LA SCOMMESSA DI PASCAL
Regge ancora dannatamente bene, il che significa che bastano poche integrazioni per depotenziare le numerose critiche a cui è soggetta. In genere ci si limita a inventare ad hoc divinità assurde, così da far emergere paradossi; oppure si osserva che Pascal non è comunque in grado di dirci dove piazzare concretamente la scommessa. Ma Pascal non pretendeva tanto. I dissenzienti dovrebbero imboccare una via differente notando che certi ragionamenti non li applichiamo nella vita quotidiana: io, per esempio, esco di casa per guadagnare il mio modesto stipendio anche se rischio la vita a ogni attraversamento di strada (e ne faccio parecchi). In gergo si dice che quando scegliamo “tagliamo le code”, cioè facciamo come se gli eventi estremi (nel bene e nel male) non esistessero. Non è molto razionale, ma funziona meglio; credo anche che un uomo pratico come Pascal lo avrebbe apprezzato. Per un empirista le quantità infinite sono trascurabili, perché se costruisci il tuo pensiero avvalendoti di una variabile del genere non hai mai una verifica concreta disponibile per le tue conclusioni, e la ragione è uno strumento così fragile che va accompagnato sempre da riscontri, ad ogni passo che compie. Personalmente vado oltre e considero gli infiniti sempre inesistenti (così sistemo anche Parmenide, Zenone e Severino, oltre che il Pascal della scommessa). Ma non elimino solo gli infiniti dal ragionamento, mi spingo a “tagliare le code”, ovvero i casi estremi, secondo le buone pratiche statistiche. Pascal resta così un grattacapo solo per i razionalisti; gli empiristi possono procedere indenni.Broncobilly
giovedì 26 febbraio 2026
IL MESTIERE DEL BASTIAN CONTRARIO
IL MESTIERE DEL BASTIAN CONTRARIO
mercoledì 25 febbraio 2026
animale e uomo definitivo
INTERVISTATORE: cosa rende l'uomo diverso da tutti gli altri animali?
martedì 24 febbraio 2026
la lotta alle dipendenze
Questa è la lettera che ho mandato al giornale L'Avvenire, sempre in prima linea nella lotta alle dipendenze e, soprattutto alla pubblicità di certi servizi. Faccio un po' di vittimismo raccontando la mia storia e quella delle sigarette che non ho mai fumato o delle scommesse su cui non ho mai puntato.
lunedì 23 febbraio 2026
LA BONTA' EA
LA BONTA' EA
venerdì 20 febbraio 2026
arte definitivo il grande rilassamento ------ deriva da rilassamento
L'ARTE COME DECADENZA
Gli schieramenti in campo sulla natura dell’arte sono due: c’è chi la ritiene utile (ADATTAZIONISTI) e chi la ritiene un piacere inutile (COLLATERALISTI).
I primi hanno le loro teorie: per alcuni nasce dall’esigenza di impressionare, esibendo segnali costosi (alla maniera della coda del pavone); per altri nasce dall’esigenza di “coalizzare” un gruppo (come fanno i decoratori d’altari). I secondi, invece, rinunciano alle teorie e considerano l’arte alla stregua di una "torta sovraccarica di zuccheri", capace di sviare e sedurre alcune nostre facoltà nate in passato per altri scopi (come rintracciare nella foresta cibi energetici).
Indecisi su dove stare? Nel dubbio c’è sempre una terza teoria, in cui mi sono imbattuto in treno all'altezza di Parabiago. L'arte come decadenza intrinseca. Questo autore indiano che stavo leggendo sostiene che gli ADATTAZIONISTI sono utili per isolare l’origine dell’arte, mentre i COLLATERALISTI lo sono per spiegarne l’evoluzione verso un'arte così come la conosciamo oggi. Per capire occorre concentrarsi sugli uccelli.
Prendiamo la “teoria del pavone”: le code impressionano per bellezza e spreco, proprio come l’arte. Ma le code, in fondo, sono più o meno tutte uguali: questa non è arte! Il canto di un certo fringuello bengalese di cui non ricordo il nome scientifico è altrettanto bello, ma anche molto più vario. Perché? Finché le pressioni evolutive erano forti, tutti i fringuelli miravano a un benchmark omogeneo sotto il quale si creasse una gerarchia di abilità, come i pavoni, ritrovandosi a cantare lo stesso canto più o meno bene. Quando tali pressioni diminuirono per la presenza di "femmine garantite, le abilità rimasero nel cervello, ma che farsene? Ogni fringuello cominciò a utilizzarle come meglio credeva a seconda della situazione contingente, il canto si mutò a casaccio: non serviva più a perseguire un unico obbiettivo, ma veniva ugualmente impiegato in modo più disinvolto. I fringuelli cominciarono a cantare anche quando si facevano la barba e la bellezza cominciò a fiorire in modo più variegato.
E che dire del decoratore del tempio? Non lo so ma posso immaginare una storia analoga: una volta che la coesione sociale fu garantita da altre istituzioni - tetre e in grisaglia - il decoratore si ritirò a vita privata, dove anziché fare l'umarell mise a frutto la propria perizia realizzando, liberato da ogni ordine dall'alto - opere personali. La produzione complessiva cominciò a dipendere dal gusto individuale o dal libero mercato (il gusto individuale di una moltitudine) e divenne molto più varia, esattamente come lo è l’arte che ti circonda oggi. L'arte nella sua versione conosciuta è quindi il prodotto di un "rilassamento", di istinti degradati e alla deriva poiché non più di utilità primaria. L'arte è "decadente" per natura.
Insomma, la nascita dell’arte dipende da taluni vincoli ambientali (selezione sessuale e competizione tra gruppi), e questo spiega la sua universalità. Ma l’arte come la conosciamo deriva piuttosto da un “rilassamento” di quei vincoli, e questo spiega la sua varietà. Immaginatevi un fiume con argini robusti che vengono poi a mancare nella seconda parte del tragitto, il suo tracciato sarà prevedibile nella prima parte e indeterminato quanto confuso quando comncerà ad impaludarsi. L'arte di oggi è la palude di quel fiume.
La conclusione è che non abbiamo un istinto artistico, e temo che questa affermazione non piacerà a molti. L'idea dell'arte come istinto è rassicurante. Per gli amanti dell'arte, se l'arte non riflette un istinto, diventa banale, frivola e un lusso nato da una società indulgente. Ma noi non abbiamo un istinto nemmeno per la lettura e la scrittura, eppure pochi sosterrebbero che leggere e scrivere siano attività banali.
p.s. mi sono ricordato il nome dell'autore di cui parlo: Anjan Chatterjee MD
giovedì 19 febbraio 2026
disaccordo definitivo
CREDERE O NON CREDERE?
La teoria dei giochi fornisce un teorema volto a dimostrare che due persone ragionevoli, affidabili e dotate di conoscenza comune non possono mai trovarsi in disaccordo, neppure su una questione banale, come stabilire se l’auto transitata cinque minuti prima fosse grigio topo o grigio talpa. L’argomento è piuttosto intuitivo: se, dopo aver raccolto tutte le informazioni disponibili, mi accorgo che un individuo con le suddette caratteristiche è in disaccordo con me, tale circostanza costituisce un’informazione rilevante che mi obbliga ad aggiornare le mie credenze; e lo stesso vale per lui. Supponendo finito lo spazio delle posizioni possibili, questo processo giunge a quiete — ossia a equilibrio — soltanto quando le due posizioni coincidono. L’accordo è dunque necessario. Eppure i disaccordi proliferano. Perché? Forse vi sono informazioni che non possiamo, o non riusciamo, a trasmettere all’altro. Oppure non confidiamo mai pienamente nella razionalità altrui. Ognuno formuli la propria ipotesi. Può darsi, tuttavia, che le due parti in conflitto risiedano in un unico cervello; in tal caso è difficile sostenere che non comunichino tra loro o che non si accordino reciprocamente fiducia. Di fronte alla questione cruciale evocata dal titolo, mi sono trovato in una condizione simile: in certi periodi mi sentivo un credente convinto, in altri no. Come ho trovato requie — ormai da oltre un anno? Molto semplicemente: in alcuni ambiti agisco "come se" Dio esistesse, in altri "come se" Dio non esistesse. In genere, quando si tratta di vivere, assumo la prima modalità; quando si tratta di conoscere, la seconda. L’alternanza delle identità subentra così al conflitto delle idee e all’assurdo disaccordo tra personalità razionali, affidabili e dotate di conoscenza comune. Il convenzionalismo, tuttavia, è una filosofia piuttosto fragile; perciò elimino quel “come se”, attenuando la portata dei concetti metafisici di realtà, verità e simili. In questo senso le filosofie postmoderne, e soprattutto il pragmatismo (che sono di fatto un "addio alla filosofia"), offrono un valido sostegno. Si approda così a una posizione che definirei eclettica, sulla quale è lecito obbiettare interrogarsi in termini psicologici, chiedendosi cioè se una condizione del genere sia possibile, se sia autentica. Ma si tratta di una domanda empirica: prova e vedrai se funziona. Per quanto mi riguarda, sembra funzionare abbastanza. Sono consapevole dell’esistenza di alternative canoniche che mirano a rendere razionalmente compatibili i due ambiti, inglobando il primo nel secondo o viceversa; tuttavia avverto tali tentativi come costruzioni intellettuali artificiose, come razionalizzazioni ad hoc: qualcosa che i miei maestri ideali — da Popper in giù — mi hanno sempre insegnato a considerare demoniaco e, pertanto, da evitare.progresso definitivo
PASOLINI NATURALIZZATO
giovedì 12 febbraio 2026
L’ARGOMENTO ONTOLOGICO IMPLICA PANTEISMO?
L’ARGOMENTO ONTOLOGICO IMPLICA PANTEISMO?
L’argomento ontologico esiste in mille forme; qui ho in mente Cartesio, e non so se quanto dirò, con le opportune variazioni, valga anche negli altri casi. Parto con una parafrasi a memoria di Cartesio (correzioni ben accette se rilevanti): «… la causa di qualcosa deve essere almeno "altrettanto reale" del suo effetto… dato che sono un essere pensante e ho in me l’idea di Dio, qualunque sia, alla fine, la causa della mia esistenza, bisogna ammettere che anch’essa è un essere pensante e che possiede in sé l’idea e tutte le perfezioni che attribuisco alla divinità. Allora ci si può chiedere se questa causa debba la sua origine ed esistenza a se stessa o a qualche altra causa. Se è autoesistente, questa causa è Dio; perché, dato che ha la perfezione dell’autoesistenza, deve anche, senza dubbio, avere il potere di possedere effettivamente ogni perfezione di cui ha l’idea, cioè tutte le perfezioni che penso appartengano a Dio. Ma se la sua esistenza dipende da un’altra causa, ci chiediamo di nuovo, per lo stesso motivo, se questa seconda causa esista da sola o attraverso un’altra, finché, passo dopo passo, arriviamo alla causa ultima, che sarà Dio». Insomma, per come l’ho capito: un essere può produrre solo esseri meno perfetti di sé. Dunque qualsiasi essere, risalendo a ritroso, implica Dio, l’essere perfetto. Aggiungiamo alcune assunzioni del caso: la perfezione include l’esistenza, per esempio (e così liquidiamo Kant e non ci pensiamo più). Va escluso anche che l’induzione “verso l’alto” fino a Dio si arresti arbitrariamente da qualche parte, con un essere che esiste senza ragione o che è sorto dal nulla. Certo, esistono esempi concreti in cui le creazioni risultano “migliori” dei loro creatori: genitori mediocri possono generare un genio; oppure un programmatore può creare un’AGI potentissima e intelligentissima. Ma ammettiamo di cavarcela con qualche espediente filosofico, che non manca mai. A questo punto occorre definire l’“imperfezione”, e di solito si conviene nel ritenerla una mancanza di qualcosa (un po’ come la concezione agostiniana del male: una mancanza di bontà). Ragioniamo ora, per esempio, sulla dimensione geografica: io sono imperfetto perché sono presente in Italia ma non in Australia, mentre tu sei imperfetto perché sei presente in Australia ma non in Italia. Ma che dire del nostro creatore? Ebbene, l’unione delle tue perfezioni e delle mie perfezioni include l’essere presente in Australia e l’essere presente in Italia; perciò il nostro creatore sarà, come minimo, presente in entrambi i luoghi. Immaginiamo di fare lo stesso per tutte le cose e quindi per tutti i luoghi dell’universo: otteniamo un’idea di dove si situa il “Dio” perfetto: ovunque. Dubbio: ma questo Dio perfetto può essere presente esattamente dove sono presente io? Vedo tre alternative: o un essere perfetto può coesistere con un essere inferiore in un luogo; oppure non può, e viene sfrattato da quel luogo o sfratta lui l’essere inferiore. Io di certo non posso sfrattare Dio, perché lo renderei imperfetto. Se lui mi sfrattasse, mi annichilirebbe, il che è imbarazzante. Non resta che convivere in qualche modo, ma come? Come può “qualcosa” esistere dove esisto già io? Pensare a un bizzarro miscuglio informe di me e del mio creatore è ostico. Potrei introdurre uno spazio a “più dimensioni”, collocando me in una, Dio nell’altra ed entrambi nella stessa dimensione geografica; ma a quel punto la mancata presenza di Dio nella dimensione dove sto da solo lo renderebbe imperfetto, facendo ripartire il rompicapo. Ho l’impressione che questo “inseguimento” finisca con l’assorbimento dell’intera realtà da parte del Dio perfetto: qualcosa che mi evoca l’idea panteista. P.S. Vorrei solo dire, tanto per giocare a carte scoperte, che non amo particolarmente l’argomento ontologico, né l’idea panteista. Se c’è qualcosa di vero in quanto ho appena detto, ciò mi offre l’occasione di radunarli in un unico bersaglio e magari di indurre chi ama l’argomento ma non ama il panteismo (o viceversa) ad abbandonare le cattive compagnie.AGNOSTICISMO - LIBERALISMO E NON SCELTA - LA NON IDEOLOGIA - IDEOLOGIA DEFINITIVO
NON SCEGLIERE MAI
martedì 10 febbraio 2026
L'ODIO SCAGIONATO
L'ODIO SCAGIONATO
lunedì 9 febbraio 2026
TUTTO è CALCOLO
TUTTO E' CALCOLO?
neoliberismo
Il neo-liberismo è il liberalismo dei convertiti. Si dice che alla sua origine ci fossero Reagan e Thatcher ma questi due personaggi avevano ancora un'ideale classico: il primo restava un cow-boy e la seconda una figlia di bottegai. Ad aizzare l'odio puro per qesta ideologia fu il suo successo, e, quindi, l'inevitabile conversione a sinistra di personaggi come Clinton, Blair, giù giù fino al nostrano Renzi. Per non dire di istituzioni internazionali come l' FMI e la Banca Mondiale, tradizionalmente progressiste e dedite ai "trapianti culturali". Costoro accettarono l'idea di fondo realizzandola sistematicamente con una sorta di tecnocrazia del tutto estranea all'idea classica sorta nella Scozia di fine XVIII secolo di Hume e Smith.
sabato 31 gennaio 2026
una teoria della coscienza definitivo
Versione breve: l'impasse strategico (teoria dei giochi) porta ad un'accelerazione del pensiero che si trasmuta in coscienza producendo l'autoinganno e l'inganno altrui.
Tesi: La coscienza nasce per autoingannarci, così da poter ingannare il nostro prossimo.