giovedì 25 ottobre 2012

Come mai i soldi contano tanto poco in politica?

Strano, in genere il dibattito tra gli osservatori smaliziati è del tipo “come mai i soldi pesano tanto poco sull’ esito delle elezioni?”, e questo senza negare che esiste una “narrativa progressista” per cui “i soldi hanno ormai ucciso la democrazia”.

In una meta-analisi diventata un classico si conclude:

we argue that campaign contributions are not a form of policy-buying, but are rather a form of political participation and consumption. We summarize the data on campaign spending, and show through our descriptive statistics and our econometric analysis that individuals, not special interests, are the main source of campaign contributions. Moreover, we demonstrate that campaign giving is a normal good, dependent upon income, and campaign contributions as a percent of GDP have not risen appreciably in over 100 years – if anything, they have probably fallen. We then show that only one in four studies from the previous literature support the popular notion that contributions buy legislators’ votes. Finally, we illustrate that when one controls for unobserved constituent and legislator effects, there is little relationship between money and legislator votes. Thus, the question is not why there is so little money [in] politics, but rather why organized interests give at all. We conclude by offering potential answers to this question.

Certo, come già trapela dalle conclusioni di cui sopra, esistono studi che arrivano a conclusioni differenti, sono materie in cui ha senso solo mediare tra molti studi condotti con approcci differenti.

Lo studio di Alan Gerber su casi concreti, per esempio, conclude che forse c’ è una piccola incidenza per lo sfidante, molto meno per il presidente in carica.

La versione breve: troppi miliardari hanno perso troppi soldi perché sia credibile che la politica si compri con quelli.

Già nel 1995 molte analisi concludevano:

It seems unlikely that campaign finance reform, at least in its current guise, will have much impact on the functioning of the American political system...In the light of that conclusion, the substantial amount of energy devoted to the topic by the public, the media, and politicians might be more productively channeled towards other issues.

Conclusione che nella sostanza è ribadita nel 2012 dalla Sunlight Foundation:

2/3 of outside cash was spent on losers

Qui altri links per coprire la tematica e confermare la tesi principale.

 

 

mercoledì 24 ottobre 2012

Tristan Prelude & Isolde Liebestod

Un caso d' isterismo magniloquente

 

Sarabande

Musicista o scultore? Non lo sapremo mai, di sicuro questi sono monumenti più che partiture

 

Schumann: Märchenerzählungen Op. 132, III.

Un romantico ritorno a Bach.

Brahms, Piano Quartet in C minor, opus 60

Melodie che non finiscono più

Prelude In C major Bach

Un solo gesto che vaga tra i toni

Schubert Impromptu Op. 90 No. 3

Disperazione e tenerezza. Come si capisce che siamo di fronte a un viennese e non a un tedesco di Germania!

 

Beethoven Sonata Op. 110 (3/3)

La sofferenza è superata dalla volontà dell' uomo capace di opporsi alla sventura e prendere in mano il proprio destino.

 

MAURO OTTOLINI AND SOUSAPHONIX

Sxip Shirey

Isterical Oracle

Roomful of Teeth

Marco 14:7

Gesù disse che i poveri saranno sempre tra noi, è proprio così?
Se assegniamo al termine "povertà" un significato relativo, ovvero se, per esempio, chiamiamo "povero" chi percepisce un reddito pari alla metà di quello medio, allora i poveri saranno sempre tra noi, garantito al limone. Se invece chiamiamo "povero" colui che percepisce un reddito al di sotto di un certo valore assoluto, allora, almeno nei paesi più avanzati, i poveri non esistono più da un pezzo. Prego notare che chi predilige le misure "relativiste" è anche più propenso a interpretare la vita come un "gioco a somma zero".
poor

A cosa è più propenso il "relativista”?
A costui non interessa tanto la "povertà" quanto l' "invidia". Per un "relativista" così come l' ho definito, sono i ricchi che "creano" i poveri, se non ci fossero i primi non ci sarebbero neanche i secondi. In quest' ottica la vita è un "gioco a somma zero" in cui si vince solo sconfiggendo gli altri; quel che ho ce l' ho perché l' ho sottratto a te. Pensate solo agli scambi di mercato, così frequenti in una società liberà; il "relativista" non è certo affascinato da roba del genere: per quanto lo scambio migliori tutte le parti coinvolte, possiede una tara ineliminabile: funziona solo se in esso sono coinvolti degli egoisti, tuttavia non sprigiona i suoi miracolosi benefici se le parti sono semplicemente invidiose l' una dell' altra!
rapina

Ma come è possibile che sia di per sé  la presenza  dei "ricchi" a generare i "poveri"?
Ripeto, se consideriamo povero chi è esposto all' invidia, non avremo mai penuria di povertà. A meno che non vengano a mancare i ricchi, ovvero gli invidiati. Nel momento in cui l' invidioso supera l' invidiato e placa le sue ansie i ruoli si ribaltano e siamo punto a capo. Magari in una dinamica del genere la ricchezza di ciascuno di noi aumenta, eppure, nel mondo come lo vedono i "relativisti", con tale dinamica abbiamo generato solo nuova povertà. Per capire la forza delle parole di Gesù dobbiamo tradurre il termine "poveri" con il termine "invidiosi". Ecco, gli "invidiosi", loro sì che saranno sempre tra noi.

Ma è plausibile sostituire l' "invidia" all' "egoismo"?
Certo! Anzi, una logica evoluzionista lo richiede; nel gioco della riproduzione chi ha di più si accoppia e chi ha meno resta a bocca asciutta indipendentemente dalle sue dotazioni. E' un gioco crudele in cui chi vince piglia tutto. In un contesto del genere l' invidia domina l' egoismo.
invidia

Ma se l' invidia rappresenta un portato ineliminabile dell' evoluzione umana, cosa c' è che non va nella logica "relativista"?
Il fatto che l' invidia non implichi necessariamente "giochi a somma zero". Almeno in una società libera.

Eppure se cio' che conta è lo status, prima ancora che il patrimonio, è chiaro che siamo nel bel mezzo di un gioco a somma zero: per aumentare il mio status relativamente al tuo, il tuo deve decrescere relativamente al mio. E questo indipendentemente dal tipo di società. Come la mettiamo?
La mettiamo che, primo, ci sono società in cui è più semplice creare tanti giochi e, secondo, ci sono società che più di altre esaltano la preferenza soggettiva. Mi spiego meglio: quel che conta non è il nostro status ma lo status che percepiamo, è importante allora che non esista un' unica scala attraverso cui misurare lo status, ma che esistano molte scale. Molte scale, molta gente in cima. Ognuno, almeno in una società libera che esalta la preferenza, potrà scegliere o fabbricarsi la scala che più lo aggrada. Già, la società liberà non esalta solo lo scambio (ovvero il paradiso degli egoisti) ma anche la preferenza (ovvero il paradiso degli invidiosi).
prefere

Con molte scale avremo molta "gente in cima", dici, ma anche "molta gente in fondo". Verosimilmente parteciperò a una miriade di giochi, in alcuni mi piazzerò bene, ma in altri male. Il saldo resterà invariato. Come la mettiamo?
Basterà preferire i giochi in cui sono vincente, gli altri saranno irrilevanti per me. Sulle preferenze, dopotutto, abbiamo un certo controllo. E poi, diciamola tutta, è così facile prediligere e considerare più significative le materie in cui eccelliamo! In questo senso Madre Natura ci ha attrezzato con una psicologia che sembra fatta apposta.

In tutta questa storia c' è un "cattivo"?
Bé, se ci interessa mitigare le diseguaglianze socialmente più stressanti, il "cattivo" è colui che lavora per costruire la "scala unica" coltivando il mito della "misurazione oggettiva" dei meriti. Penso, per esempio, a chi si batte per la "scuola unica" o scuola di stato. Dopo quanto abbiamo detto ciascuno capisce perché non esiste una fabbrica di diseguaglianze stressanti tanto alacre. Insomma, il cattivo è sempre chi vuole una società autoritaria.
scuola unica

E l' eroe?
Non saprei, forse chi si dedica a moltiplicare la percezione di status prestigiosi. La pubblicità è senz' altro impegnata su questo versante, dal nulla fabbrica a getto continuo status da abbinare a ogni prodotto. Tanta pubblicità, tanta pace sociale. Insomma, l' eroe è sempre chi vuole una società libera.


Da leggere:
http://daviddfriedman.blogspot.it/2006/10/economics-of-status.html

http://willwilkinson.net/flybottle/2006/09/03/a-cold-compress-for-status-fever/

http://www.overcomingbias.com/2012/06/fragmented-status-doesnt-help.html

venerdì 19 ottobre 2012

Perché non andiamo d’ accordo?

Esiste Dio? Chi vincerà il campionato? L’ assassino era capace d’ intendere e volere? L’ omosessualità è un comportamento deviante?
Ci sono molte discussioni su cui non si riesce a raggiungere un accordo stabile, e questo per quanto si rispetti l’ interlocutore. A volte si finisce per accordarsi sul proprio disaccordo. Peccato che il disaccordo di due individui affini sia impossibile a prescindere dalla materia oggetto di discussione, e la cosa è rigorosamente dimostrabile.
Chiariamo cosa s’ intende per “affinità”? Giovanni e Giuseppe sono affini se Giovanni messo nei panni di Giuseppe agirebbe e penserebbe come quest’ ultimo. E viceversa.
Passa un’ auto, a Giovanni sembra rossa a Giuseppe viola.
Con il nostro bel teorema alla mano possiamo fare una previsione certa: nella discussione che segue tra i due si troverà un accordo sul colore dell’ auto. Magari sarà il colore sbagliato, ma di sicuro ci sarà accordo.
Come si procede? Semplice: basterà stilare una serie finita di ipotesi circa quanto è accaduto, dopodiché ciascuno dei due protagonisti stimerà ciascuna delle ipotesi in campo aggiornando poi la sua credenza in base a ai “fatti nuovi”, ovvero alle stime dell’ altro. Aggiornamento dopo aggiornamento si addiverrà necessariamente ad un accordo: si badi bene che non esiste necessariamente un sentiero di convergenza (Giuseppe non sa come cambierà la stima di Giovanni). Per dimostrare che l’ accordo è l’ unica posizione di equilibrio basta notare che solo quando le due stime coincidono non richiedono aggiornamento e quindi introduzione di fatti nuovi.
STRETTA
Non basta però l’ affinità e l’ onestà degli interlocutori, occorre anche la “conoscenza profonda” di queste caratteristiche; ovvero, Giuseppe e Giovanni devono essere onesti, in più Giuseppe deve credere all’ onestà di Giovanni e deve credere che Giovanni creda alla sua onestà e deve credere che Giovanni creda che lui crede all’ onestà di Giovanni, eccetera. Lo stesso deve valere a parti invertite. Se questa sequela non va all’ infinito, ciascuno dei due non prenderà come sincera e omogenea la stima data dall’ altro e quindi anche in caso di coincidenza casuale delle opinioni ci saranno sempre dei motivi per aggiornarle e farle divergere.
***
Nella vita di tutti i giorni, però, i disaccordi sono molti. Forse l’ accordo richiede tempi troppo lunghi per essere raggiunto. Oppure la persistenza dei disaccordi è spiegabile diversamente:
1. non siamo affini;
2. non siamo onesti di proposito;
3. non siamo onesti perché ci autoinganniamo;
4. pensiamo che almeno una motivazione tra 1, 2 e 3 sia plausibile e all'opera anche nell'altro.
5. pensiamo che che almeno una motivazione tra 1,2,3 e 4 sia plausibile e all'opera anche nell'altro;
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n. pensiamo che almeno una motivazione tra 1,2,3,4… e (n-1) sia plausibile e all'opera anche nell'altro.
Tutte le “n” motivazioni date probabilmente giocano un ruolo ma il mio intuito punta su 1 oltreché su quelle comprese tra 4 e n: noi siamo molto più diversi di quel che crediamo comunemente, o perlomeno qualcuno lo crede, o perlomeno qualcuno crede che altri lo credono, o perlomeno qualcuno crede che altri credano che qualcuno lo crede…. Purtroppo 1 e 5-n implicano una conseguenza spiacevole: anche se esiste una realtà oggettiva e anche se qualcuno la afferra, difficilmente potrà mai comunicarla a chi intende “convertire” se non stabilisce un clima di “fiducia abissale” e la fiducia prescinde dall’ arsenale degli argomenti.
Letture:
http://mercatus.org/sites/default/files/publication/Are_Disagreements_Honest_-_WP.pdf
http://jasonfbrennan.com/RatioScepticism.doc
http://www.philosophyetc.net/2012/10/unreliable-philosophy.html

La rivincita delle scienze umane?

Ricordate la beffa di Sokal? Un fisico scrisse per divertimento uno strampalato articolo pseudo filosofico che fu pubblicato su una rivista (ex) prestigiosa di filosofia post moderna. Inutile dire il discredito gettato su un certo approccio filosofico dalla "dimostrazione" che in quella maniera si poteva dire tutto e il contrario di tutto.

Oggi ci risiamo. Ecco che esce di nuovo un articolo completamente nonsense. Solo che questa volta materia e rivista prese di mira sono altre: parliamo di matematica!

Da leggere:

http://www.lrb.co.uk/blog/2012/10/17/paul-taylor/stochastically-orthogonal/

martedì 16 ottobre 2012

Prediche inutili

Il trombone moralista non fa altro che suonare su una sola nota, quella dell’ evasione fiscale. Non conosce altra musica. Nulla di male, ma è buona cosa notare un fatto: da quando il trombone intona la sua musica l’ evasione anziché scendere – confermando una tendenza pluriannuale - sale, proprio come la pressione fiscale, guarda caso. Non è che una tassazione più civile del contribuente contribuisca a combattere l’ evasione meglio di tanti ipocriti predicozzi?

Interessante questo articolo che parla di IVA:

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003344.html

lunedì 15 ottobre 2012

Rosetta

Il racconto di un' esistenza vissuta ai margini, sempre in bilico. Eppure lei lotta come una leonessa per non finire nel "buco nero"; ci sentiamo addosso il suo sudore, la sua fatica e la sua ansia. Nonostante l' empatia, quando per esempio è crudele verso l' unica persona che le tende la mano, sentiamo anche la sua radicale "diversità": la conoscenza completa della sua anima ci è negata. Finale con la speranza incarnata in un semplice sguardo (tipico dei film francesi). C' è poi una domanda prosaica: ma i poveri, gli ultimi, i disperati sono così, posseggono proprio quei tratti psicologici? Esperienza e teoria mi dicono di no. Trattasi di personaggio romanzesco che agisce in un film iper-realistico.