Mentre io devo prendermi i miei tempi, il bambino (specie se caricato con pile all'uranio) ha come modalità di default l'emergenza. La procedura di emergenza obbligatoria consisteva, per esempio, nel gridare «BUS! BUS! BUS! BUS!» senza interruzione, finché un genitore non la disinnescava rispondendo: «Sì, è un autobus». Lo stesso valeva per molti altri mezzi di trasporto. E il genitore non poteva limitarsi a pacate considerazioni probabilistiche: se una bambina ripeteva «MU*@! MU*@! MU@#€!», non ci si poteva cavare d’impaccio con un «Sì, credo» o un «Certo, ok, mu...». Se ne sarebbe accorta: avrebbe capito che non ci stavi mettendo il cuore. Bisognava andare più a fondo. «Cos’è un muz...?» Le si faceva cenno di indicare la strada. «Vuoi dire, ehm, che quella macchina assomiglia a quella della mamma?» «NOOOOOO!» «Ehm, quel camioncino dei gelati sta facendo musica?» «NOOOOOO! MU@#%!» «Oh, intendi una motocicletta!» «SÌ! MU@#%!» Solo allora la maledizione si spezzava. Non ricordavo chi l’avesse detto, ma non potevo fare a meno di approvare: i bambini piccoli, molto più degli adulti, si affidavano ancora a istinti evolutivi che presupponevano un ambiente ancestrale e uno stile di vita da cacciatori-raccoglitori. La loro programmazione era limpida: il primo e più importante compito consisteva nell’imparare i nomi e i richiami di ogni animale. Valeva per quelli che vedevano (cagnolino! bau bau!), per quelli che conoscevano solo per sentito dire (leone! raaaooooaaaaar!) e per qualsiasi oggetto sufficientemente simile a una megafauna nelle vicinanze (treno! ciuf-ciuf!). Affidando loro un incarico tratto da questo elenco, diventavano gli studenti più zelanti che si fossero mai visti. Chiedendo invece di imparare qualcos’altro — per esempio che le pillole non erano cibo e non andavano mangiate — si tornava subito a: «Sono solo una bambina piccola, come puoi aspettarti che mi ricordi le cose?»
Questo mi portava a ipotizzare — non mi interessava cosa dicessero gli antropologi -che i nostri progenitori utilizzassero i bambini piccoli come una sorta di vedetta. Il loro compito era sedersi in cima a un albero, scrutare la savana e, non appena avvistavano qualcosa, avvertire la tribù: «ANTILOPE! ANTILOPE! ANTILOPE!», senza fermarsi finché un altro membro della famiglia non completava il rituale. «Antilope ricevuta, passo e chiudo».
L’emergenza più grande di tutte, per una bimba "con l'uranio dentro, era l’ora di andare a letto, se aspettavi che le pile si scaricassero facevi notte. Andava affrontata con cautela, anche indirettamente. Si iniziava con un avviso: «mancano dieci minuti a dormire», poi con quello dei cinque minuti, poi con quello di un minuto, tutti completamente ignorati. Seguiva un conto alla rovescia di dieci secondi. Nel momento esatto in cui iniziava il conto alla rovescia, Vichi correva al tavolo e urlava «LA PAPPAPAPPA!», perché sapeva che eravamo dei teneroni e non l’avremmo mandata a letto affamata. Non importava se aveva mangiato cinque minuti prima: aveva bisogno di altro cibo in quel preciso istante. Dai, dai, non mi lasceresti passare tutta la notte chiusa nel mio lettino buio a morire di fame, vero, vero? Così le permettevamo di mangiare ancora un po’, cosa che faceva con la massima lentezza possibile, finché non perdevo la pazienza e la portavo a letto di peso. Per tutto il tempo urlava «LA MIA PAPPAAAAAA!» come un puffo impazzito trascinato via da Gargamella. Ma c'era ancora una tappa in bagno a lavarsi i denti. Mettevo il dentifricio sullo spazzolino. «Ancora», ordinava. Ne aggiungevo altro. «Ancora», ordinava. Ripetevamo questo ciclo circa cinque volte: se avessi davvero aggiunto dentifricio ogni volta, lo spazzolino si sarebbe ritrovato avvolto in una gigantesca massa appiccicosa, ma dopo la seconda facevo finta e lei non se ne accorgeva nemmeno.
Ricordo infine il momento del cambio del pannolino, una transizione annunciata da CAMBIO PANNOLINO, a cui Vichi faceva eco «NO CAMBIO PANNOLINO». L'annuncio non aveva mai funzionato, nemmeno una volta. Spesso accadeva il contrario: a volte giocavamo fuori o facevamo altro, e Vichi, senza alcun motivo apparente, annunciava «NO CAMBIO PANNOLINO», e allora capivo che aveva disperatamente bisogno di un cambio.