sabato 24 gennaio 2026

HOMO ECONOMICUS

HOMO ECONOMICUS

L’economista costruisce i propri modelli formali assumendo operatori razionali e perfettamente informati. Questa impostazione si espone a numerose critiche, poiché gli individui reali che agiscono sui mercati sono tutt’altro che razionali e perfettamente informati. A questo punto si impone una risposta che contrasti efficacemente tale obiezione. Se gli individui fossero, almeno in larga parte, irrazionali in senso radicale, l’impresa di difendere la figura dell’homo economicus sarebbe destinata al fallimento. Tuttavia, osserviamo che, sebbene raramente gli individui siano razionali in senso strumentale, essi mostrano spesso una forma di razionalità strategica. Ma cosa significa esattamente questo? In cosa consiste la differenza tra razionalità strumentale e razionalità strategica?

La razionalità strategica, in termini semplici, riconosce che talvolta può essere razionale il mostrarsi irrazionali. E il modo più efficace per apparire irrazionali è, paradossalmente, esserlo davvero — ma in maniera strategica. Essa consiste, essenzialmente, nell’assumere impegni che, dal punto di vista dell’homo oeconomicus, apparirebbero irrazionali: impegni morali, di principio, religiosi o comunque vincoli autoimposti che limitano la massimizzazione dell’utilità individuale nel breve termine, ma che nel lungo periodo generano effetti prevedibili e credibili agli occhi degli altri attori, rendendo quindi strategicamente vantaggioso il vincolo stesso. L’individuo strategicamente razionale si rende affidabile proprio in virtù dell’irrevocabilità di certi suoi impegni, anche quando questi appaiono, a uno sguardo strumentale, controproducenti.

Se le cose stanno così, sarà allora possibile ricondurre l’uomo strategicamente razionale all’uomo strumentalmente razionale, legittimando così l’impiego dell’homo economicus almeno come utile semplificazione dell’uomo reale, ovvero dell’individuo dotato di razionalità strategica.

Va inoltre precisato che gli economisti non assumono l’homo oeconomicus per puro arbitrio o per una deliberata volontà di allontanarsi dalla realtà empirica: lo fanno perché questa figura ideal-tipica consente una modellizzazione matematica dei comportamenti economici più semplice, astratta e generalizzabile possibile. In assenza di tale semplificazione, l’economia si ridurrebbe a un racconto impressionistico dei comportamenti umani, rinunciando alla formalizzazione teorica e cadendo nell’aneddotica — ovvero, orrore!, nel dominio della sociologia.

Questa operazione appare praticabile non tanto concentrandosi sui singoli agenti, quanto piuttosto sull’ambiente in cui essi operano: il mercato. Il mercato, in quanto istituzione, manifesta una razionalità propria, indipendentemente dal fatto che in esso agisca l’homo economicus o l’homo strategicus.

Gary Becker ha elaborato un argomento economico ingegnoso per mostrare che la teoria della scelta razionale (Rational Choice Theory, RCT) conserva una funzione euristica utile nell’economia, a prescindere dalla sua veridicità, idealizzazione o aderenza al realismo. Nell’articolo “Irrational Behavior and Economic Theory”, Becker si sforza di dimostrare che la validità delle ipotesi di RCT è irrilevante rispetto al suo ruolo nella teoria economica. Egli comincia col richiamare l’attenzione sul vero oggetto d’interesse dell’economia: la razionalità dei mercati. La confusione, secondo Becker, nasce dal fatto che l’analisi e il dibattito si sono spostati dall’ambito del mercato a quello dell’individuo, distogliendo l’attenzione dal centro d’interesse dell’economista. Se Becker riesce a dimostrare che gli agenti economici — razionali o meno — sono costretti dal mercato ad agire in modi che appaiono razionali alla luce della RCT, allora sarà legittimo utilizzare tale modello come strumento sintetico per descrivere il comportamento ottimizzante dei mercati, indipendentemente dal fatto che i singoli individui agiscano effettivamente in modo razionale.