mercoledì 7 gennaio 2026

CRISTIANESIMO E CAPITALISMO

Non pochi elementi collegano il cristianesimo al capitalismo, alla rivoluzione industriale e, per estensione, al primato materiale dell’Europa e dell’Occidente sul resto del pianeta — un primato oggi messo in discussione soltanto da quelle realtà che riescono, almeno parzialmente, a imitarne i modelli. Già a partire dal XIII secolo, il cristianesimo influenzò in modo profondo l’istituto del matrimonio, promuovendo la monogamia e vietando le unioni tra cugini: misure che contribuirono alla dissoluzione delle strutture claniche. Fin dalle sue origini, inoltre, la religione cristiana favorì l’individualismo, affermando il principio del consenso matrimoniale e la libertà di disporre del proprio patrimonio attraverso il testamento, in particolare mediante lasciti alla Chiesa. Proprio tali disposizioni ereditarie alimentarono la crescita economica dei grandi monasteri, che finirono col detenere vasti possedimenti in tutta Europa. Parallelamente, i conflitti tra l’autorità ecclesiastica e le monarchie sorsero in epoca precoce e contribuirono, seppur in misura limitata, a impedire la formazione di un potere unico in grado di esercitare un controllo assoluto sull’intero continente. La Riforma protestante intensificò la competizione tra le confessioni cristiane, generando al contempo un’escalation di ostilità e distruzioni su base religiosa, senza precedenti per ferocia e ampiezza. E tuttavia accadde un fatto inaspettato: all’indomani della guerra dei Trent’anni (1648 e oltre), l’Europa abbracciò una tolleranza religiosa più ampia — almeno tra le diverse denominazioni cristiane — ponendo fine a una delle stagioni più sanguinose di conflittualità confessionale della storia. Appare dunque plausibile ritenere che la tolleranza religiosa, l’individualismo, la dissoluzione dei clan familiari e l’assenza di un impero unitario siano stati fattori determinanti per l’affermazione del capitalismo moderno, che a sua volta rese possibile la rivoluzione industriale. Tutto ciò non significa necessariamente che la Chiesa debba rivendicare oggi un ruolo di protagonista assoluta, ma quanto meno che meriti riconoscimento per aver, in un certo senso, saputo “moltiplicare i pani e i pesci”. Eppure, essa sembra oggi rinnegare in larga parte questo suo prezioso lascito, scegliendo invece di concentrarsi su aspetti meno connessi alla prosperità materiale che, nonostante tutto, il mondo continua a invidiarci. Perché questa inversione di rotta? Si tratta forse di una scelta autolesionista? E soprattutto: come recuperare consapevolezza del proprio ruolo storico, e rivendicare con dignità i meriti di un passato che ha contribuito a generare la strabiliante ricchezza del mondo moderno?