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venerdì 22 dicembre 2017

Un missionario diverso

Un missionario diverso

Padre Piero Gheddo è morto l’altro giorno, leggerlo ed ascoltarlo mi ha illuminato.
Non che fosse un rigoroso teoreta, era un missionario del PIME, eppure era depositario di intuizioni originali e talvolta spiazzanti.
Da lui ho imparato a conoscere un po’ meglio l’ Asia e l’ Africa, i continenti della povertà.
Posso ben dire che il mio interesse sul tema Vangelo&Ricchezza è stato innescato dal suo ascolto.
Quanto segue è il mio pensiero, non il suo, per carattere e senso di responsabilità i giudizi sferzanti gli erano estranei. Ma si tratta comunque di idee maturate nella sua ombra.
Da lui ho imparato che nel Vangelo non c’è una condanna della ricchezza in se stessa, ma il biasimo per l’uso distorto che l’uomo, nel suo egoismo, può farne a danno degli altri.
Non so se questo sia del tutto vero, so però che l’azione di Gheddo mi sembrava improntata a questo principio.
Presso molti cattolici vigeva allora il mito marxista secondo il quale chi si arricchisce lo fa sempre a spese degli altri.
Papa Francesco viene da quella schiatta, per altro maggioritaria, specie in ambito missionario. Avete presente padre Alex Zanotelli? Non aggiungo altro.
Ecco, Gheddo rappresentava per me il contrario, anche se mai si sarebbe posto in opposizione, tutte le opere erano preziose.
È chiaro che se la rapina viene vista come un metodo per arricchirsi, l‘elemosina diventa il metodo sovrano per aiutare il prossimo.
La strada maestra scelta da padre Gheddo mi sembrava diversa: condannava l’elemosina per puntare sulla cultura.
Se ci si arricchisce solo spogliando il prossimo, si aiuta il prossimo solo spogliandosi volontariamente (elemosina), oppure spogliando il ricco-cattivone che ha turbato per primo l’armonia universale (rivoluzione). Elemosina e rivoluzionesono amiche fedeli, e non di rado le abbiamo viste comparire sugli emblemi di certo cristianesimo missionario “deviato-ma-non-troppo”. Tra gli stracci del pauperista si nasconde sempre un coltello.
I cripto-catto-marxisti avevano allora individuato il nemico nella colonizzazione e nel mercato.
Padre Gheddo scuoteva il testone: la storia africana è piena di sfruttamento e rapina ben prima che arrivassero i bianchi; la ferocia tra comunità tribali era la norma, e questo anche (e soprattutto) in assenza di moneta e mercato. Il problema sta altrove.
Un padre Gheddo qualunque non avrebbe mai potuto scuotere il paradigma pauperista, era troppo consolidato, Marx lo ereditava addirittura dagli antichi e da Platone innanzitutto: “risulta impossibile che virtù e grandi ricchezze stiano insieme”.
E a loro volta gli antichi, prima di trasmetterlo a Marx,  lo avevano tramandato ai libri sacri. E’ per questo che la base platonico-marxista ha attecchito così bene nel mondo missionario cristiano.
Ma oggi anche i missionari dovrebbero avere imparato una volta per tutte nche i libri sacri hanno un contenuto religioso, non scientifico. Che è ora di staccarsi dal mito dell’elemosina.
Di certo lo aveva capito padre Gheddo.
Se i libri sacri non fanno che raccomandare l’elemosina come rimedio sovrano alla povertà, è perché era allora del tutto assente l’idea di produzione.
***
Gli antichi consideravano la guerra come un buon affare per il più forte: procurava bottini.
Vero: ma poi non restava loro che azzerarli con il consumo. Finché non incontravano uno più forte di loro.
Il lavoro era disprezzato, l’occupazione considerata roba da schiavi. Amavano piuttosto il lusso e lo spreco, che vedevano come unica forma di “investimento”.
E’ chiaro che in un mondo del genere il ricco spoglia il povero per divenire quel che è.
Nell’Antico Testamento molti passaggi evocano questa cultura. In Maccabei, per esempio, si dice: “non vale la pena sudare nei mestieri quando con scorribande brigantesche si può avere tutto”.
In realtà le guerre sottraggono braccia al lavoro, e come ogni altra forma di rapina fanno inaridire le fonti da cui si alimentano.
Anche la ricchezza che procurano  è caduca, sappiamo per esempio che Roma e gli altri grandi Imperi del passato rimasero nell’insieme poveri, con giuste delle fiammate di sfarzo estemporaneo.
Occorsero più di 4 secoli perché considerazioni di ordine borghese e utilitaristico soppiantassero l’ideale eroico del guerriero magnanimo.
I chissà quanti ne occorreranno per riformare le teste di molto mondo missionario.
La sorella gemella della guerra e la schiavitù. La sua grande diffusione potrebbe far pensare che si tratti di un buon affare, e invece non lo è: “lo schiavo trascura i buoi, non cerca pascoli idonei per le greggi, non rivolta le zolle con attenzione, non fa il conto dei semi, non compie i lavori di sarchiatura e rimandatura…”
Per marxisti, antichi, Bibbia e certi missionari  la forza è tutto. Trotsky lo spiega: “se la costrizione va contro la produttività significa che ci siamo messi in un vicolo cieco… ma questo è solo un pregiudizio compagni!”.
Per capire come mai la schiavitù ha avuto tanto successo dovremmo rivolgerci  alla psicologia più che all’economia. Ignazio Silone lo ha fatto: “il senso di soddisfazione sociale nasce dal confronto con altri uomini e non con le cose ossia dal sentirsi superiori. In questo senso guerra e schiavitù funzionano eccome”.
Nei paesi poveri il mito marxista, il mito della guerra, il mito della schiavitù, il mito dell’elemosina è solo durato (e in molti dura ancora) più a lungo che altrove.
I missionari alla Zanotelli hanno contribuito non poco nel perseverare.
Purtroppo questa longevità è all’origine della povertà. In questo senso il periodo post-coloniale ha fatto più danni di quello coloniale.
E non necessita nemmeno che ci siano guerre, schiavi o comunismo realizzato per fare tanti danni. Basta la mentalità. Padre Gheddo lo aveva ben chiaro.
***
Senza colpevolizzare nessuno, ci faceva notare la pigriziadesolante dei poveri, il loro passare gran parte del tempo in chiacchiere.
I missionari gesuiti già scrivevano: “è somma è l’ infingardaggine e l’abborrimento della fatica in quasi tutti i popoli sudamericani, un male che si osserva anche in altri moltissimi popoli selvaggi dell’Africa”.
In genere la donna è molto più occupata e laboriosa dell’uomo. Gli uomini parlano, le donne lavorano.
Se i classici latini dichiaravano disonorevole e vile il lavoro degli operai, i poveri africani sembrano aver assimilato quella cultura alla perfezione.
Nell’antica Roma come in Centro Africa il numero di giorni festivi è spropositato. Praticamente metà dell’anno. La Guinea Bissau è il paese con più feste al mondo, e se ne vanta. Ma è normale quando l’ideale è “lavorare poco”.
Proverbio di Santo Domingo: “lo stupido lavora e il furbo fa festa”. Il clima non sembra esattamente luterano.
Il ricco dei paesi poveri ama lo sperpero. Chi si arricchisce con mezzi anti-economici non è risparmiatore, il suo motto è: il denaro è fatto per essere speso!
Dove c’è povertà manca il senso dell’economia, del risparmio, dell’investimento. Non è colpa delle incertezze, è colpa della cultura. E’ vero in Niger come nella Roma imperiale.
Domina la bambinesca e primitiva esibizione delle ricchezze: dicono a tutti che sei un guerriero valente. Per Le Goff le società della rapina sono anche le società dell’apparenza.
Don Milani notava che i suoi contadini spendevano più per addobbare la camera da letto che per la lavatrice elettrica. Si lamentava delle risorse sperperate nelle feste di matrimonio.
Poi, come al solito, sbagliava tutto pensando che la cosa fosse un portato della società borghese: no, è un portato di una cultura arcaica ignara del concetto di investimento.
In Burkina Faso la gente è sempre impegnata in cerimonie: iniziazioni, matrimoni, funerali. Roba che dura giorni, eh.
In Amazzonia quando nasce un bambino moglie e marito devono astenersi da ogni attività per otto giorni.
Quando padre Gheddo dovette costruire un ponticello in Uganda lo sconforto lo prese, ricordo le sue parole: “qui tutto è difficile e lento nell’esecuzione…”
I poveri sono congenitamente privi del senso della puntualità, ne parla con dovizia di particolari il tedesco Arthur Koester in un suo spassoso passaggio sui russi (che non riesco a reperire).
In Guinea-Bissau non c’è la minima ansia per il tempo che scorre, la resistenza passiva al lavoro e l’assurdo prestigio attribuito all’ozio meravigliano il visitatore.
Le principali fonti di ricchezza degli “aristocratici” improduttivi e spendaccioni di questi disgraziati paesi: la guerra e la politica, i bottini e gli abusi amministrativi.
In questa cultura arcaica la frode è spesso motivo di orgoglio, il proprietario aristocratico – ancora nel nostro sud – si faceva vanto di essere imbrogliato dai suoi fattori: significava che li ha scelti furbi e capaci.
E anche qui il parallelo tra cultura dei poveri e cultura arcaica prosegue: anche preso antichi l’ideale era vivere oziosi (cioè negli studi, nella politica e nei divertimenti).
Il nostro meridione ha mostrato a lungo gli stessi vizi di mentalità presenti in modo macroscopico nei paesi sottosviluppati.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, degno erede di quella cultura, alla domanda “che mestiere fa?” rispondeva “il Principe”.
Con tale spirito non si poteva coltivare che la cultura letteraria, la quale, a sua volta, a chi non riusciva a vivere di rendita, non offriva altri sbocchi che le cosiddette professioni liberali; si era così avviati al tribunale, alla medicina, al notariato o a prete.
In tale milieu l’eloquenza e la retorica diventano centrali ed occupano la giornata del gentiluomo, tutto ciò che non è materia di disputa diventava trascurabile: agricoltura, arti, commercio, scienze naturali.
I membri di questo ceto, poco attratti dal lavoro produttivo e impossibilitati a fare tutti l’avvocato o il medico, finiranno col gonfiare la burocrazia dello Stato.
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Abbiamo quindi visto la santa alleanza tra certe ideologie moderne – come il marxismo – e mentalità  arcaiche tipiche del mondo classico: per entrambe la ricchezza si “arraffa”.
I racconti di padre Gheddo fanno cogliere immediatamente il nesso, eppure il mondo delle Missioni è spesso caduto nella trappola della propaganda comunista che ha chiamato “capitalistica” un’economia feudale e latifindista sopravvissuta, per esempio, in vaste aree dell’America Latina.
Padre Gheddo è stato tra i pochi a mantenere un esemplare lucidità su questo punto. Per lui l’allucinazione marxista e la rapina nobiliare marciavano insieme grazie ad una solida base condivisa.
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Ma il mondo dei poveri così come lo si evince dalle testimonianze di Gheddo ha un ulteriore marchio di fabbrica: il primato della politica.
Le cose si ottengono solo grazie alla politica, ovvero attraverso il lamento piazzaiolo, Il laio e il piagnisteo, possibilmente chiassoso. Il rito delle prefiche viene universalizzato.
Già per il  sociologo Pellicani ovunque il sottosviluppo è generato dal prevalere dell’interesse politico su tutti gli altri.
L’abbondanza di leggi, osservava già il Verri, possono forse allontanare taluni delitti ma non mai animare dell’industria. In Africa non fanno né l’una né l’altra cosa.
***
Il povero fatica  a vedere le cose per quello che sono.
I poveri mancano di realismo, non fanno i conti con i fatti. Pensando che le loro recriminazioni siano sufficienti a dissolverli.
La Chiesa Missionaria, in molte su parti, spesso ha rinforzato questo vizietto, anziché combatterlo.
Come? Sostituendo all’ideale del progresso quello di una dubbia Santità, magari della santità monastica.
Il passaggio dalla Santità all’eroismo e dall’eroismo alla rivoluzione cruenta è stato del tutto naturale.
Troppo spesso i valori spirituali sono stati trasmessi in termini mistico contemplativi anziché nelle formulazioni razionali tipiche della Tradizione.
Su questo fondamento irrazionale attecchì bene l’ideologia marxista, grazie soprattutto ai suoi aspetti utopici.
Nei paesi sottosviluppati sono pochi coloro che fanno i loro calcoli in termini di costi ed i ricavi. Un carattere tipico dei poveri è l’incapacità di concepire il domani. Non mi meraviglia visto che il missionario di turno – l’uomo destinato dalla Provvidenza – parla loro di “ragione e calcolo” come di qualcosa “… che ha sconvolto il mondo e distorto i rapporti sociali”.
Padre Gheddo osserva sconsolato: “la fertilità aumenta con la povertà, l’ignoranza, insufficiente nutrizione, la disoccupazione, la mancanza di interessi e di impegni nella società…”
Dove latitano realismo e razionalità prevalgono miti e ideologia.
E con l’ ideologia ecco proliferare i missionari trasformati in “professorini” e  “dottrinari”, ovvero uomini con la mente rivolta all’utopia e incapaci di cambiare idea anche di fronte all’evidenza.
La mentalità mitica ed ideologica porta all’abuso della parola che si presta ad alimentare il sogno. Per questo le popolazioni arretrate amano perdere molto tempo in chiacchiere e discorsi ampollosi.
Figli del barocco, amanti del complicato, del vistoso e del ridondante. Chi ha avuto la terribile esperienza di ascoltare dall’inizio alla fine un discorso di Fidel Castro sa cosa intendo.
Ma il vero mito che hanno i poveri e quello dell’autorità. Per loro l’anarchia è il peggiore dei mali. In Zambia ci si inginocchia davanti alle Mercedes dei capi.
Il povero che conta solo sull’elemosina ha già perso la sua dignità e a lui non resta che inginocchiarsi e implorare.
Se il principe sbaglia è colpa dei cattivi consiglieri. Da qui sembra trarre origine quella specie di sacralità dello stato.
In Africa un figlio non può costruire una capanna migliore di quella di suo padre, lo disonorerebbe, e l’onore è tutto. Perciò si perpetua nei popoli sottosviluppati una povertà contenta e superba.
Come una passività conservatrice, del resto, per tornare al nostro parallelo, gli antichi proverbi non insegnavano forse larassegnazione?
Un altro mito deleterio è il mito del popolo. E qui la figura di Papa Francesco sembra uscire dagli anni più bui delle missioni sudamericane.
Per Settembrini il populismo significa essenzialmente che gli ultimi saranno i primi. Il tutto si fonda sulla vecchia visione sanfedista – e quindi reazionaria – per cui il vero popolo è quello analfabeta e senza scarpe che gli intellettuali corrompono.
Parliamo di uno sviluppo aberrante di taluni concetti religiosi che favoriscono l’attitudine al sogno e alla vociante rivendicazione.
Un esemplare di questa aberrazione fu  Don Milani, il quale riteneva che voler bene al popolo significasse renderlo consapevole della propria superiorità  rispetto al borghese.
Il mito del Popolo implica il mito della cultura proletaria. Ma la cultura proletaria non esiste, lo sapevano bene sia Bukowski che Pajetta: “ma qual è l’estetica del povero? L’estetica del povero è il brutto”.
Appiccicato al mito del Popolo e della cultura popolare sta sempre il perniciosissimo mito della rivoluzione.
Guarda caso i paesi che hanno avuto una antica tradizione di libertà non sono rivoluzionari. Se c’è un popolo moderno e insieme amante delle tradizioni questo è il popolo inglese, e lo stesso dicasi del popolo svizzero – buon ultimo nel concedere il voto alle donne.
Irrazionalità, anarchia di fatto, utopia e violenza sono invece tipici dei popoli rivoluzionari, quello boliviano per esempio, che ha conosciuto il 190 rivoluzioni in 160 anni di esistenza.
Se i popoli tradizionalmente liberi sono moderatamente conservatori è perché la loro condizione li ha resi più disposti ad accettare la realtà, e quindi ad accettare l’esistenza di una diseguaglianza di fatto tra gli uomini.
L’unica eguaglianza che pretendono è quella dei diritti, ovvero quella della dignità personale.
Ma in certi ambienti missionari – su cui vedo ancora padre Gheddo scuotere silenziosamente il testone – la “partecipazione allo stesso corpo e allo stesso sangue di Cristo” deve livellare anche socialmente ed economicamente chi partecipa.
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Molti missionari cristiani d’impostazione “classica” accusano di “individualismo” le moderne società, e ciò sembra dipendere da una certa nostalgia per il villaggio medievale.
L’individualismo sembra invece prerogativa del mondo rimasto sottosviluppato.
Esempio,   guardiamo al nostro Sud: badare ai fatti propriera considerato come la condizione fondamentale del vivere onesto.
Nei poveri c’è spesso un antistatalismo perverso: l’eredità di un cattivo governo crea odio verso l’autorità dello Stato, tutto cio’ impedisce la collaborazione, frena l’economia e crea povertà. Poveri e improduttivi, essi tenderanno a chiedere tutto allo stato.
Si può essere così un paese sostanzialmente socialista, con interventi pesanti dello stato in economia, ed al tempo stesso estremamente individualista, in cui l’autorità, lo stato, appaiono sempre in veste di nemici.
Quando lo stato non pensa al bene pubblico ma elargisce elemosine, la sua presenza si fa invasiva e, al contempo, la lotta tra i derelitti per accaparrarsi l’elemosina rende tutti delle iene.
Il triste destino del missionario tradizionale è spesso quello di divenire un imprenditore dell’invidia. L’invidia è un sentimento tipico dei paesi poveri. In Guinea-Bissau, tanto per dire, nessuno deve emergere sugli altri, nessuno può arricchirsi. L’invidia si istituzionalizza nell’odio di classe. Se c’è stato un missionario sempre attento a scansare insidie del genere, questi è stato padre Gheddo.
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Forse il missionario alla Zanotelli farebbe bene a notare che il ricco delle società moderne è ben diverso da quello delle società antiche. Oggi la vita di un imprenditore, di un banchiere, di un manager è molto più impegnata di quella di un operaio o di un contadino.
I grandi lussi – si pensi alle costose Cattedrali medievali che potevano contenere tutta la popolazione della città o ai superbi palazzi rinascimentali – appartengono al passato più che al presente.
Lo spreco di oggi – che chiamiamo consumismo – è fatto perlopiù dall’uomo comune, il che significa che nella società moderna la ricchezza ha raggiunto per la prima volta nella storia la massa degli uomini.
Il missionario alla Zanotelli – reso immune dalla sua bontà per antonomasia – a scuola non studia una sola pagina di storia dell’economia, dopodiché quando cede ad uno spazio pubblico non parla che di economia confondendo bellamente il capitalismo con l’economia antica, feudale, o al massimo mercantilistica.
Padre Gheddo, al contrario, su questi temi ci andava con i piedi di piombo, faceva capire che il problema della povertà risiede innanzitutto nei poveri stessi, che la radice ultima di povertà e ricchezza era la cultura più che la sopraffazione. Una cultura pauperista che, ahimé, i poveri condividevano spesso con molti di coloro destinati al loro aiuto.
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lunedì 13 novembre 2017

Francesco & Co.

Francesco & Co.

Negli ultimi anni c’è stata un’ inversione di tendenza un po’ comica negli studi sull’origine del mercato libero: non solo si è scoperto che i francescani se ne intendevano di economia, ma si è anche stabilito che avevano inventato il capitalismo!
Max Weber ribaltato da cima a fondo.
Non penso proprio che i francescani abbiano scoperto le leggi di mercato inaugurando l’economia moderna di Adam Smith, più probabile che la loro concezione di povertà, ossia la loro interpretazione della perfezione cristiana, indipendentemente dalla loro volontà, abbia formato alcune categorie basilaridel modo economico di ragionare degli occidentali.
L’avvicinamento dei francescani all’idea di libero mercato rivela che fu la più rigorosa religiosità cristiana in quanto tale a formare gran parte del vocabolario dell’economia occidentale, che non vi fu mai un’estraneità del mondo cristiano rispetto al mercato come la si fantasticò tra otto e novecento, né una separazione netta tra moralità e affari.
Il francescanesimo, nel cuore stesso della cattolicità romana, individuò nella rinuncia gli elementi decisivi per intendere il valore dello scambio (costo opportunità). Al centro veniva posta la metafisica dell’ Incarnazione divina, che costituisce poi la radice dello scambio sacro: vita del Cristo contro i nostri peccati.
Per accettare questa impostazione bisogna ammettere che la religione del cuore e quella degli affari abbiamo molto in comune.
Per comprendere meglio bisogna poi concentrarsi sulla ricezione del concetto di povertà evangelica tra il mille e il milleduecento.
La povertà è una privazione ma, privazione di che cosa? Rinuncia a che cosa? Come si può diventare poveri, e imitare in tal modo la perfezione del Cristo, se poveri lo si è già al modo dei contadini indebitati e senza terra?
In questo periodo si diffonde la convinzione che la povertà, ossia la rinuncia al godimento privato della la ricchezza, sia uno stile di vita che parifica la perfezione cristiana e quella civica.
Vescovi e Abati d’ora in avanti cercheranno di sottolineare sempre di più la propria personale povertà.
Il mondo viene raffigurato diviso in due: da una parte l’imperatore eretico con il suo finto papa, seguiti da un’orda di assassini prezzolati adulteri e svergognati di varia natura, dall’altra la società fedele a Gregorio VII,  praticamente rappresentata dal vescovo Anselmo e dalla contessa Matilde di Canossa, asserragliati in un castello e capaci di resistere al male con tutta la forza della loro esemplare povertà.
Le scorrerie devastatrici dell’ Imperatore sono l’effetto di una volontà di potenza analoga al desiderio di ricchezza; all’estremo opposto la povertà del Vescovo ma anche la frugalità di Matilde
Di questo grande affresco la componente decisiva per comprendere è la sempre più chiara crescita della popolazione.
I religiosi e i laici di bassa condizione, i poveri insomma, si muovevano ogni giorno: la condizione di necessità li costringeva ad essere sempre “in cerca”, l’avventura di una nuova economia li conduceva a scoprire ragioni di vita in luoghi selvatici fino a poco tempo prima remoti e temibili. La povertà in altre parole poteva dar luogo a forme di ricchezza allora impreviste, purché le si andasse a cercare in modo dinamico. Un tratto di questa povertà divina appariva particolarmente suggestivo e si trattava della sua prodigiosa capacità di modificare la realtà quotidiana pur non possedendo nulla.
Si passava da una povertà che era scarsità di beni di consumo ad una povertà che era amplificazione della propria sfera di azione. Gli asceti, gli eremiti e i monaci esemplificano per la prima volta agli occhi di una società multicentrica, dispersa e in movimento, il modo in cui privazione e moltiplicazione potevano essere sinonimi.
La vita di Romualdo di Ravenna rappresenta alcuni elementi chiave del modello eremitico della povertà volontaria: una famiglia ricca, un padre avaro e affarista (nel senso di curatore della propria rendita), un figlio ribelle che in nome di Dio approda alle asprezze della rinuncia monastica (che lo sostringe a partire da zero). Al centro del modello stanno con grande evidenza tre cose: la povertà, l’ infaticabile operosità del convertire e “guadagnare” anime a Dio e la disinvoltura nella relazione con i potenti.
Povertà e rinuncia coincidono chiaramente con un dinamismo, con una possibilità di movimento da luogo a luogo, con un’abitudine al viaggio e all’ itineranza: nasce un nuovo ceto di potenti spiritualizzati, i santi eremiti.
La povertà sfocia nell’attivismo.
Romualdo di Ravenna, Norberto di Xanten, Guglielmo di Vercelli, Roberto di Arbrissel, Stefano Muret, Pietro l’Eremita… tutti i fondatori di comunità monastiche laboriose che seguirono il medesimo canovaccio.
Colpisce la relazione fra la scelta di umiliazione, di abbassamento cioè della condizione sociale originaria, e lo straordinario successo delle realizzazioni istituzionali.
Colpisce anche la profonda diversità economica e politica esistente fra la scelta della povertà religiosa e la comune povertà quotidiana dei mendicanti: una differenza comunque ben chiara agli uomini del XII secolo.
Le cronache che gli ecclesiastici vergano tra il 1100 e 1200, accanto alla serie dei santi e instancabili eremiti, hanno sempre per protagonista la folla anonima e moralmente ambigua dei miserabili, la folla dei poveri.
Viene spesso sottolineato il contrasto esistente fra L’abbondanza che regna nel monastero, un’abbondanza determinata dall’ indefesso attivismo anche agricolo dei monaci, e la passiva disperazione dei poveri.
Risultava con sempre maggior chiarezza che l’ozio, l’inattività e la pigrizia mentale erano il peggior ostacolo che i poveri potevano incontrare sulla propria via. Non è un caso se Pietro di Blois dichiara un esplicito e franco disprezzo per i poveri e per la povertà, ove con queste parole si indichi uno stato di semplice privazione, di miseria e di mera sopravvivenza. La mendicità e la questua pubblica gli appaiono una condizione indecente, i tanti poveri che si affollano intorno i pochi ricchi per ottenerne la protezione non sono per lui degli sfortunati quanto piuttosto degli esseri subumani.
Con maggior moderazione Stefano di di Tourné, illustre giurista dell’epoca, fornì un importante elogio dell’ indipendenza economica e dell’attivismo imprenditoriale dei monaci cistercensi. Secondo Stefano: “vivono del proprio lavoro, consumano poco e producono molto, e  il loro è quindi un modo di vivere altamente produttivo”. Una lista delle qualità più apprezzate appena dopo l’anno mille.
Soprattutto dopo il 1130, i poveri incapaci di individuare nella povertà uno stile santo di vita e di capire come essere attivamente utili alla società, cominciano essere rinchiusi in ospedali, ospizi e comunità che li educhino e li preparino a reinserirsi nel consorzio civile.
Quello stesso periodo vede crescere una legislazione è una riflessione eclesiastica sulla natura usuraia della ricchezza ebraica messa in relazione con l’accumulazione sterile e la tesaurizzazione. Alla condanna dei poveri oziosi si aggiunge a quella dei Ricchi oziosi. L’avidità dei Miserabili e l’avarizia sono le due facce della stessa medaglia
Sant’Agostino su chi sono in realtà i poveri: “… non a tutti coloro che sono in povertà si riferisce il Vangelo quando parla dei poveri… ci sono infatti dei poveri che quando subiscono qualche torto si fidano soltanto della protezione del ricco signore… costoro mentono quando si dicono “poveri”… vi sono altri invece che magari sono ricchi e onorati, e tuttavia non si fidano delle ricchezze terrene, delle loro terre e del clan a cui appartengono poiché amministrano le loro ricchezze per venire in aiuto di chi ne è privo, costoro verranno contati fra i poveri di dio.
Il messaggio che lancia in quel periodo Pier Damiani è chiaro: è veramente cristiano e pertanto riconoscibile da parte della chiesa il potente laico che individua nel suo patrimonio una differenza fra ricchezza ferma all’interno dell’asse ereditario e ricchezza che si muove al di fuori di esso, da amministrarsi in favore di una prospettiva pubblica.
Ecco allora una ferma condanna dei patrimoni immobilizzati e schiavizzati alla sterile logica ereditaria.
Poiché il mezzo più comune per uscire da tale logica è il dono, l’economia del dono nasce come proto-capitalismo.
In questa atmosfera è da inquadrare anche la polemica di Bernardo contro i monaci di Cluny. La loro ricchezza, accusa Bernardo, viene impiegata in fastosi abbigliamenti cerimoniali, in oggetti di culto preziosi, in pittura e doratura, in marmi e pietre preziose. La difesa dei Cluniacensi basata sull’ idea che questo lusso moltiplica i fedeli rendendoli clienti del monastero, non vale sostiene Bernardo. Il modello per cui il “denaro genera denaro” è un sofisma  assimilabile a quello dell’usura.
Il pauperismo cistercense di cui Bernardo era autorevole sostenitore si manifestava nel sistematico reinvestimento in terre produttive, in un ideale ascetico e operoso, nella produzione e nella dilazione del godimento del prodotto piuttosto che nella sua tesaurizzazione. La rinuncia personale veniva a coincidere con il patrimonio collettivo.
I poveri volontari divenivano portavoce di un’economia del possibile e dell’eventuale. In loro si faceva strada la nozione di bene comune e di spersonalizzazione della ricchezza.
Liutprando da Cremona osservava in tono ironico che i vescovi bizantini di Costantinopoli erano ricchi d’oro e avevano i forzieri pieni ma poveri nel governare la realtà che li circondava. La vera ricchezza veniva, secondo Liutprando, dall’organizzazione efficace di un potere di governo sulla realtà circostante.
La prodigalità sfacciata del giovane Francesco è già un segno premonitore della sua futura scelta di povertà Cosa avrebbe dovuto fare del denaro guadagnato se non spenderlo al più presto?
Francesco entrerà a pieno titolo nella cultura dell’epoca, quella che connette povertà e produttività. Un’idea che rifiuta il contatto con il denaro, che nega la proprietà in quanto connessa all’ereditarietà, una cultura che esalta l’elemosina e  l’attivismo imprenditoriale (strano abbinamento, per noi), nonché la libera iniziativa contro ogni ricchezza immobilizzata.
La povertà di Francesco è motore di ricchezza, non negazione di ricchezza.
Se la velocità di circolazione della ricchezza diventa Il valore economico principale, vedersela sfrecciare esimendosi da ogni contatto diventa precetto base.
Per i francescani il problema è costituito non certamente da una generica negazione dei bisogni umani ma dall’impossibilità di soddisfarli con il denaro. Le monete non riescono a quantificare la relazione amichevole.
Una delle soluzioni adottate per mantenersi attivi ed evitare l’ “imborghesimento” sarà quella di usufruire di beni mobili e immobili di cui però non si avrà una “reale proprietà”.
Ma come far convivere attivismo economico e assenza di proprietà? Bisognava inventarsi una “share economy” ante litteram. Lo sforzo intellettuale francescano in questo senso fu poderoso.
La diade superfluo/necessario diventerà centrale. Superfluo è cio’ che non viene reinvestito.
Lo stesso concetto viene espresso nell’opposizione tra proprietà e uso.
Il denaro esplicitato fisicamente nella moneta veniva a rappresentare la tesaurizzazione che si oppone al benessere collettivo.
Oggi colleghiamo proprietà e attività economica, il rifiuto della prima da parte di Francesco non significa affatto un rifiuto della seconda.
La visione francescana era tutt’altro che ingenua, tanto è vero che attirava molto anche il mondo dei colti, dei ricchi e degli ecclesiastici di prestigio. Risultava evidente una sintonia tra il nuovo ordine e gli uomini di cultura, i maestri lettori di teologia e di diritto che insegnavano nelle principali università. Veniva a crearsi un rapporto non sempre facile da capire tra povertà volontaria e cultura teologico-giuridica ai più alti livelli.
La nuova cultura imprenditoriale che va diffondendosi dopo l’anno mille sembrava quindi incentrarsi sulla parola “povertà”, che veniva ad assumere un significato eminentemente economico, legato agli investimenti, alla creatività e alla circolazione della ricchezza.
Come segnale evidente di questa meditazione sui modelli pauperistici  si manifestò sin dagli anni trenta del 200 l’abitudine dei Frati Minori di comporre i conflitti interni alle città italiane sull’orizzonte più generale di una prosperità urbana.
L’attenzione a fenomeni come quelli dell’usura e del gioco d’azzardo sono da subito il centro della predicazione francescana. Povertà e buona amministrazione diventeranno l’abbinata costantemente proposta in alternativa.
Il divieto di toccare denaro e monete stabilito dalla regola di Francesco genera una definizione della povertà come articolata strategia nell’uso delle cose e del denaro stesso, anziché una lontananza dalla ricchezza.
Poiché i poveri volontari non possono fissare il valore delle cose nel denaro, non possono quindi né utilizzarlo né possederlo, diventa decisivo capire come essi possano farlo fruttare. La risposta al quesito sta nella separazione del momento dell’uso da quello della proprietà. Grazie a queste complesse teorizzazioni i francescani potranno essere al contempo poveri e il fulcro dell’attività commerciale cittadina.
Il monastero produce a velocità sempre maggiore testi di vario tipo concernenti la vita in assenza di proprietà. Si tratta di testi essenzialmente economici! I francescani sono i primi religiosi economisti.

Si conviene sul fatto che esistono diversi modi per fare uso delle ricchezze presenti nel mondo.
La rinuncia lascia – tra l’altro – una maggiore disponibilitàdi risorse economiche al resto della società. Ce se ne accorge quando ci si reca al mercato e si scopre che il prezzo, per esempio della lana, è più basso. Si giungerà ad affermare che il povero è virtuoso poiché spreca meno ricchezza collettiva.
Per paradosso siamo in presenza dello stesso argomento con cui viene oggi difeso l’avaro, il Paperon de Paperoni di turno. Anche lui, vivendo in povertà di fatto, lascia maggiori ricchezza alla comunità di cui è membro.
Grazie ai francescani, etica e affari si avvicinano. In altri termini, prima del 1250, il codice degli affari non rientra compiutamente in quello dell’etica civica. La vicinanza dei francescani agli uomini più potenti dell’epoca, orienta lo sguardo sui problemi della ricchezza verso una dimensione etica più propria di una confraternita religiosa.
Se si considera la mappa europea degli insediamenti Francescani è facile vedere che una più circostanziata percezione francescana dei comportamenti economici si manifesta dell’ultimo trentennio del Duecento in zone di forte sviluppo.
Tra i primi francescani a occuparsi propriamente di economia, Pietro Di Giovanni Olivi appare significativo anche per la sua adesione intensamente razionale al pauperismo più rigorista.
Olivi giunge a ragionare della povertà e della ricchezza in quanto francescano e non nonostante la sua condizione. La definizione francescana rigorosa di povertà spinge Olivi ad indicare nel bisogno, nella “mancanza” il principio socialmente fondante della valutazione delle cose, cioè dell’assegnazione di un prezzo. L’autoprivazione diventa una scuola che insegna a misurare bisogno e necessità.
La questione del valore diventava sempre più pressante in quegli anni. Cosa rendeva prezioso il lavoro del mercante? E che cosa quello del vescovo? È a partire da questa riflessione che si porrà il problema più generale del prezzo. La questione della povertà e della privazione offrirà un fruttuoso punto di partenza.
I francescani, con l’Olivi in prima fila, cominciano a riflettere e a scrivere sul valore delle persone, sul significato economico delle professioni; si tratta di un momento fondamentale del percorso francescano verso la definizione di un economia di mercato basata sul consenso contrattuale.
Nel meccanismo di mercato la povertà fa acquisire un’altissima stima da parte dei fedeli e, liberando risorse nei modi già detti, procura un maggior benessere economico. La disponibilità economica dei governanti, per contro, apparirà all’Olivi piuttosto come un’ “ingiuria”. Solo la povertà consente di reinvestire ed essere economicamente produttivi.
La povertà come la intendono i francescani resta comunque un valore relativo poiché relativa è la sofferenza indotta dalla rinuncia. Quando viene adottata come stile consapevole di vita e di organizzazione economica non può essere determinata oggettivamente una volta per tutte. Il soggettivismo diventa centrale nel valutare sia i beni che i servizi.
Cos’è povertà lo decide il francescano, Qual è il valore di un bene lo decide il mercato.
Comincia a farsi Largo una teoria dei prezzi in grado di risolvere brillantemente i paralizzanti paradossi dell’epoca. Perché l’acqua, che toglie la sete e può salvare una vita umana, costa meno dell’oro o di un profumo esotico? Perché chi lavora duramente con le mani come lo zappatore o il marmista viene pagato meno di chi fa un lavoro intellettuale come l’architetto o il funzionario governativo?
Basta considerare il prezzo come una convenzione e questi equivoci si dissipano all’istante. La sottolineatura tutta pauperistica del concetto di bisogno relativo giunge al riconoscimento della società di mercato come soggetto collettivo in grado di definire la propria misura dell’utile.
La psicologia dell’apprezzamento deve avere un esperto: il commerciante appare così ai francescani di fine duecento l’esperto di settore, un personaggio fondamentale per la costruzione di un mercato equilibrato.
Olivi radica il profitto mercantile nella funzione educativache i mercanti svolgono nella comunità in cui sono inseriti. Il profitto mercantile è il prezzo pagato dalla comunità a uno dei suoi professionisti più competenti.
Se essere ricchi è un modo di rendere razionale il mercato e la società che lo ospita, allora anche essere ricchi serve a preparare la salvezza del mondo.
Il mercato, lo scambio e il commercio sono descritti dall’ Olivi come realtà totalmente sociali, come il modo che i laici hanno disposizione per contribuire fattivamente alla costruzione di una società cristiana.
L’Olivi si cimenta anche nell’ambito dell’usuraammorbidendo certe tesi cattoliche.
Per lui gli interessi sul prestito possono essere considerati un “ringraziamento” e un indennizzo per gli affari a cui si è rinunciato prestando denaro.
In questo senso l’accusa di usura cade allorché il mutuante è un commerciante di fama nota e affidabile. Distinguerecostui dall’usuraio è facile proprio per la reputazione di cui gode l’interessato.
Ma l’Olivi – in quanto rigorista – si scontrerà con certi orientamenti francescani più moderati in tema di povertà dell’Ordine, quelli di chi considera la povertà compatibile con il possesso limitato e l’usufrutto.
Per questi francescani – Alessandro e Guiral su tutti – la volontà ascetica di non avere beni ha un parallelo laico nella volontà del commerciante di scambiare denaro con merci.
I francescani, tra il 1250 e il 1400, si interessarono anche al problema del debito pubblico: che fare quando il governo prendeva a prestito dai ricchi mercanti perdendo poi la capacità di restituire?
Si noti che all’epoca non esisteva distinzione tra ricchezza privata e ricchezza pubblica: la ricchezza presa a prestito dai mercanti era pur sempre ricchezza sottratta ad altre forme di benessere sociale. Del resto, al governo, molto spesso c’erano altri mercanti.
Il prestito pubblico era visto come utile allo stato e ai cittadini, quindi legittimato. Tuttavia, poiché il valore del denaro sta nella capacità di concepire ricchezza futura, difettare in questa facoltà è una colpa che merita sanzione, ovvero interesse da pagare al creditore di turno. Ad ugno modo la “stima del prestatore” rimane condizione necessaria affinché maturi interesse.
Questo tipo di investimento ha senso etico ed economico se non costituisce la principale logica d’impiego del denaro di coloro che gestiscono la vita commerciale e finanziaria della città. La legittimità è dunque direttamente collegata alla figura dell’ “esperto” di mercato, e l’interesse trova la sua ragione nella giusta esigenza dei mercanti di salvaguardare il proprio capitale per i futuri investimenti commerciali.
Eiximenis aggiunge lucidamente che in Catalogna nessun mercante però si dedicherà del resto all’acquisto dei titoli di credito perché dopotutto commerciare, con tutti i rischi che comporta, rende comunque molto di più.
Perché ci sia usura occorre allora ci sia un’intenzione usuraia e una specifica forma contrattuale.
Dalla questione dell’usura ricaviamo comunque che l’organizzazione politica ed economica della collettività dei cristiani è informata alla razionalità dei mercanti che diviene via via razionalità civica e simbolo della società ordinata.
Poiché fede ed economia andavano di pari passo può essere interessante vedere come i gruppi ebraici si inserivano in questo tessuto.
La frammentazione politica del territorio italiano consente agli ebrei di giocare un ruolo. Si riconosceva e si auspicava la presenza ebraica ma si precisava che essa poteva essere utile solo se regolamentata in modo da rimanere comunque straniera in città.
L’organizzazione economica di una collettività cristiana doveva fondarsi sulla fiducia degli appartamenti e quindi su una fede comune.
Usurai, accaparratori ma anche quei poveri che in nessun modo erano utili alla collettività furono individuati come estranei nel popolo dei fedeli.
Ognuno doveva appartenere ad una famiglia di rilievo, ad una corporazione di mestieri, ad una confraternita o ad una compagnia in grado di garantire per lui.
Il mercato riconoscibile era formato da questi soggetti collettivi e le persone credibili autorizzate ad operare dovevano appartenere in un modo o nell’altro ad essi. E’ soprattutto in Italia che la cultura economica francescana individua nel prestito ebraico la negazione dell’economia solidale e mercantile.
Con Bernardino da Siena i pensatori francescani passano dalla teoria alla pratica cominciando ad individuare fisicamente chi non è degno di fiducia e quindi di rientrare a pieno titolo tra gli operatori: gli ebrei sono i primi. Ma anche le donne sprofondate nel lusso, nonché parassiti e oziosi che si affidano alla carità altrui.
Ogni mercante, ammonisce Bernardino, per distinguersi dal profittatore e dello speculatore deve combattere ogni giorno i falsi mercanti. La fiducia pubblica è il bene più alto e le regole di esclusione dal mercato sono il baluardo che lo tutela.
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Nella cultura francescana, dopo l’anno mille, emerge il primo apparato concettuale che consentirà di comprendere le logiche del libero mercato, allo stesso tempo verranno però sponsorizzate forme di esclusione destinate a servire i vari progetti politici piuttosto che la prosperità comune. Purtroppo il cattolicesimo, pur con tutti i suoi meriti, non ha saputo farsi portatore di una visione universalistica del mercato, per la quale bisognerà attendere i pensatori dell’illuminismo scozzese settecentesco che, con la loro opera lungimirante, sposteranno inevitabilmente in quelle terre il centro del mondo a venire.
franc