martedì 21 novembre 2017

Machiavelli 2.0


Machiavelli 2.0


Come diventare uomini potenti e di successo?
Impossibile fornire una ricetta utile poiché l’uomo potente non “fa certe cose” ma “è fatto in un certo modo”.
Inoltre, non si sa nemmeno con precisione cosa faccia, e forse è proprio per quello che viene pagato tanto: la sua opera ha un che di misterioso e carsmatico.
Tuttavia, si puo’ tentarne una descrizione.
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Potere e meritocrazia non sono in relazione tanto intima, cominciamo a sfatare questo mito. Se pensate che la meritocrazia sia tradita solo nella scuola o nelle organizzazioni pubbliche dovreste ricredervi: latita spesso anche nelle grandi multinazionali private.
Il livello della performance personale non è quasi mai garanzia di successo, quel che fate nel meritoconta relativamente, quando vi va bene è una condizione necessaria.
Affidare le proprie sorti alla propria competenza specifica significa affidarsi troppo alla fortuna.
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Altro elemento che puo’ dispiacere, il favoritismo è la regola: i capi, per esempio, favoriscono chi hanno assunto loro.
L’età, altro esempio, conta più della prestazione, e questo anche nelle organizzazioni private. Non sembra una pratica particolarmente improntata all’efficienza (anche se fidelizza i dipendenti).
L’efficienza puo’ addirittura danneggiarel’ambizioso: se sei uno capace il tuo capo ti vorrà sempre con sé soffocando la tua carriera. Magari porti avanti da solo il suo ufficio: e chi ti molla!
Poi ci sono i numeri: i CEO sono i soggetti per cui è più facile misurare il legame performance/compensi. Ebbene, trattasi di unlegame tenue. Molto tenue.
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L’attenzione del tuo capo – un tipo molto indaffarato – è la risorsa scarsa che devi accaparrarti se vuoi dar l’assalto ai vertici.
Farsi notare è importante. Ostentare paga, in questo senso l’evidenza contraddice la saggezza convenzionale.
I pubblicitari, del resto, sanno quanto sia importante essere “memorabili”.
Le persone, a parità del resto, scelgono cio’ che è loro familiare. Prediligiamo cio’ di cui ci ricordiamo.
Persino essere provocatori, a volte, rende. Conoscevo un collega che, non lo nego, a volte mi irritava, ma a decenni di distanza ancora me lo ricordo. Gli altri si sono persi nel nulla.
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Poi c’è il fatto che la performance ha tante dimensioni. Nelle multinazionali, per esempio, il profitto è tutto solo per il neofita.
Tina Brown ha fatto praticamente collassare i conti del suo giornale ma gli ha anche regalato una visibilità senza pari, e per questo è considerata una gloria insuperata.
Il profitto non è figlio unico,  ha molti “fratellini”:puntate su quello a voi più congeniale.
Ma soprattutto tenete d’occhio quello a cui guarda il capo: il vostro successo dipende da lui.
Puo’ darsi che uscire con sua figlia sia da anteporre al fatturato.
Avete dei dubbi? Chiedete.
Chiedete a chi sta sopra di voi cosa desidera di più, a volte non è facile leggere nella mente delle persone. “Capo, ma tu cosa vuoi di più?”
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Sul lavoro alcuni vogliono star bene, altri voglionofar star bene gli altri.
I secondi non sono dei buoni samaritani, sono i carrieristi.
Far star bene gli altri è essenziale per chi punta in alto. Naturalmente la precedenza va data a chi sta sopra di voi. Sono loro che dovete appagare.
Adeguatevi al vostro capo: la gente ama i propri simili. Uniformatevi. Avete presente Zelig?
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Non criticate il gruppo: il cinico fa poca strada.
Chi elogia le altre organizzazioni, poi, si mette nei guai. Lo spirito di squadra, al contrario, è molto apprezzato, molto più apprezzato del realismo, per esempio.
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Le relazioni con il boss valgono la vostra competenza nel merito, ricordatevelo.
Leccare il culo paga. Fior di studi lo confermano. I lecchini sono spregevoli, e il primo a disprezzarli è il vostro capo, ma è incredibilmente difficile accorgersi che chi ci elogia non è altro che un lecchino: c’è una resistenza psicologica enorme che ostacola questa scoperta. Quindi, datevi da fare, sotto con la lingua. A quanto pare, è uno dei metodi più sottovalutati.
La “politica” conta in azienda quanto in politica, ecco la lezione finale da tenere a mente.
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Ma prima di cominciare la scalata al successo valutate bene se il successo fa per voi.
Il potere ha un prezzo, nessun pasto è gratis a questo mondo.
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Costo numero uno: sarete sempre sotto la lente di ingrandimento.
Una battuta pepata fatta a una collega è destinata a cadere nel vuoto… ma se siete (o diventerete) uomo di potere potrebbe trasformarsi in una molestia sessuale.
L’amministratore delegato che si fidanza con la direttrice alle vendite potrebbe essere licenziato. E’ appena successo alla Boeing.
Sarete costantemente oggetto di attenzione da parte di colleghi, subordinati, superiori e media. Saprete reggerla? Non tutti ci riescono.
Si commenterà anche il fatto che usate unaMercedes anziché una Fiat.
Un giornale riportava con sdegno che al self-serviceRudy Crew abbandonò il vassoio sul tavolo anziché riporlo negli appositi carrelli, come richiesto da un cartello.
Come vestite, dove abitate, che fate nel tempo libero. Tutto diverrà oggetto di speculazione, una volta che il potere sarà vostro.
Stare sulla scena comporta uno stress: lo sanno bene gli artisti al momento della prima. Suonare per i genitori o l’insegnante è tutta un’altra cosa. L’effetto San Siro ha tagliato le gambe a molti terzini.
Lo psicologo parla di “effetto di facilitazione sociale”: per alcuni sforzi la presenza del pubblico ha un effetto galvanizzante ma per altri ha un effetto paralizzante.
Agendo in pubblico sarete più stimolati ma la relazione tra motivazioni e performance è curvilinea: prima sale e poi scende!
Finché la performance consiste in uno sforzo muscolare l’ effetto galvanizzante predomina, ma quando vi si richiede di processare informazioni è l’effetto paralizzante a farsi sentire.
Un altro costo della visibilità è la distrazione.
Uno finisce per curare la sua immaginetrascurando il resto.
I manager ormai spendono più tempo arelazionarsi con le controparti che ad elaborare strategie commerciali e produttive.
Richard Feynman fu il primo a parlare di stress post-Nobel: l’attenzione che si calamita sui vincitori agisce in modo che non combinino più nulla nella ricerca.
La Wallace Company vinse il Malcom Baldrige National Quality Award. Poi fallì.
Le visite esterne, le continue richieste di incontri stampa, le conferenze in giro per il mondo si rivelarono una tale fonte di distrazione dal core business che la gli affari andarono a picco.
Sotto la pressione delle apparenze da curare al massimo, le imprese sono anche riluttanti nell’assumere i dovuti rischi. Si concentrano di più sulla stabilità e la sicurezza, a risentirne è la capacità di innovare. Dopo il successo ci si riposa sugli allori. Far uscire una nuova gamma di prodotti è più dura se quella precedente ha sfondato ottenendo molti riconoscimenti.
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La persona di potere perde la sua autonomia. La giornata ti viene organizzata dal tuo staff, ogni buco è impegnato e tutto è programmato in anticipo. La cosa risulta leggermente soffocante.
O il potere o l’autonomia personale, bisogna decidersi.
Con l’agenda così zeppa non c’è un attimo per riflettere o per tirare il fiato facendo mente locale. Si prendono le decisioni sui mezzi, mentre ci si trasferisce da un luogo all’altro.
C’è molta gente che ti vuole vedere, e all’inizio questo è gratificante: tutti ti vogliono, tutti ti cercano. Ma alla lunga per molti la situazione si fa insostenibile.
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Essere uomini di potere richiede assorbe tempo ed energie.
Basta con gli hobby, basta con le relazioni personali (famiglia compresa).
Se volete rivedere vostra moglie dovete fare in modo che diventi la vostra segretaria.
La moglie-segretaria è quel che di solito chiamiamo“first lady”. Qualora lavori molto meglio smetta all’istante.
Il ruolo d’appoggio della first lady è prezioso – fornisce supporto e consigli, intrattiene i colleghi  e alleggerisce il coniuge da molte incombenze scoccianti – per questo una donna di successo è recentemente sbottata “mi ci vorrebbe tanto una moglie”.
Spesso la coppia evita di avere figli: non puo’ permetterseli. Ad ogni modo non ci sarà più una vita intima con loro.
La conseguenza di una simile situazione: crollo demografico.
Questo, attenzione, non significa che un buon matrimonio non favorisca la carriera, ma la cosevale solo per gli uomini.
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C’è infine il problema della fiducia: l’uomo di potere è cercato e coccolato da tutti. A chi credere tra i tanti che vi supplicano e vi adulano?
Il cosiddetto ascensore dell’ipocrisia esiste eccome: più salite di grado, più la gente vi darà ragione. Il senso critico si indebolisce.
La cosa migliore è, di tanto in tanto, ammettere i propri fallimenti trascinandosi dietro chi ci ha appoggiato acriticamente.
Altra strategia: enfatizzare i processi decisionali enon chi prende le decisioni. Chi non compare è più sincero.
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Il potere è anche una droga che puo’ rovinarti la vita, e questo è un ulteriore costo di cui tenere conto.
Il potere è una droga con effetti di dipendenza sia psichica che fisica.
Si passa dalle stelle alle stalle in un attimo, e la transizione è come minimo traumatica. Ieri avevi la responsabilità di mille persone, oggi devi sbaraccare il tuo ufficio.
Tutti coloro che ti assillavano scompaiono di punto in bianco poiché erano interessati dolo al tuo status e non a te.
Ma il pericolo maggiore è un altro: una volta che attaccate quella spina sarà dura staccare.
In giro è pieno di ex mega-manager anzianotti che tentano di riempire il “buco” accumulando cariche qualsiasi, giusto perché lo stress è diventato per loro un modus vivendi a cui non riescono a rinunciare.
La mortalità degli uomini di potere dimissionati è altissimo: sono i numeri che parlano, crepano come mosche (spesso suicidi).
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Potrei andare avanti ancora, forse dedicherò all’argomento un altro post. Ma per chi vuole scavare oltre consiglio l’aureo libretto di Jefferey PfefferPower, Why Some People Have It—and Others Don’t.
Ad ogni rigo che ho scritto dedica una caterva di spassosi esempi con nomi, luoghi e date. Informatissimo!
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Parole misteriose: liberalsocialismo

Parole misteriose: liberalsocialismo

Chi ha studiato economia resta confuso di fronte a certa terminologia politica. Prendiamo la parola “liberalsocialista”: per lui il liberalismo e il socialismo sono due sistemi antitetici di organizzazione dell’economia. Come possono mai conciliarsi?
Forse che il liberalsocialista è una specie didemocristiano per cui “in media stat virtus”? Qualcuno per cui nell’arte del compromesso risiede l’ essenza della politica?
No, le ragioni per cui abbiamo un simile ircocervo sono storiche.
In origine – XVII/XVIII secolo – l’ideologia liberale si diffonde con un nemico ben preciso: l’ ancien regime. La vittima designata erano i nobili e i loro privilegi.
L’attacco portato dal liberalismo si fondava sull’idea per cui “tutti gli uomini sono creati uguali” (la componente cristiana era pronunciata), non dovevano esistere discriminazioni di sangue. Giuridicamente, una simile idea si traduceva nelladottrina dei diritti individuali.
Il liberale era quindi un sostenitore dei diritti individuali, e del diritto di proprietà in primis. La rivoluzione parte come rivoluzione borghese.
Ma il liberalismo aveva due anime: la prima sostenitrice autentica dei diritti individuali; la seconda, più interessata ad un’eguaglianza sostanziale tra gli uomini.
Questa seconda anima cavalcava allora la retorica dei diritti individuali per perseguire i suoi fini egalitari.
Allorché l’ ancien regime fu messo all’angolo e i privilegi nobiliari abbattuti, il liberalismo cominciò a produrre le diseguaglianze che sono sue proprie, quelle legate alla meritocrazia e alla fortuna, per esempio.
A questo punto le due anime del liberalismo si scissero: la prima, più legata ai diritti individuali, prese il nome di liberalismo classico; la seconda, più legata all’eguaglianza sostanziale, prese vari nomi: liberalsocialismo, liberalism, eccetera.
E’ chiaro che questa seconda etichetta aveva lo scopo di ricostruire un percorso storico, sebbene oggi ci appaia tanto contraddittoria. In Italia abbiamo avuto anche dei marxisti-liberali come Gobetti! La nostra tradizione liberale – Einaudi a parte – viene per lo più da lì. Il Berlusconi del 1994, tanto per dirne una, ha mutuato da Gobetti l’espressione “rivoluzione liberale”.
Ma torniamo alla storia: i liberali classici puntarono più sul mercato, i liberalsocialisti sul welfare. I primi predominarono nel XIX secolo, i secondi nel XX.
Negli anni ottanta del XX secolo, ai liberali classici e ai liberalsocialisti, si affiancarono i neoliberisti.
Questi ultimi attingevano al liberalismo classico ma – con una sensibilità liberalsocialista – non erano disposti ad accettare una società senza reti di protezione.
E’ strano che una corrente di pensiero tanto vituperata in realtà nasca per smussare alcune spigolosità del liberalismo classico. Detto questo, è anche vero che il liberalismo classico, allora, quasi non esisteva più in occidente e i neoliberisti proposero una formula edulcorata al fine di poterlo reintrodurre.
Contrariamente ai liberalsocialisti, i neoliberisti auspicavano un welfare trasparente, agile, a burocrazia zero e uniforme, per esempio quello fondato sul reddito minimo o sull’importa negativa.
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Oggi abbiamo sia paesi liberali (USA) che paesi liberalsocialisti (Francia) che paesi neoliberisti(Danimarca e Svezia). Questo anche se l’enorme ricchezza prodotta nel frattempo faccia tendere un po’ tutti verso il modello liberalsocialista. 
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Ripensare il concetto di rischio

Ripensare il concetto di rischio

Quest’anno un asteroide del diametro di un chilometro potrebbe impattare la terra alzando un polverone che oscurerebbe il sole per 3/10 anni. Teniamolo presente.
Sì ma non mettiamola giù dura, in fondo c’è solo una probabilità su un milione che accada.
Dieci volte più alta è però la probabilità che esploda un mega-vulcano, magari lo Yosemite, producendo i medesimi effetti.
E non dimentichiamo che potrebbe scatenarsi una  guerra nucleare su larga scala: probabilità 1:20.000 (per stare sul margine d’errore destro).
Uno solo di questi eventi produrrebbe  quel che viene approssimativamente chiamato “inverno straordinario”: il sole si oscurerebbe con gravi conseguenze, per esempio, sulla produzione di cibo nel nostro pianeta.
Vogliamo riassumere in modo prudente?
Allora diciamo che esiste una probabilità su diecimila che quest’anno ci si ritrovi nel bel mezzo di un inverno strordinario. Cumulando, la probabilità che si realizzi entro un secolo è dell’ 1%.
Non è una probabilità banale, si avvicina molto a quella di morire per un incidente stradale (nell’anno, una su novemila).
Noi non trattiamo come banale questa eventualità e facciamo non pochi sforzi per mitigarla.
All’inverno strordinario invece nessuno ci pensa.
Perché allora questo doppio standard? Forse i calcoli fatti sono errati. Non tanto nei numeri quanto nella logica sottesa.
E’ vero: gli incidenti non uccidono sempre e se consideriamo gli altri possibili spiacevoli eventi che possono comportare le probabilità si impennano.
Ma ammettiamo che esistano solo incidenti mortali, siamo sicuri che li trascureremmo al pari dell’inverno straordinario? Non penso proprio.
Forse contro l’inverno straordinario non possiamo nulla, cosicché il nostro fatalismo sarebbe giustificato.
No. C’è molto che possiamo fare: per esempio approntare una rete di rifornimento di cibo che a quel punto sarebbe utilissima. Inoltre, si dovrebbe/potrebbe studiare come si produce cibo senza sole.
E allora?

Di certo la nostra psicologia tratta i due rischi in modo molto diverso, sebbene la loro quantificazione sia la stessa. Il rischio di incidente è “vicino” mentre il rischio di oscuramento è “lontano”. Lontano nel senso che non l’abbiamo mai sperimentato. Di incidenti mortali invece sentiamo parlare tutti i giorni al telegiornale, e magari conosciamo anche qualche famiglia coinvolta in passato.
Tuttavia,  perlomeno i maschi sembrerebbero inclini aneutralizzare questo fattore distorsivo legato alla percezione dei rischi.
Ho la netta impressione che inquadrare una simile situazione con la tradizionale teoria del rischio sia impresa impossibile. Occorre qualcosa di nuovo.
Forse dobbiamo distinguere una catastrofe come quella dell’inverno straordinario poiché coinvolge l’intera umanità, al contrario l’incidente coinvolge solo noi: “mal comune mezzo gaudio” dice il saggio.
In effetti questa differenza merita una riflessione, forse quel che temiamo veramente non è tanto “ferirci” quanto “restare soli a leccarci le ferite”. E’ su questo secondo evento che dobbiamo calcolare le probabilità.
L’uomo è un’animale sociale e una volta escluso ed emarginato è finito, perde tutta la sua forza. La solitudine per lui è una condanna, il nostro cervello respinge questa condizione.
L’uomo di oggi, poi, è privo di una fede. Ieri poteva sempre contare su un alleato eccellentissimo: dio. Oggi, una volta solo nella disgrazia, è veramente solo è perduto.
In più c’è quella maledetta gara evoluzionistica in cui siamo costantemente immersi.
Assomiglia ad una gara sportiva dove conta unicamente la performance relativa.
Nello sport vinco se tu perdi. Il campo da gioco è in condizioni pietose e faccio fatica? Non mi interessa, lo stesso vale anche per te. Mi fa male la gamba? Scatta l’allarme perché la mia gamba è solo mia! Conta solo l’handicap relativo.
Per analogia: la disgrazia ha portata globale? Non mi interessa, coinvolge anche i miei avversari. L’unica disgrazia che conta è quella relativa, ovvero l’incidente stradale che colpisce solo me e la mia famiglia.
E il “riscaldamento globale”? Per quanto si faccia poco gli allarmismi non mancano! Eppure è un fenomeno affine all’ inverno straordinario.
Questo è un bel problema, ma ci sono una paio di replichepossibili.
Innanzitutto, il fatto che si faccia poco non dovrebbe essere secondario.
In secondo luogo, sappiamo che per molti non si tratta tanto di prevenire un rischio ma di adottare una religionesostitutiva. 
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