un problema per cui di solito sale sul banco degli imputati il mercato: l’ inquinamento. Adesso ripensateci mettendo da parte gli slogan e tenendo a mente il teorema della mano invisibile. Ok, ora siete in grado di isolare con facilità la fonte di tutti i guai e porvi rimedio: manca un mercato dell’ aria pulita:

The world abounds with inefficiency, and to the untrained eye much of it seems to be the result of “cutthroat competition” or “markets run amok.” But the Invisible Hand Theorem tells us that if we seek the source of inefficiency, we should look for markets that are missing, not for markets that exist…

Market for everything”, ecco la stella polare che guida l’ azione di chi si occupa in modo razionale della società.

E’ il cadeau che l’ “Adamo” di tutti gli economisti ha porto alle civiltà future, peccato che a distanza di due secoli abbondanti in molti non siano ancora in grado di sciogliere il fiocco del pacchetto.

***

p.s. vale un’ avvertenza, tanto per far capire che la comprensione avanza a fatica senza rinvenimento di bacchette magiche: se per i motivi più svariati il “mercato mancante” non potesse veder la luce in tempi brevi, allora non si puo’ escludere a priori che convenga eliminarne uno esistente:

… Jerry Romer, the governor of Colorado (and father of two great economists), recently spoke amusingly about leaf blowers.

He told of going for a walk on an autumn day and watching each Denver homeowner blow his leaves into the next homeowner’s yard.

He concluded that the problem consists of too many markets—we’d all be better off if nobody bought a leaf blower.

Perhaps his son could have told him that there are also too few markets: If there were a way to charge the neighbor for using your yard as a trash can, the problem would vanish.

The governor was onto something, though: two missing markets can be better than one.

We know from Adam Smith that it would be best if there were markets for everything. But given the fact that there is no market for yards-as-trash-cans, it can be better to eliminate the market for leaf blowers as well.

giovedì 3 maggio 2012

AAA antiliberali cercasi

Il guaio è che tra i nostri intellettuali un antiliberale reo confesso non lo trovi neanche se li sottoponi al waterboarding più invasivo.

Non esiste da noi uno schieramento culturale degno di questo nome che inalberi la nobile bandiera dell’ antiliberalismo.

Basta un ammicco o una faccia pensosa e anche la personalità più autoritaria e paternalista entra di diritto nell’ alveo liberale.

liberal fascism

E dire che appena t’ imbatti in una discussione politica – non importa se al bar o in qualche aula universitaria – li vedi tutti così scattanti nel proporre una congerie di regole e leggine risolutrici di cui vanno tanto fieri. E intanto regole e “leggine risolutrici” si affastellano nel nostro ordinamento alimentando un mostro che esige ogni giorno sacrifici umani.

Facendo un po’ di storia il vizietto risale all’ antifascismo d’ antan e alla sua insana passione per la “sintesi” tra libertà e eguaglianza: “tutto” e il “contrario di tutto” dovevano darsi la mano costi quel che costi per colpire uniti il regime dispotico.

Sul banco degli imputati salgono allora il “liberalsocialismo” di Carlo Rosselli e Piero Gobetti, il Partito d’ Azione, il movimento Giustizia e Libertà, e tutta la sfilata di ircocervi che hanno partorito una confusa genia di intellettuali almeno tanto influenti quanto cervellotici. Tutti elucubranti generali senza esercito (la pratica fece puntualmente esplodere le loro contraddizioni e a loro non restò che rifugiarsi nelle Università) vogliosi di “liberalizzare” (a parole) il socialismo e “socializzare” la libertà.

Nasce da lì questa notte intellettuale in cui tutte le vacche sono grigie, così come nasce da lì questa Costituzione pasticciata scritta su un tavolino a tre gambe e in cui si ritrovano a meraviglia le “menti pasticciate”, nasce da lì un’ identità vaga che, se non ci farà essere “niente”, nemmeno ci fa essere colpevoli di “niente”… un bel vantaggio per chi attraversa un secolo pieno di colpe da attribuire come il Novecento.

… dopo la caduta del Muro di Berlino, quando nessuno, a sinistra, osava proclamarsi "antiliberale" (i nostalgici rimasero una sparuta minoranza)… nessuno pensò di dover fare sul serio i conti col fallimento del "socialismo reale", la vacua formula liberalsocialista venne in soccorso agli sconfitti della storia, offrendosi come la comoda risorsa ideologica che consentiva di non essere coinvolti dal crollo della casa madre sovietica… e di conservare tutte le tradizionali riserve nei confronti del ‘mercato selvaggio’ e delle delle ingiustizie…

… la caduta dell’impero rosso, d’altronde, venne accolta con visibile sconcerto da… Norberto Bobbio: "e ora chi si farà carico dei dannati della Terra?", scrisse su La Stampa…

il grosso della cultura anticapitalista e antiborghese di un tempo si riconosce, ai nostri giorni, in un credo comune inteso fare dell’antifascismo azionista (con le sue sintesi epocali) il fondamento sia della Costituzione repubblicana sia della "religione civile" degli italiani… che trova i suoi organi di stampa, soprattutto, in Repubblica e in periodici come MicroMega…

E ancora oggi i nipotini dei generali di cui sopra te li ritrovi più assertivi e “saggii” che mai (sembrano appena scesi dalla collina partigiana) sdraiati da mane a sera sui divani della TV e della radio, specie se a sborsare il gettone di presenza è il contribuente.

Ma come scrollarsi di dosso la sgradevole compagnia di un Gustavo Zagrebleski, di uno Stefano Rodotà, di un Luciano Gallino, di una Nadia Urbinati, di un Aldo Schiavone e di un qualsiasi ospite fisso che di mestiere fa la sentinella tra Augias e Fahrenheit? Come rinfoltire lo sparuto schieramento degli antiliberali? In altri termini, come disinquinare il dibattito facendo in modo che le parole abbiano un senso preciso?

E consentitemi un’ ultima formulazione: come rendere antipatico, e quindi chiaro e utile, un concetto come quello di “libertà”?

Occorre un esperimento mentale da compiere e che divida il grano dal loglio. Propongo allora che il soggetto mediti su affermazioni di questo tenore:

… le donne dell’ Ottocento erano più libere delle donne d’ oggi…

sex and the city

Di sicuro l’ “infiltrato” non sottoscriverebbe. Anzi, si farebbe più che volentieri travolgere dall’ indignazione, sentimento di cui dispone senza riserve e a cui canta le lodi un giorno sì e l’ altro pure.

Ma un liberale doc, a mio avviso, ha su questo punto il dovere di rendersi odioso.

Si parta considerando l’ “oggi”.

Oggi, se una donna lavora, è tenuta farlo il condizioni di quasi-schiavitù per metà dell’ anno. Nel 2012 il tax liberation day cade quasi a Luglio. E non si obietti con argomenti ziotommistici che tirano in ballo la bontà del padrone.

Se invece non lavora, il “semi-schiavo” sarà il marito e la posizione di lei non sarà mutata di molto.

Ma potrei parlare anche dell’ ipertrofica regolamentazione. Oggi c’ è una regola per tutto, dal bimbo a bordo alla scadenza dello yogurt, tutto è meticolosamente programmato dall’ occhiuto legislatore che vede e provvede: a te tocca solo adeguarti o imboscarti.

E ieri, si stava forse meglio?

Premessa: prosperità e libertà non sono la stessa cosa; se oggi si “possono” fare molte più cose, spesso è grazie alla ricchezza più che all’ accresciuta libertà.

Ok ma il totem del voto?! Le donne “ieri” nemmeno votavano. Dirà allarmato l’ antiliberale in pectore. Calma:

… from a libertarian point of view, voting is at most instrumentally valuable… the fact that women were unable to vote in defense of their "basic liberty rights" doesn't show that political system denied them these rights…

Passiamo al matrimonio: certo, nell’ Ottocento il matrimonio faceva perdere una serie di diritti alla donna: per lavorare dovevi avere il permesso del marito. Un istituto del genere (in inglese coverture) non appare molto liberale.

Eppure… Pensateci bene: il matrimonio rimaneva comunque un atto volontario.

Per evitare certe conseguenze, bastava non sposarsi. Oppure sposarsi con contratti prematrimoniali ad hoc, cosa che quasi nessuno faceva.

Si potrebbe pensare che lo Stato, riconoscendo un matrimonio di tal fatta, alimentasse una cultura patriarcale.

… maybe, but … there's got to be some default contract.

The most libertarian option, of course, is separation of state and marriage, leaving the defaults up to private parties.

But the next most libertarian alternative, I think, is to defer to common definitions.

If by "marriage" most people mean "monogamous marriage," it's reasonable… for monogamy to be the default rule. If by "marriage" most people mean "a marriage where the wife needs her husband's permission to work," it's reasonable for that to be the default rule…

… At the time, almost all married women kept house and raised children. When a couple decided to marry, this sexual division of labor was probably what both of them had in mind…

In poche parole: al liberale non piacciono le regole, ma una cosa è certa: quelle che ci obbligano a fare quel che avremmo fatto ugualmente sono più simpatiche delle altre.

Per rinforzarci meglio in questa idea, pensiamo più a fondo alla famiglia tradizionale:

the traditional family made a lot of sense in traditional times. In economies with primitive technology and big families, it makes perfect sense for men to specialize in strength-intensive market labor and women to specialize in housework and childcare - and for default rules to reflect this economic logic…

Ma non è finita qui: gli obblighi che ama il liberale – ovvero gli obblighi che obbligano a poco o nulla – non sono solo quelli che mi “costringono” a fare quel che avrei comunque fatto spontaneamente, ma anche quelli che è difficile far concretamente rispettare, tanto che se ci sono o non ci sono fa ben poca differenza:

… even if you think you can condemn coverture (l’ istituto che priva di ogni diritto la donna sposata) on libertarian grounds, the letter of the law rarely makes a difference in marriage.

In modern marriages, spouses can't legally "forbid" each other to take a job, but as a practical matter… they still need each others' permission…

If a women in 1880 wanted to write a contract, I think she did the same thing a woman in 2010 would do - talk about it with her husband. If he refused, she did the same thing she'd do today: complain, argue, bargain, etc.

A man in 1880 was legally allowed to make a contract without his wife's approval, but in practical terms, his problem was the same as it is today: If your wife puts her foot down, it's almost impossible to move forward…

Pensate solo al divorzio…

Unless you're already on the verge of divorce, invoking the law just isn't a very useful way to win a fight with your spouse. Since divorce was much more difficult in the 19th century, the law probably mattered even less than it does today…

Conclusione: mia bisnonna molto probabilmente era più libera delle fighette newyorkesi di Sex and the City.

otto

Scandalizzati?

E perché mai? Basta convertirsi al fronte antiliberale e proseguire in santa pace le proprie lotte.

Spero solo di aver in parte centrato il mio modesto obiettivo, quello di rendere la Libertà un po’ meno sacra e un po’ più antipatica di prima.

Dino Cofrancesco – Il fascismo degli antifascisti.

Bryan Caplan – How free were american women?

venerdì 27 aprile 2012

Lingue virtuose

Se penso alle tasse, un secondo dopo, come del resto qualsiasi liberale, penso automaticamente alla natura dei governi:

… while government is, in principle, able to do some good… the problem is that the circumstances under which it is able to do so are very narrowly limited, difficult to foresee, and prone to exaggeration by politically interested factions…

Sono troppo prosaico, vero?

Fortunatamente la maggioranza, ovvero l’ autoproclamata “parte migliore del Paese”, con a capo quel po’ po’ di presidentone che allo strumento non sbaglia mai una nota (lo strumento assomiglia a un trombone), è dominata da istinti ben più nobili: alla parola “tasse” associa (e urla) la parola “equità” (*).

La retorica dell’ “equità” fiscale straborda da radio, tv e giornali: è sempre così quando spadroneggiano i governi del “tiriamo a campare” (Andreotti, Ciampi-Amato, Monti) (**): pagare le tasse è un dovere etico, e ancor più è un dovere che paghi il benestante, in modo da redistribuire le fortune e venire in soccorso a coloro che “non ce la fanno”.

In tutto cio’ c’ è qualcosa di curioso: spesso sono i “ricchi” a sostenere che i “ricchi” devono contribuire di più.

Ma c’ è anche qualcosa di sconcertante: perché costoro, se credono veramente a cio’ che dicono, invece di formulare appelli urbi et orbi corrugando il volto pensoso, non firmano assegni circolari e li inviano spontaneamente al Ministero del Tesoro sotto forma di beneficienza?

Se non si ricordassero dove hanno messo la penna faccio notare che è sulla scrivania al solito posto!

I virtuosismi fatti con la lingua lasciano sempre uno strano retrogusto: all’ ammirazione, chissà perché, si mescola lo schifo.

LINGUA

Riformulo senza tanti sarcasmi: perché chi vuole più “solidarietà a suon di tasse” non comincia a trasferire nei forzieri statali un cospicuo contributo spontaneo come suggerisce loro quella coscienza che tengono linda sempre in vetrina?

Insomma, perché mai i governi di tutto il mondo sono surclassati dalle organizzazioni concorrenti quanto a donazioni ricevute?

Tutto cio’ non è sentito come imbarazzante? Non è percepito come la stigmate dell’ ipocrisia sulla “campagna per l’ equità”?

C’ è chi ritiene che in fondo i governi possano far fronte al loro fabbisogno grazie allo strumento coercitivo.

Sappiamo già che questa risposta è logicamente fallata.

C’ è invece chi invoca il famigerato “dilemma del prigioniero”, quello per cui è ragionevole fare qualcosa solo se la fanno tutti; invocazione particolarmente fuori posto quando si tratta di solidarizzare con chi è più in difficoltà:

… the fundamental question is: “Why is government’s share of the voluntary donations market so damn small?” All genuinely charitable donations suffer from the Prisoners’ Dilemma…

Despite widespread nationalist and statist sentiments, Uncle Sam’s share of the charity market is microscopic – less than .001%.

How very odd.

Suppose you start a new charity to provide free haircuts for hippies.

You only manage to raise the money to pay for three haircuts a year.

The Prisoners’ Dilemma might explain why people aren’t more generous with their money in general. But the Prisoners’ Dilemma doesn’t explain why the other charities raise so much more money than yours.

If you ask “Why don’t people give more money to my charity?,”the best answer is that people hold your charity in low esteem…

most people know that there are better and more efficient ways of using their money to help other people than giving it to government…

… Most tiny charities can say their donations are low because few have heard of them, or because most who have don’t have a visceral scene of what they real y do. But everyone knows about government debt, and a lot about what it pays for…

Quello “schifo” che sentivamo è dunque dovuto all’ ipocrisia che lubrifica le lingue e blocca le azioni.

Ma non fermiamoci qui: l’ ipocrisia del benestante che invoca tasse eque senza versarle già oggi volontariamente sul conto corrente del Tesoro (farlo è possibile!) è pur sempre un buon argomento contro l’ equità (sbandierata) in quanto tale:

1. Lots of people say that X is wrong.

2. But these people almost always do X.

3. Therefore, even the opponents of X don’t really believe X is wrong.

4. So X probably isn’t really wrong.

This fleshed-out Argument from Hypocrisy is hardly airtight. But it’s not supposed to be. Like most good arguments, the point of Argument from Hypocrisy is not to evoke absolute certainty, but to tilt your probabilities. Widespread hypocrisy about X really is a reason to disbelieve X. A pretty good reason, in fact…

La mia impressione è che chi punta sulle tasse sia soprattutto colui che campa consumando tasse, altro che equità. Un’ ascoltatina di straforo alla “fauna telefonante” di Prima Pagina fugherebbe ogni dubbio in merito.

Ma giova anche la lettura di “Repubblica”, il tipico rotocalco con un culto addirittura estetico delle tasse (“la bella tassa”): Pansa lo definisce un giornale in ostaggio a migliaia di “professoresse ululanti”. Ecco, soffermiamoci solo per un attimo sul tipo antropologico della “professoressa ululante”: il suo stipendio non è stellare ed è comunque messo insieme grazie alle nostre tasse. Perché mai dovrebbero inaridire la fonte ultima dei loro introiti, che per conseguenza diventa la “fonte ultima” anche per il tabloid di Piazza Fochetti? Ovvio che la “professoressa ululante” e il suo foglio di riferimento amino le tasse, e il senso civico in questo idillio non ha alcuna parte.

Tuttavia è pur vero che il reddito medio di chi legge “Repubblica” resti comunque più elevato del reddito medio della cittadinanza comune, e magari ha anche fonti ben diverse dalla solita: ebbene, in questo caso non si puo’ parlare di ipocrisia atta a mascherare un mero interesse di bottega.

Probabilmente trattasi solo di ipocrisia atta a mascherare una cosmesi ideologica ad uso e consumo delle anime belle: sia come sia, ora lo sappiamo, si puo’ sempre rispondere: “vuoi più tasse? Fai un bonifico e pagatele, altrimenti rimetti la lingua in bocca e taci!”.

Matt Zwolinski et al. - Want Higher Taxes? Pay Them Yourself – bronko edizioni.

(*) la sponsorizzazione più maldestra del concetto di “equità” l’ ho ascoltata ieri da Lerner: “bisogna prendere i soldi laddove ci sono”. La stessa logica ladronesca della banda del buco, insomma. Imbarazzante.

(**) che è sempre meglio che “tirare le cuoia”, come osservava il più consapevole della compagnia.

giovedì 26 aprile 2012

La cantata dell’ infedele

Si puo’ essere felici ascoltando una cantata di Bach senza credere?

Che strana domanda, cominciamo a vedere se puo’ avere un senso.

A quanto pare, ultimamente, la miglior agenzia pubblicitaria della Religione sembra essere la Scienza:

… all in all, the practices of faith tend to have positive effects on people’s lives.  The impact has been assessed across a number of metrics. For example, the likelihood that an individual will drink excessively or take drugs decreases significantly if they go to church, temple or mosque. Among Americans – where religiosity has been extensively studied – being actively religious means you are less likely to commit crime, get divorced, commit suicide or suffer from depression. You will probably also be healthier and live longer…

Non è un caso se negli ultimi anni l’ “ateo aggressivo” non è più molto richiesto dai rotocalchi dovendo cedere il passo all’ “ateo gentile”, ovvero a colui che, apprezzandole, intende “riformulare” le tipiche attitudini dell’ “uomo religioso” adattandole al mondo secolare e spogliandole di ogni riferimento alla divinità.

Alain de Botton è un brillante rappresentante della categoria.

L’ ateo gentile non intende rinunciare, per esempio, alla bellezza di una cantata bachiana lasciando che solo il credente possa goderne fino in fondo.

Ma il tentativo di AdB e dei suoi sodali lascia perplessi:

What he misses, is that religions are good at building community and nurturing kindness because, paradoxically, they do not aim directly to do either… Goodwill and well-being may follow. They also may not. But when they do, they are happy by-products of the main task, which is not actually to have a successful life. It is to come to know God. The spiritual dimension has instrumental effects; but without the vertical striving, religious virtues come to feel empty. To whom are you expressing… gratitude for life if not God? The blind mechanisms of evolution?…

chiese

… altri 10 “progetti divini”…

Per tornare all’ ascolto della musica sacra, la chiosa conclusiva più pertinente è di Roger Scruton:

… the richness of that experience has no explanation in objective terms, a deconstruction that music triumphantly resists…

Mike Vernon (*) – Silloge articoli sul Guardian – Bronko edizioni (**)

(*)“Mike Vernon”?… “ Mike Vernon has been successively an Anglican priest, then a declared atheist, then… disillusioned by both religion and irreligion… become an agnostic christian…”

(**) “bronko edizioni”?… così come con il podcast ci facciamo la nostra radio ricostruendo su misura un palinsesto ideale, con l’ e-reader ci editiamo i nostri libri con una collazione degli scritti che più ci interessano. Sarà per questo che ormai da 2/3 mesi non acquisto più nulla.

martedì 24 aprile 2012

Il giornalista come nemico pubblico numero uno

Se getto la maschera e metto al bando ogni forma di cerchiobottismo ipocrita, non posso limitarmi a dire che il mondo dei media e dell’ informazione politica sia inquinato da evidenti faziosità, devo andare fino in fondo e precisare che è fazioso perché pencola vistosamente “a sinistra”.

Qui, da noi, come ovunque nel mondo occidentale.

Ora, come sempre. (*)

E penso che la sensazione sia condivisa da qualsiasi liberale degno di questo nome, nonché da qualsiasi persona di buon senso che si sottoponga ad un minimo di introspezione credibile.

Senonché, quantificare lo sbilanciamento è alquanto difficile, come si fa?

Il tentativo più articolato di procedere a una misurazione lo si deve a Tim Groseclose, i risultati di un lavoro durato anni sono in parte prevedibili: la distorsione esiste; e in parte sorprendenti: è molto più ampia di quel che ci si dava per scontato.

Nel fuoco della lente c’ è l’ informazione a stelle e strisce: per farsi un’ idea su come siano messe le socialdemocrazie europee basta moltiplicare le distorsioni rilevate per tre o per quattro (ciascuno scelga il fattore amplificante che preferisce).

Inutile entrare qui in noiosi particolari, mi limito ad un indizio che parla da sé:

… the bias shouldn’t be surprising given the political views of reporters… Surveys show that Washington correspondents vote for the Democratic candidate at a rate of 85 percent or more… Studies of contributions to presidential campaigns have found that more than 90 percent, and as many as 98.9 percent, of journalists who contribute to a  presidential campaign give to the Democratic candidate…  that mean residents of left-wing academic communities like Cambridge, Mass. and Berkeley, Calif. are, on average, much more conservative than Washington media correspondents…

Sembra incredibile ma è così: in fatto di predisposizione alla partigianeria si puo’ persino far peggio rispetto all’ accademia saldamente in ostaggio dal politically correct. E sono proprio i giornalisti a riuscire nell’ improba impresa.

Il “cane da guardia” sembra allora abbaiare a comando:

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… cani e vecchie riviste…

Ok, ma questa potente distorsione alla fin fine conta davvero? Cambia le nostre vite?

Sì, risponde a sorpresa TG: Obama non sarebbe nemmeno stato eletto senza la spinta dei media schierati a suo favore in modo tanto squilibrato.

Francamente, lo ammetto, ero convinto del contrario; mi tocca dunque rettificare la posizione originaria a cui, per altro, ero tanto affezionato? E perché no? In fondo non farei che seguire le orme di TG, il quale si è rivelato su questo punto abbastanza onesto: data changed his mind.

D’ altronde basterebbe l’ acume di un Tolstoj qualsiasi per capire come si formano le opinione politiche nella testa di persone pur sempre consapevoli e persino di una certa levatura:

… si atteneva fermamente alle opinioni a cui si attenevano la maggioranza e il suo giornale, e le cambiava solamente quando la maggioranza e il giornale le cambiava, ovvero, per dir meglio, neppure le cambiava, ma inavvertitamente cambiavano esse in lui

… non sceglieva né le tendenze, né le opinioni, ma queste tendenze e opinioni venivano a lui, esattamente come egli non sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma prendeva quella che si usava portare…

… avere delle opinioni, per lui che viveva in una certa società, posto il bisogno di una certa attività del pensiero che solitamente si sviluppa negli anni della maturità, era altrettanto necessario che avere un cappello…

… se pur v’era una ragione per cui preferiva la tendenza liberale a quella conservatrice, alla quale pure si attenevano molti del suo ambiente, questa non stava nel fatto che egli trovasse più ragionevole la tendenza liberale, ma perché essa si confaceva di più al suo modo di vivere. Il partito liberale diceva che in Russia tutto andava male ed effettivamente… lui aveva molti debiti e decisamente difettava di denaro… il partito liberale diceva che il matrimonio era un istituto superato e che era necessario riformarlo, ed effettivamente la vita familiare gli procurava poca soddisfazione e lo costringeva a mentire e a fingere, il che repugnava alla sua natura… Il partito liberale diceva, o meglio sottintendeva, che la religione era solo un freno per la parte barbara della popolazione, ed effettivamente lui non poteva sopportare senza aver male alle gambe neppure un breve Te Deum…

Ce n’ è abbastanza per convincersi dei danni potenziali del cosiddetto “media bias”: il principale sovvertitore della vita pubblica – oggi - sarebbe dunque la masnada di Gruber e Costamagna che, circonfuse dall’ hubrys dell’ informazione, ci inseguono come baccanti per “notiziarci” a dovere… e con un Feltri che segue ramingo a distanza.

Mi sembra una posizione degna di essere considerata: la presenza vociferante di una classe di giornalisti consente di barare al gioco democratico in modo socialmente rispettabile. 

Per ora lasciatemi ancora credere che sia il “sindacato politicizzato” la lebbra più tignosa che ammorba la vita politica, ma l’ azione pervertitrice del “giornalismo” non andrebbe comunque sottostimata.

Soluzioni

1. Censura? A un liberale ripugna. Punto.

2. Disclosure? E’ la soluzione per cui simpatizza TG ed è adottata da alcune riviste (Slate, per esempio). Non la vedo molto praticabile.

3. Depotenziare l’ ideologia facendo pesare di più gli interessi. Ci sono molti modi per farlo; per esempio, tanto per stare d’ attualità, azzerando il finanziamento pubblico ai partiti. Chi teme questa via la presenta come il bau bau: “solo i ricchi potranno fare politica”, e invece chissà che non sia un fattore in grado di raddrizzare le storture provocate dall’ informazione. Si coglierebbero due piccioni con una fava.

 

(*) Lo so che così dicendo vengo a mia volta considerato fazioso; cerco allora di rifarmi una verginità dicendo, per esempio, che, a mio avviso, la corruzione alligna di più a destra. Contenti?

(**) Fonti nobili d’ ispirazione:

- Tim Groseclose – A mesure of media bias.

- Lev Tolstoj – Anna Karenina.

Fonti ignobili d’ ispirazione:

- L’ Infedele di ieri sera (ma uno a caso va bene lo stesso).

lunedì 23 aprile 2012

La scatola magica che spiega la meccanica qualtistica ai filosofi -DEFINITIVO


La meccanica quantistica produce scatole magiche: se ci guardi dentro tutto è ok, ma se non guardi… Un po’ come le mucche di Larssen che fumano e parlottano tra loro quando non passano le auto per la strada ma appena ne arriva una si ammutoliscono e scendono a quattro zampe a brucare l’ erba.

Rogole generali:
1 se un fotone x spin up (o down) ed entra in un box  x uscirà come x spin up (o down).
2. se un fotone è y spin up ed entra in un box x uscirà x spin up o down (50/50).
3. x e y sono dunque irrelati, ovvero misurare un fotone y con un misuratore di x resetta lo spin originale attribuendone uno random e trasformando il fotone y in fotone x.





LO STRANO ESPERIMENTO (EINSETIN CONFERENZA SOLVAY)

Domanda: sapendo cosa butti nella macchina quantistica (costruita come nella figura) puoi dire cosa uscirà?

Ipotesi 1: alimentiamo la macchina con X SPIN UP; esito: 50/50 percorso A o B (confermate le aspettative).

Ipotesi 2: alimentiamo la macchina con Y SPIN UP; esito: 100% A. Negate le aspettative!!??? Cosa è successo?

Indagando l' ipotesi due (alquanto strana) poniamo di poter vedere "dentro" la scatola quantica per misurare cosa sia successo (come si è trasformato il fotone Y (UP O DOWN) che abbiamo immesso e che è uscito violando regole ben stabilite da altri esperimenti?

Per la verifica procedete in questo modo: inserire Y SPIN UP murando (o misurando con un "elettrone indicatore") il percorso basso (quello dopo il primo trattamento al primo ingresso); esito: x 50/50. Tutto regolare, ipotesi confermate. Il mistero si infittisce.

Anche verificando il secondo trattamento in modo isolato tutto regolare: y 50/50.

Morale: misurare fa mutare comportamento; se "osserviamo" dentro la scatola il comportamento cambia in assenza certa di interferenze materiali (impossibili perché richiederebbero un corpo dai movimenti più veloci della luce).

Soluzione QM: il fotone y che entra nel box x (non osservato) non assume un valore X, a meno che questo valore non venga misurato (o murato). Non avendo uno stato x determinato puo’ mantenere le sue determinazioni y.

Soluzione Bohm: il fotone y che entra nel box si divide e si riunifica poi in y. Se non si riunifica a causa del muro, il rimanente è particella neutrale.

Soluzione telepatica: la mente dell'osservatore muta i valori di Y e le leggi base.

http://home.sprynet.com/~owl1/qm.htm

venerdì 20 aprile 2012

15,30: oro nero bollente

Sono le tre e mezza. Finalmente.

E’ giunta l’ ora del cafferino! Vado a chiamare i colleghi e nel giro di un paio di minuti saremo tutti al bancone del Roby.

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Niente di meglio di un buon caffé nero e bollente per rigenerarsi, tornare vivi, in forze, con l’ attenzione e l’ acume al loro picco. Scommetto che poi, rientrati in trincea, quei fastidiosi conticini che non tornano quadreranno all’ istante.

Vero?

Vero o no?

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No, sbagliato: purtroppo le euforie che ci spaccia il Roby da dietro lo zinco sono pia illusione.

Il caffé puo’ giusto riparare i danni che fa, come del resto qualsiasi droga.

Ecco i prosaici fatti che sbancano il mito:

Caffeine is an adenosine antagonist. This means it prevents adenosine from doing its job.

Your brain is filled with keys which fit specific keyholes. Adenosine is one of those keys, but caffeine can fit in the same keyhole. When caffeine gets in there, it keeps adenosine from getting in. Adenosine does a lot of stuff all throughout your body, but the most noticeable job it has is to suppress your nervous system. With caffeine stuck in the keyhole, adenosine can’t calm you down. It can’t make you drowsy. It can’t get you to shut up. That crazy wired feeling you get when you drink a lot of coffee is what it feels like when your brain can’t turn itself off. 

To compensate, your brain creates a ton of new receptor sites.

The plan is to have more keyholes than false keys. The result is you become very sensitive to adenosine, and without coffee you get overwhelmed by its effect…  that perk you feel isn’t adding anything substantial to you – it’s bringing you back to just above zero.

Morale:

… regular use of caffeine produces no benefit to alertness, energy, or function. Regular caffeine users are simply staving off caffeine withdrawal with every dose – using caffeine just to return them to their baseline.  This makes caffeine a net negative for alertness, or neutral at best if use is regular enough to avoid any withdrawal.

Unica consolazione: il caffé crea astinenza ma non dipendenza.

Ovvero, senza l’ oro nero nell’ esofago si soffre ma non occorre necessariamente assumerlo per star meglio; siete stanchi? E fatevi una pennica!: vi risveglierete freschi, riposati e soprattutto più disintossicati che una rockstar reduce dalle cliniche svizzere.

David McRaney – You are not so smart

martedì 17 aprile 2012

Oggi mi sento particolarmente stupido

Perché gli atei sono più intelligenti dei credenti?

Perché gli omosessuali sono più intelligenti degli eterosessuali?

Perché le persone di buon senso sono meno intelligenti delle persone strambe?

Perché i progressisti sono più intelligenti dei moderati?

Perché chi ama la musica classica è più intelligente di chi ama la musica pop?

Perché chi tira tardi la sera è più intelligente dei “mattinieri”?

Perché chi ama la TV è meno intelligente di chi non la ama?

immagine genius

Satoshi Kanazawa tenta una risposta:

Sì, l’ intelligenza serve a molte cose, per esempio a svolgere al meglio certe professioni: quella di fisico, o di astronauta, o di scienziato… questo perché si tratta di occupazioni “nuove” da un punto di vista evoluzionistico…

… ma si tratta pur sempre di occupazioni poco rilevanti nell’ ambito di una vita… l’ intelligenza infatti non serve a molto in cio’ che di solito conta nell’ esistenza di una persona… le persone intelligenti, infatti, hanno pochi amici, non sono né buoni mariti né buone mogli, non sono nemmeno dei buoni genitori… tanto è vero che in genere non hanno figli… la loro vita è un disastro da un punto di vista evoluzionistico… tanto è vero che falliscono in attività che i nostri antenati hanno fatto per migliaia e migliaia di anni nella savana africana…

L’ idea è che l’ intelligenza sia una qualità che si applica ad attività emerse solo in tempi recenti e non ancora sottoposte al filtro dell’ evoluzione che, presumibilmente, sarà loro fatale.

Satoshi Kanazawa - The Intelligence Paradox: Why the Intelligent Choice Isn't Always the Smart One

n.b. 1: il duplice motto di Satoshi Kanazawa parla chiaro:

If the truth offends people, it is our job as scientists to offend them

If what I say is wrong (because it is illogical or lacks credible scientific evidence), then it is my problem. If what I say offends you, it is your problem

n.b. 2: due avvertenze per valutare correttamente le affermazioni perentorie contenute nel post:

1. la solita;

2. l’ intelligenza è necessaria per attestarsi su posizioni “innaturali” mentre non occorre per attestarsi su posizioni “naturali”. Cio’ non toglie che l’ apologia delle posizioni “naturali” contro le obiezioni “innaturaliste” richieda una certa intelligenza. Cio’ spiega, per esempio, perché tra i credenti la fede cresca al crescere dell' intelligenza.

venerdì 13 aprile 2012

Sorpresa o conferma?

Davanti a Gesù e alla sua parola, che fare? Seguirlo?

Puo' servire la calcolatrice nel prendere questa scelta?

Secondo Giussani “no”:

… Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta. È la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini.

La ragione al suo vertice può giungere a coglierne l’esistenza, ma una volta raggiunto questo vertice è come se essa venisse meno, non può andare oltre. La percezione dell’esistenza del mistero rappresenta il vertice della ragione.

… l’oggetto proprio e adeguato all’esigenza esistenziale è incommensurabile con la ragione come «misura»…

… La ragione non riesce a dir nulla di ciò che il mistero possa o non possa fare…

… La prima domanda di cui ci dobbiamo investire non è: «È ragionevole o giusto quel che dice l’annuncio cristiano?», ma: «È vero che sia accaduto o no?», «È vero che Dio è intervenuto?»…

… dobbiamo sottolineare la resistenza istintiva che la ragione può avere di fronte all’annuncio dell’Incarnazione…

Non si può domandare che cosa rappresenti la parola «Dio» a chi in Dio dice di non credere. È qualcosa che occorre sorprendere nell’esperienza di chi quella parola usa e vive seriamente…

god reason

Secondo Swinbourne “sì”:

Different people have different reasons for believing that there is a God. Some people have deep private ‘religious’ experiences, as it seems to them, of the presence of God. Others believe that there is a God on the basis of testimony; that is, because their parents or teachers or priest tell them that there is a God, and they think their parents or whoever are knowledgeable and trustworthy.

It seems to me that religious experience provides a good reason for believing—so long as that experience is overwhelming, and you don’t know of any strong objections to the existence of God.

… also the testimony of others that there is a God also provides a good reason for believing—so long as everyone tells us the same thing, and we don’t know of any strong reasons why they might be mistaken. If we didn’t believe what others told us, for example, about history or geography, until we had checked it out for ourselves, we would have very few beliefs.

But I think that very few people have overwhelming religious experiences, and in the modern world most people come into contact not merely with those who tell them that there is a God but also with those who tell them that there is no God, and most people are aware of strong objections to the existence of God.

So I think that most people in the modern world need to have their experiences or the testimony of others reinforced by reasons to suppose that the objections… do not work.

Why should we suppose that God is the Christian God? I plan to answer that question [a tavolino]… and to show that, if there is a God, then the main doctrines which the Christian Church teaches about God, the doctrines which are special to Christianity and distinguish it from other religions which also claim that there is a God, are very probably true.

Giussani punta esclusivamente su un Gesù “sorprendente” che ci educa con il suo esempio diventando nostro amico; Swinbourne fa leva anche su un Gesù in gran parte prevedibile che fa quello che ci aspettiamo debba fare un Dio.

Con chi stare?