giovedì 26 febbraio 2026

LA SCOMMESSA DI PASCAL definitivo

 LA SCOMMESSA DI PASCAL

Regge ancora dannatamente bene, il che significa che bastano poche integrazioni per depotenziare le numerose critiche a cui è soggetta. In genere ci si limita a inventare ad hoc divinità assurde, così da far emergere paradossi; oppure si osserva che Pascal non è comunque in grado di dirci dove piazzare concretamente la scommessa. Ma Pascal non pretendeva tanto. I dissenzienti dovrebbero imboccare una via differente notando che certi ragionamenti non li applichiamo nella vita quotidiana: io, per esempio, esco di casa per guadagnare il mio modesto stipendio anche se rischio la vita a ogni attraversamento di strada (e ne faccio parecchi). In gergo si dice che quando scegliamo “tagliamo le code”, cioè facciamo come se gli eventi estremi (nel bene e nel male) non esistessero. Non è molto razionale, ma funziona meglio; credo anche che un uomo pratico come Pascal lo avrebbe apprezzato. Per un empirista le quantità infinite sono trascurabili, perché se costruisci il tuo pensiero avvalendoti di una variabile del genere non hai mai una verifica concreta disponibile per le tue conclusioni, e la ragione è uno strumento così fragile che va accompagnato sempre da riscontri, ad ogni passo che compie. Personalmente vado oltre e considero gli infiniti sempre inesistenti (così sistemo anche Parmenide, Zenone e Severino, oltre che il Pascal della scommessa). Ma non elimino solo gli infiniti dal ragionamento, mi spingo a “tagliare le code”, ovvero i casi estremi, secondo le buone pratiche statistiche. Pascal resta così un grattacapo solo per i razionalisti; gli empiristi possono procedere indenni.

IL MESTIERE DEL BASTIAN CONTRARIO

 IL MESTIERE DEL BASTIAN CONTRARIO


L’indipendenza di pensiero è una risorsa sociale di prim’ordine, poiché concorre a formare la cosiddetta "saggezza delle folle", un patrimonio che si dissolve all'istante nel momento in cui la "folla" pensa come "un sol uomo".

Ma come si estrae questo petrolio purissimo? In genere, quando le persone prendono posizione, lo fanno avendo cura di due valori: la comunità e l’identità. Consideriamo i casi estremi. Chi massimizza il valore della comunità decide a che cosa credere scegliendo prima a chi credere. È il conformismo: il conformista, in realtà, non decide nemmeno, si aggrega ad una comunità per lui promettente. All’estremo opposto si colloca il bastian contrario, il quale ambisce a sentirsi protagonista e, di fatto, sceglie "contro", poiché il contrasto esalta la sua posizione. Qui però interviene un elemento che non tutti notano: i bastian contrari, di solito, si raccolgono in minoranze che, per mia esperienza, risultano decisamente più conformiste dell'ottusa maggioranza silenziosa. In definitiva, il bastian contrario, più che contribuire alla produzione di diversità, aspira al protagonismo, ma lo fa con un grado latente di conformismo insospettabilmente elevato.

Chi è allora il vero motore della diversità? Direi il bastian contrario estremo: l’individualista, colui che si forma un’opinione senza metterla sotto l'egida di una minoranza stramba e iperconformista. Così facendo rimane però esposto e vulnerabile agli attacchi. Questa vulnerabilità esige, tuttavia, alcune forma di tutela. Gli attacchi degli strambi, nella mia esperienza, non fanno tanto "male", poiché possono essere liquidati come stramberie. Tuttavia, restano gli attacchi degli ortodossi, che tendono a ricacciarti nella comunità degli "strambi" contro cui hanno armi collaudate di confutazione. Sempre nella mia esperienza, le protezioni più efficaci in questi casi consistono nell’accettare i dati di partenza del proprio ragionamento così come sono elaborati da autorità indiscusse all’interno della comunità in cui si opera, di solito quelle dell' "accademia ufficiale", per poi ricombinarli in modo originale in modo da ottenere un modello che non è quello più immediato a cui arriva il coformista. Insomma, dovresti distinguerti nella modellizzazione e non nei dati oggettivi. Gli attacchi veementi a cui ci si espone saranno così arginati almeno nelle obiezioni più superficiali, quelle che il conformista ordinario solleva di consueto, poiché la sua originalità si colloca a un livello in cui né il conformista ortodosso né quello ordinario sono soliti avventurarsi. In tali casi, il bastian contrario sostituisce la comunità con un livello inedito di analisi e preserva l’identità attraverso un’opinione singolare. Il suo lavoro intellettuale è altresì socialmente utile, poiché produce senza stramberie la tanto preziosa pluralità delle opinioni.

P.S. La nostra comunità presenta le tipiche caratteristiche del branco, e ciò offre ampie opportunità per ritagliarsi una posizione da bastian contrario. Le gerarchie sociali che costruiamo non si fondano su competenze specifiche, bensì su abilità relazionali; così le prime restano in larga parte inesplorate. Non siamo come i nostri pseudo-cugini, gli scimpanzé e i gorilla, presso i quali il capo è il più forte, non produciamo processi in cui la capacità sostanziale coincide con il rango nel gruppo. Somigliamo piuttosto alle capre selvatiche: in questi animali, pur essendo decisiva l’abilità nell'individuare le fonti di cibo, l’esemplare più “dotato” occupa spesso una posizione subordinata nel branco, superato da chi invece padroneggia le dinamiche del gruppo. Nell’accademia, per esempio, la cattedra di ruolo viene assegnata a chi sa raccogliere il consenso dei colleghi ancor prima che a chi domina la disciplina con maggiore competenza; il che equivale a subordinare le capacità specifiche a quelle sociali. È qui che si aprono vaste praterie per il bastian contrario.

P.P.S. P.P.S. Aggiungo un fattore che puo' aiutare il bastian contrario, specie se ha competenze statistiche: l'analisi dei dati "crudi". Spesso gli "esperti" sanno molto della loro materia ma hanno solo un'infarinatura di statistica (lo abbiamo visto nell'esperienza con il Covid), il che lascia lacune dove il profano curioso e buon analista di dati puo' insinuarsi.

mercoledì 25 febbraio 2026

animale e uomo definitivo

 INTERVISTATORE: cosa rende l'uomo diverso da tutti gli altri animali?

PAUL BLOOM: nel tempo tutte le ipotesi si sono indebolite scoprendo che si tratta sempre di "gradazioni" differenti. Tuttavia, una tiene ancora e sembra solida: la capacità di provare piacere nella sofferenza.

martedì 24 febbraio 2026

la lotta alle dipendenze

 Questa è la lettera che ho mandato al giornale L'Avvenire, sempre in prima linea nella lotta alle dipendenze e, soprattutto alla pubblicità di certi servizi. Faccio un po' di vittimismo raccontando la mia storia e quella delle sigarette che non ho mai fumato o delle scommesse su cui non ho mai puntato.


Caro direttore,

La manipolazione psicologica è un modo del tutto legittimo per migliorare il mondo. Se intervenissi sulla tua mente al punto da farti trovare immensamente piacevole lo stare in equilibrio su una sola gamba, avrei reso piacevole e significativo qualcosa che prima era fastidioso e insensato.

In genere esistono due vie per migliorare il mondo. Prendiamo il mondo degli oggetti: potrei modificarne le proprietà materiali oppure trasformare il modo in cui interagiamo con loro. La pubblicità, per esempio, agisce in quest’ultimo senso. Lo fa manipolando le menti ed è un successo straordinario. Perché lamentarsene? Perché rammaricarsi del fatto che la manipolazione pubblicitaria funzioni?

Non nego che esistano inconvenienti, si puo' certo desiderare qualcosa più di quanto si dovrebbe. Ciò accade quando se ne sopravvalutano i benefici o se ne sottostimano i costi. Se, per esempio, ignori l’esistenza dei postumi della sbornia, probabilmente berrai più di quanto sarebbe opportuno. Tuttavia, errori di questo genere tendono ad autocorreggersi.

Ma che dire del caso opposto? Che accade quando si desidera qualcosa meno di quanto si dovrebbe? Quando se ne sottovalutano i benefici o se ne sopravvalutano i costi? In questo caso non ci sono feedback utili. Se non sapete quanto possa essere piacevole l’ebbrezza, potreste desiderare di bere assai meno del necessario. Purtroppo, un simile errore non conduce ad alcuna azione e, dunque, non genera alcun riscontro, per cui si perpetua indefinitamente. Io sono una vittima di questa asimmetria, nonché dell'infernale meccanismo che genera, avrei tanto voluto fumare in gioventù ma una pubblicità (progresso) martellante e tutt'altro che occulta del tipo di quella fatta dal suo giornale ha manipolato la mia mente speventandomi e inducendomi all'errore fino a ridurmi oggi, mezzo secolo dopo, allo stato in cui sono oggi, pieno di rimpianti e avvelenato da rancori verso chi mi ha ingannato.

lunedì 23 febbraio 2026

LA BONTA' EA

 LA BONTA' EA

Il movimento dell’altruismo efficace (EA) mira a massimizzare il bene sulla Terra e, a tal fine, si fonda su una filosofia utilitarista. Era questo l’obiettivo dichiarato che animava la truffa del banchiere e gestore di fondi Bankman-Fried. Egli riteneva lecito mettere a rischio la ricchezza di persone benestanti e inconsapevoli, se l’obiettivo ultimo era aiutare individui in condizioni oggettivamente molto peggiori. Oggi, dopo che le sue scorrettezze sono emerse in seguito a un clamoroso crack, è diventato il nemico pubblico numero uno. Ma come giustificare la sua condanna morale, se il suo comportamento appare, in fondo, coerente?
In effetti, sul piano teorico è quasi impossibile confutare l’utilitarismo con argomenti puramente razionali; da questo punto di vista dovremmo “ingoiare” il disgusto per un individuo del genere. Ma questo è abbastanza impossibile. L’unica via percorribile consiste nel rilevare che i suoi pur sempre nobili precetti non sono compatibili con la natura umana, cioè con una solida teoria antropologica. Nell’uomo l’altruismo - e qui bisogna andare oltre l'ipocrisia - è anzitutto un mezzo di edificazione comunitaria, non un dispositivo astratto “per aiutare il prossimo” chiunque esso sia. Bankman-Fried aveva obblighi comunitari verso i (ben conosciuti) prestatori a cui chiedeva denaro, ma nessun vincolo verso gli (anonimi) ultimi della Terra, ossia i beneficiari delle truffe che egli giudicava moralmente lecite. Ma questo, per quanto detto sulla natura umana, non è “altruismo”; e senza l'etichetta di "altruismo" le sue operazioni restano quelle che sono: delle truffe.

venerdì 20 febbraio 2026

arte definitivo il grande rilassamento ------ deriva da rilassamento

 L'ARTE COME DECADENZA


Gli schieramenti in campo sulla natura dell’arte sono due: c’è chi la ritiene utile (ADATTAZIONISTI) e chi la ritiene un piacere inutile (COLLATERALISTI).

I primi hanno le loro teorie: per alcuni nasce dall’esigenza di impressionare, esibendo segnali costosi (alla maniera della coda del pavone); per altri nasce dall’esigenza di “coalizzare” un gruppo (come fanno i decoratori d’altari). I secondi, invece, rinunciano alle teorie e considerano l’arte alla stregua di una "torta sovraccarica di zuccheri", capace di sviare e sedurre alcune nostre facoltà nate in passato per altri scopi (come rintracciare nella foresta cibi energetici).

Indecisi su dove stare? Nel dubbio c’è sempre una terza teoria, in cui mi sono imbattuto in treno all'altezza di Parabiago. L'arte come decadenza intrinseca. Questo autore indiano che stavo leggendo sostiene che gli ADATTAZIONISTI sono utili per isolare l’origine dell’arte, mentre i COLLATERALISTI lo sono per spiegarne l’evoluzione verso un'arte così come la conosciamo oggi. Per capire occorre concentrarsi sugli uccelli.

Prendiamo la “teoria del pavone”: le code impressionano per bellezza e spreco, proprio come l’arte. Ma le code, in fondo, sono più o meno tutte uguali: questa non è arte! Il canto di un certo fringuello bengalese di cui non ricordo il nome scientifico è altrettanto bello, ma anche molto più vario. Perché? Finché le pressioni evolutive erano forti, tutti i fringuelli miravano a un benchmark omogeneo sotto il quale si creasse una gerarchia di abilità, come i pavoni, ritrovandosi a cantare lo stesso canto più o meno bene. Quando tali pressioni diminuirono per la presenza di "femmine garantite, le abilità rimasero nel cervello, ma che farsene? Ogni fringuello cominciò a utilizzarle come meglio credeva a seconda della situazione contingente, il canto si mutò a casaccio: non serviva più a perseguire un unico obbiettivo, ma veniva ugualmente impiegato in modo più disinvolto. I fringuelli cominciarono a cantare anche quando si facevano la barba e la bellezza cominciò a fiorire in modo più variegato.

E che dire del decoratore del tempio? Non lo so ma posso immaginare una storia analoga: una volta che la coesione sociale fu garantita da altre istituzioni - tetre e in grisaglia - il decoratore si ritirò a vita privata, dove anziché fare l'umarell mise a frutto la propria perizia realizzando, liberato da ogni ordine dall'alto - opere personali. La produzione complessiva cominciò a dipendere dal gusto individuale o dal libero mercato (il gusto individuale di una moltitudine) e divenne molto più varia, esattamente come lo è l’arte che ti circonda oggi. L'arte nella sua versione conosciuta è quindi il prodotto di un "rilassamento", di istinti degradati e alla deriva poiché non più di utilità primaria. L'arte è "decadente" per natura.

Insomma, la nascita dell’arte dipende da taluni vincoli ambientali (selezione sessuale e competizione tra gruppi), e questo spiega la sua universalità. Ma l’arte come la conosciamo deriva piuttosto da un “rilassamento” di quei vincoli, e questo spiega la sua varietà. Immaginatevi un fiume con argini robusti che vengono poi a mancare nella seconda parte del tragitto, il suo tracciato sarà prevedibile nella prima parte e indeterminato quanto confuso quando comncerà ad impaludarsi. L'arte di oggi è la palude di quel fiume.

La conclusione è che non abbiamo un istinto artistico, e temo che questa affermazione non piacerà a molti. L'idea dell'arte come istinto è rassicurante. Per gli amanti dell'arte, se l'arte non riflette un istinto, diventa banale, frivola e un lusso nato da una società indulgente. Ma noi non abbiamo un istinto nemmeno per la lettura e la scrittura, eppure pochi sosterrebbero che leggere e scrivere siano attività banali.

p.s. mi sono ricordato il nome dell'autore di cui parlo: Anjan Chatterjee MD

giovedì 19 febbraio 2026

disaccordo definitivo

 CREDERE O NON CREDERE?

La teoria dei giochi fornisce un teorema volto a dimostrare che due persone ragionevoli, affidabili e dotate di conoscenza comune non possono mai trovarsi in disaccordo, neppure su una questione banale, come stabilire se l’auto transitata cinque minuti prima fosse grigio topo o grigio talpa. L’argomento è piuttosto intuitivo: se, dopo aver raccolto tutte le informazioni disponibili, mi accorgo che un individuo con le suddette caratteristiche è in disaccordo con me, tale circostanza costituisce un’informazione rilevante che mi obbliga ad aggiornare le mie credenze; e lo stesso vale per lui. Supponendo finito lo spazio delle posizioni possibili, questo processo giunge a quiete — ossia a equilibrio — soltanto quando le due posizioni coincidono. L’accordo è dunque necessario. Eppure i disaccordi proliferano. Perché? Forse vi sono informazioni che non possiamo, o non riusciamo, a trasmettere all’altro. Oppure non confidiamo mai pienamente nella razionalità altrui. Ognuno formuli la propria ipotesi. Può darsi, tuttavia, che le due parti in conflitto risiedano in un unico cervello; in tal caso è difficile sostenere che non comunichino tra loro o che non si accordino reciprocamente fiducia. Di fronte alla questione cruciale evocata dal titolo, mi sono trovato in una condizione simile: in certi periodi mi sentivo un credente convinto, in altri no. Come ho trovato requie — ormai da oltre un anno? Molto semplicemente: in alcuni ambiti agisco "come se" Dio esistesse, in altri "come se" Dio non esistesse. In genere, quando si tratta di vivere, assumo la prima modalità; quando si tratta di conoscere, la seconda. L’alternanza delle identità subentra così al conflitto delle idee e all’assurdo disaccordo tra personalità razionali, affidabili e dotate di conoscenza comune. Il convenzionalismo, tuttavia, è una filosofia piuttosto fragile; perciò elimino quel “come se”, attenuando la portata dei concetti metafisici di realtà, verità e simili. In questo senso le filosofie postmoderne, e soprattutto il pragmatismo (che sono di fatto un "addio alla filosofia"), offrono un valido sostegno. Si approda così a una posizione che definirei eclettica, sulla quale è lecito obbiettare interrogarsi in termini psicologici, chiedendosi cioè se una condizione del genere sia possibile, se sia autentica. Ma si tratta di una domanda empirica: prova e vedrai se funziona. Per quanto mi riguarda, sembra funzionare abbastanza. Sono consapevole dell’esistenza di alternative canoniche che mirano a rendere razionalmente compatibili i due ambiti, inglobando il primo nel secondo o viceversa; tuttavia avverto tali tentativi come costruzioni intellettuali artificiose, come razionalizzazioni ad hoc: qualcosa che i miei maestri ideali — da Popper in giù — mi hanno sempre insegnato a considerare demoniaco e, pertanto, da evitare.

progresso definitivo

  PASOLINI NATURALIZZATO

L’uomo agisce per migliorare la propria condizione; ma, affinché tale impulso non venga meno, egli deve rimanere costantemente insoddisfatto, e la natura provvede a predisporre un meccanismo idoneo a tal fine. Il progresso, dunque, sussiste proprio perché non reca un effettivo miglioramento alla condizione umana: in ultima analisi, il progresso esiste perché non esiste alcun progresso reale.

giovedì 12 febbraio 2026

L’ARGOMENTO ONTOLOGICO IMPLICA PANTEISMO?

 L’ARGOMENTO ONTOLOGICO IMPLICA PANTEISMO?

L’argomento ontologico esiste in mille forme; qui ho in mente Cartesio, e non so se quanto dirò, con le opportune variazioni, valga anche negli altri casi. Parto con una parafrasi a memoria di Cartesio (correzioni ben accette se rilevanti): «… la causa di qualcosa deve essere almeno "altrettanto reale" del suo effetto… dato che sono un essere pensante e ho in me l’idea di Dio, qualunque sia, alla fine, la causa della mia esistenza, bisogna ammettere che anch’essa è un essere pensante e che possiede in sé l’idea e tutte le perfezioni che attribuisco alla divinità. Allora ci si può chiedere se questa causa debba la sua origine ed esistenza a se stessa o a qualche altra causa. Se è autoesistente, questa causa è Dio; perché, dato che ha la perfezione dell’autoesistenza, deve anche, senza dubbio, avere il potere di possedere effettivamente ogni perfezione di cui ha l’idea, cioè tutte le perfezioni che penso appartengano a Dio. Ma se la sua esistenza dipende da un’altra causa, ci chiediamo di nuovo, per lo stesso motivo, se questa seconda causa esista da sola o attraverso un’altra, finché, passo dopo passo, arriviamo alla causa ultima, che sarà Dio». Insomma, per come l’ho capito: un essere può produrre solo esseri meno perfetti di sé. Dunque qualsiasi essere, risalendo a ritroso, implica Dio, l’essere perfetto. Aggiungiamo alcune assunzioni del caso: la perfezione include l’esistenza, per esempio (e così liquidiamo Kant e non ci pensiamo più). Va escluso anche che l’induzione “verso l’alto” fino a Dio si arresti arbitrariamente da qualche parte, con un essere che esiste senza ragione o che è sorto dal nulla. Certo, esistono esempi concreti in cui le creazioni risultano “migliori” dei loro creatori: genitori mediocri possono generare un genio; oppure un programmatore può creare un’AGI potentissima e intelligentissima. Ma ammettiamo di cavarcela con qualche espediente filosofico, che non manca mai. A questo punto occorre definire l’“imperfezione”, e di solito si conviene nel ritenerla una mancanza di qualcosa (un po’ come la concezione agostiniana del male: una mancanza di bontà). Ragioniamo ora, per esempio, sulla dimensione geografica: io sono imperfetto perché sono presente in Italia ma non in Australia, mentre tu sei imperfetto perché sei presente in Australia ma non in Italia. Ma che dire del nostro creatore? Ebbene, l’unione delle tue perfezioni e delle mie perfezioni include l’essere presente in Australia e l’essere presente in Italia; perciò il nostro creatore sarà, come minimo, presente in entrambi i luoghi. Immaginiamo di fare lo stesso per tutte le cose e quindi per tutti i luoghi dell’universo: otteniamo un’idea di dove si situa il “Dio” perfetto: ovunque. Dubbio: ma questo Dio perfetto può essere presente esattamente dove sono presente io? Vedo tre alternative: o un essere perfetto può coesistere con un essere inferiore in un luogo; oppure non può, e viene sfrattato da quel luogo o sfratta lui l’essere inferiore. Io di certo non posso sfrattare Dio, perché lo renderei imperfetto. Se lui mi sfrattasse, mi annichilirebbe, il che è imbarazzante. Non resta che convivere in qualche modo, ma come? Come può “qualcosa” esistere dove esisto già io? Pensare a un bizzarro miscuglio informe di me e del mio creatore è ostico. Potrei introdurre uno spazio a “più dimensioni”, collocando me in una, Dio nell’altra ed entrambi nella stessa dimensione geografica; ma a quel punto la mancata presenza di Dio nella dimensione dove sto da solo lo renderebbe imperfetto, facendo ripartire il rompicapo. Ho l’impressione che questo “inseguimento” finisca con l’assorbimento dell’intera realtà da parte del Dio perfetto: qualcosa che mi evoca l’idea panteista. P.S. Vorrei solo dire, tanto per giocare a carte scoperte, che non amo particolarmente l’argomento ontologico, né l’idea panteista. Se c’è qualcosa di vero in quanto ho appena detto, ciò mi offre l’occasione di radunarli in un unico bersaglio e magari di indurre chi ama l’argomento ma non ama il panteismo (o viceversa) ad abbandonare le cattive compagnie.

AGNOSTICISMO - LIBERALISMO E NON SCELTA - LA NON IDEOLOGIA - IDEOLOGIA DEFINITIVO

 NON SCEGLIERE MAI


La modernità che rifiuta Dio può fondarsi sul calcolo o sul dubbio. La prima via fallisce, poiché resta dogmatica quindi intrinsecamente religiosa; non rimane dunque che la seconda. Ma l’uomo non può vivere nel dubbio e, quando afferma di farlo, probabilmente mente. Come rimediare?

Una soluzione apparentemente buona consiste nel “non scegliere”; ma è un semplice spostamento del problema, perché non possiamo davvero “non scegliere”. Per aggirare il dilemma, potrei ispirarmi alla tradizionale contrapposizione tra “bene” e “male”, risolta brillantemente affermando che il primato del bene non si dimostra osservando che è “migliore del male”, bensì notando che “ricomprende anche il male”. Il bene non prevale: viene semplicemente prima.

Trasferiamo questa logica ai nostri giorni, esempio a mere finalità didattiche: capitalismo o socialismo? Prevale il primo non perché sia migliore, ma perché ricomprende anche il secondo. Insomma, di fronte al dilemma, l’uomo dubbioso non sceglie: fa un passo indietro… e, in questo caso, si ritrova nel capitalismo.

L’uomo dubbioso, quindi, è necessariamente liberale: non sceglie. Paralizzato dai propri dubbi, arretra rispetto alla scelta proposta. Fa un passo indietro. Non sei liberale perché preferisci l’ideologia liberale a quella comunitaria (o cristiana, o autoritaria, o post-liberale, o altro). No: di fronte a scelte di questo genere ti senti immobilizzato. Sei liberale perché il liberalismo ti consente di “scegliere meno”, magari rifugiandoti nell’idea che “ognuno scelga per sé”, o qualcosa di simile. Il liberalismo “viene prima”: precede tutti i calcoli, anche quelli “modernisti”.

Naturalmente, la questione si puo' incorniciare facendo apparire anche la "scelta del passo indietro" come una scelta a tutti gli effetti. Tuttavia, penso proprio che pensare in questi termini possa essere d'aiuto a coniugare la necessità di "scegliere" con il dovere di "non scegliere".

martedì 10 febbraio 2026

L'ODIO SCAGIONATO

 L'ODIO SCAGIONATO


I social sono un ricettacolo d'odio ma io, che sono vicino alla santità, amo chi mi odia. Lo amo a patto che mi comprenda o mi faccia sentire compreso. D'altronde, apprezzo ma non stimo molto chi mi approva senza capirmi, per esempio chi mi considera un "simpatico provocatore bastian contrario". In altri termini, mi sento pronto, su questa linea del "c'è di peggio", ad una rivalutazione dell'odio per il prossimo, o quanto meno a scagionarlo da molte accuse ingiuste. Tuttavia poiché occorre un capro espiatorio, chi mettere sul banco degli imputati in sua vece? Il mio candidato: la pigrizia. Sui social, ma anche altrove, il problema del dibattito pubblico non è la rabbia, ma la distorsione del significato, che nessuno - per pigrizia! - si prende la briga di chiarire, a volte anche a se stesso. Prima di partire con la scarica di insulti avete mai visto qualcuno che chieda "precisazioni"? O qualcuno disposto a darne nonostante la scarica di insulti ricevuti? No. Siamo pigri. E visto che mi sono appena proclamato santo, mi sento in dovere di chiosare che sono il primo a leggere male le obiezioni che mi vengono rivolte, una volta sentito come "suonano" è difficile per me mantenere oltre la concentrazione. Ma ribadisco che un disaccordo è disfunzionale solo se contiene una rappresentazione distorta che almeno una delle parti non sta cercando di correggere, una riluttanza originata spesso dalla pigrizia. L'interpretazione caritativa è faticosa, e noi siamo pigri. Ho anche un secondo candidato: la paura. Paura e pigrizia lavorano sempre in coppia: di fronte al diverso la paura spinge la pigrizia che, oltre che comoda, a quel punto diventa anche utile per preservare l'integrità della bolla in cui abitiamo e che ci garantisce il riposo. La natura dei social, poi, aiuta, fa incontrare il tipo strano creando una massa di "strani". Chi ieri si arrampicava sugli specchi a mani nude, oggi gode di ventose di ultima generazione. I gruppi ideologici online, anche i più sballati, assomigliano sempre più a campi accademici: torri di astrazione sempre più alte che facilitano la comunicazione interna e rendono impossibile quella esterna. Nel contattarli, non possiamo presumere di sapere cosa significhi una parte finché non sappiamo cosa significhino tutte. Il disaccordo non è più tra singole opinioni, ma tra sistemi incommensurabili, un po' come i paradigmi scientifici di Kuhn. In queste condizioni, più informazione e più istruzione non riducono il caos, ma lo amplificano.

lunedì 9 febbraio 2026

TUTTO è CALCOLO

 TUTTO E' CALCOLO?

Essere conformisti ci "para le spalle" nel modo migliore ma talvolta, specie dove il rischio è esiguo e la nostra competenza sopra la media, ci piace provare il brivido della creatività e dell'apprezzamento di cui gode una persona originale. Cosa facciamo in questi casi, più o meno consapevolmente? Beh, poiché è ragionevolmente supporre che in passato abbiamo vissuto questa esperienza, la cosa più sensata è recuperare quella modalità di agire applicandola su un altro contenuto. Ho appena ricondotto il pensiero creativo a pensiero statistico, operazione per molti "impossibile". E ci si ricordi che nella ricetta statistica della creatività puo' trovare posto anche un ingrediente essenziale come la "randomizzazione". Perché no? Insomma, diffido di chi senza prove dà per scontato che il nostro cervello non sia una mera macchina statistica, di chi assume come un dogma che l'epistemologia non sia una stereotipologia, dovrebbe bastare il motto della mia bacheca a sancire questo sospetto.

neoliberismo

 Il neo-liberismo è il liberalismo dei convertiti. Si dice che alla sua origine ci fossero Reagan e Thatcher ma questi due personaggi avevano ancora un'ideale classico: il primo restava un cow-boy e la seconda una figlia di bottegai. Ad aizzare l'odio puro per qesta ideologia fu il suo successo, e, quindi, l'inevitabile conversione a sinistra di personaggi come Clinton, Blair, giù giù fino al nostrano Renzi. Per non dire di istituzioni internazionali come l' FMI e la Banca Mondiale, tradizionalmente progressiste e dedite ai "trapianti culturali". Costoro accettarono l'idea di fondo realizzandola sistematicamente con una sorta di tecnocrazia del tutto estranea all'idea classica sorta nella Scozia di fine XVIII secolo di Hume e Smith.

sabato 31 gennaio 2026

una teoria della coscienza definitivo

 

Versione breve: pensiamo su due dimensioni: la coscienza pensa l'inganno, l'incoscienza la verità. La coscienza è il nostro addetto stampa, l'incoscienza il nostro agente segreto.

Versione lunga:

Una teoria della coscienza.

Definire la coscienza è impresa inane, quando leggo su questo tema non riesco mai a capirci molto, se non che i vari tentativi falliscono. Meglio allora dedicarsi a comprendere a cosa serva la coscienza, qui le cose sono un po' più chiare. Ecco la teoria al momento più convincente, almeno per me.

Noi siamo gli unici animali con una mente divisa in due poiché, per avere successo, dobbiamo fare delle cose pensando di farne altre. Siamo infatti immersi nei cosiddetti paradossi sociali, e sopravvive solo chi sa nuotare bene in questo elemento. Eccone qualcuno, tanto per far capire i problemi che ci ritroviamo di fronte:

Cerchiamo di ottenere status pensando di non preoccuparci dello status.

Sfidiamo “coraggiosamente” il comune sentire affinché il comune sentire ci percepisca benevolmente.

Realizziamo arte "sovversiva" rivolta all'apprezzamento di chi è al vertice del "sistema" da sovvertire.

Non ci importa cosa pensano gli altri di noi, ma vogliamo che pensino bene di noi.

Evitiamo di difendere la nostra reputazione per difendere meglio la nostra reputazione.

Ci ribelliamo al conformismo, esattamente come tutti gli altri.

Dimostriamo umiltà per dimostrare la nostra superiorità morale.

Consumiamo a man bassa prodotti che siano simbolo dell'anti-consumismo.

Noi non giudichiamo, a differenza di tutti quegli altri stronzi che giudicano.

Evitiamo di manipolare le persone per risultare affidabili e convincerle a seguirci.

Denunciamo chi si atteggia a virtuoso per dimostrare che siamo più virtuosi di loro.

Competiamo per essere meno competitivi degli altri.

Evitiamo di essere in cerca di attenzioni affinché gli altri prestino attenzione a noi.

Cerchiamo di non presenziare affinchè ci si noti di più.

Condividiamo opinioni impopolari con cui tutti, almeno nella nostra bolla, sono entusiasticamente d'accordo.

Cerchiamo di apparire sexy senza sforzarci di apparire sexy.

Aiutiamo chi è nel bisogno, indipendentemente dal nostro interesse personale, perché essere visti come il tipo di persona che aiuta chi è nel bisogno indipendentemente dal nostro interesse personale, è nel nostro interesse personale.

Ci sottovalutiamo per dimostrare che dovremmo essere valutati di più.

Facciamo beneficenza, ma solo in forma anonima, per ottenere maggior credito quando la cosa trapela.

Aiutiamo i nostri amici senza aspettarci nulla in cambio, perché sappiamo che loro farebbero lo stesso per noi.

Mostriamo a tutti il ​​nostro vero, autentico io, non quello che la società vuole che siamo, perché è quello che la società vuole che siamo.

Eccetera.

Per agire in questo modo abbiamo bisogno di pensare su due dimensioni: una dimensione falsa che chiamerò "cosciente" e una dimensione veridica che chiamerò "incosciente". Nella dimensione cosciente dirò quello che la gente vuol sentir dire di me e che io stesso amo pensare di me, a questo serve la coscienza. Con la dimensione incosciente guiderò con cura la mia azione effettiva, esattamente come fanno gli animali. Chiamiamo carismatica la personalità particolarmente abile nel muoversi all'interno del paradosso sociale.



Versione breve: l'impasse strategico (teoria dei giochi) porta ad un'accelerazione del pensiero che si trasmuta in coscienza producendo l'autoinganno e l'inganno altrui.


Tesi: La coscienza nasce per autoingannarci, così da poter ingannare il nostro prossimo.

La coscienza è un' esperienza soggettiva e, in quanto tale, impossibile da descrivere rigorosamente. Possiamo senza danno considerarla come inesistente nella realtà, tuttavia vale la pena di raccontarsi una storia stilizzata di come siano emerse nell'uomo alcune esigenze che rendono necessarie talune facoltà chiaramente imparentate con cio' a cui ci riferiamo quando usiamo il termine coscienza.
Come nasce la coscienza? Possiamo immaginare una condizione in cui siamo tutti "animali privi di coscienza" e, per semplificazione, considerarci come macchine. Ogni macchina si impadronisce di una nicchia evolutiva, senonché la nicchia dell'uomo è del tutto particolare, risulta cioè dotato di una straordinaria capacità di calcolo [possibile anche senza coscienza] che lo rende particolarmente adattabile e in grado di anticipare i comportamento altrui. Grazie a questa facoltà diventa rapidamente il predatore dominante; resta però in difficoltà quando si tratta di elaborare strategie che riguardino le relazioni tra uomini. Ben presto, infatti, il semplice calcolo non basta più.
Come procedere in questi casi?
La situazione è complessa: posso tentare una previsione, ma se nel mio modello assumo che anche il mio competitore sia dotato di capacità di calcolo, ogni piano viene neutralizzato. Non resta che ricorrere alla forza bruta. È qui che entrano in gioco i principi, per esempio i principi morali. Essi non nascono come risposta contingente al blocco strategico, ma sono già disponibili: emergono storicamente per rendere possibile il coordinamento comunitario, per saldare individui in gruppi più ampi e coerenti, aumentando così la capacità di violenza esercitabile verso l’esterno.
Il numero è forza, e la forza rende meno urgente la strategia: proprio cio' che si cerca quando non si è in grado di elaborare una strategia all’altezza: la forza supplisce al calcolo, riduce la necessità di prevedere ogni mossa dell’avversario, ci fa uscire dal blocco e annienta qualsiasi opposizione semplicemente per sovrabbondanza di potenza. Quando non posso individuare la strategia vincente, dunque, mi affido a principi che già ho introiettato come punti focali di coordinamento. Non posso dare scacco matto? Mi limiterò a fare "la mossa giusta".
A questo punto, però, se agisco rigidamente per principi divento prevedibile e dunque potenziale vittima di chi torna a utilizzare il calcolo contro di me. Nel frattempo, però, ho introiettato le categorie di giusto e sbagliato, l’idea stessa di fare la cosa giusta o quella sbagliata. Come posso rendermi imprevedibile pur disponendo di un apparato di principi che definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? La via d’uscita è l’interpretazione dei principi. Lo sforzo interpretativo, grazie alla vasta area di arbitrarietà, mi consente di restare imprevedibile e, al tempo stesso, autoingannarmi sulla mia fedeltà ai dogmi di partenza. L'interpretazione puo' esserci prima (dando al principio un significato imprevedibile) o dopo (razionalizzando qualsiasi comportamento per renderlo coerente al principio).
Due piccioni con una fava: l’imprevedibilità disorienta chi fonda i propri calcoli su di me; la fedeltà, invece, mantiene coeso il gruppo e quindi ne preserva la forza. In questo modo divento insieme forte e non anticipabile. Naturalmente anche i gruppi avversari percorrono la stessa strada, in una corsa agli armamenti che rende la nostra specie particolarmente avanzata lungo questa linea evolutiva.
Ma perchè la coscienza nasce gradualmente con l'autoinganno? Poichè quest'ultimo atto è manipolatorio, deve sdoppiare le dimensioni: una reale e una finzionale. E' proprio questo sdoppiamento lo specifico della coscienza.
Bibliografia:

lunedì 26 gennaio 2026

DDESTRA FELICE

DESTRA FELICE

Se, rispetto alle persone di sinistra, le persone di destra risultano più felici, godono di una migliore salute mentale — o comunque la si voglia definire — quale potrebbe esserne la ragione? Le possibilità generali sono tre:

- L’appartenenza alla sinistra produce esiti psicologici negativi.

- Stati psicologici problematici predispongono le persone a sinistra.

- Esiste un tratto X che correla sia con l’essere di sinistra sia con determinati esiti psicologici.

La mia ipotesi preferita è questa: le persone di sinistra abbracciano la cultura della terapia, e vi sono evidenze secondo cui un’eccessiva focalizzazione sui problemi psicologici finisce per amplificarli.

sabato 24 gennaio 2026

STRATEGIA

La razionalità strumentale sappiamo tutti cos'è. La razionalità strategica è simile, senonchè accetta il fatto che è talvolta razionale essere irrazionali, cosa che non può fare la prima senza cadere in contraddizione.

HOMO ECONOMICUS

HOMO ECONOMICUS

L’economista costruisce i propri modelli formali assumendo operatori razionali e perfettamente informati. Questa impostazione si espone a numerose critiche, poiché gli individui reali che agiscono sui mercati sono tutt’altro che razionali e perfettamente informati. A questo punto si impone una risposta che contrasti efficacemente tale obiezione. Se gli individui fossero, almeno in larga parte, irrazionali in senso radicale, l’impresa di difendere la figura dell’homo economicus sarebbe destinata al fallimento. Tuttavia, osserviamo che, sebbene raramente gli individui siano razionali in senso strumentale, essi mostrano spesso una forma di razionalità strategica. Ma cosa significa esattamente questo? In cosa consiste la differenza tra razionalità strumentale e razionalità strategica?

La razionalità strategica, in termini semplici, riconosce che talvolta può essere razionale il mostrarsi irrazionali. E il modo più efficace per apparire irrazionali è, paradossalmente, esserlo davvero — ma in maniera strategica. Essa consiste, essenzialmente, nell’assumere impegni che, dal punto di vista dell’homo oeconomicus, apparirebbero irrazionali: impegni morali, di principio, religiosi o comunque vincoli autoimposti che limitano la massimizzazione dell’utilità individuale nel breve termine, ma che nel lungo periodo generano effetti prevedibili e credibili agli occhi degli altri attori, rendendo quindi strategicamente vantaggioso il vincolo stesso. L’individuo strategicamente razionale si rende affidabile proprio in virtù dell’irrevocabilità di certi suoi impegni, anche quando questi appaiono, a uno sguardo strumentale, controproducenti.

Se le cose stanno così, sarà allora possibile ricondurre l’uomo strategicamente razionale all’uomo strumentalmente razionale, legittimando così l’impiego dell’homo economicus almeno come utile semplificazione dell’uomo reale, ovvero dell’individuo dotato di razionalità strategica.

Va inoltre precisato che gli economisti non assumono l’homo oeconomicus per puro arbitrio o per una deliberata volontà di allontanarsi dalla realtà empirica: lo fanno perché questa figura ideal-tipica consente una modellizzazione matematica dei comportamenti economici più semplice, astratta e generalizzabile possibile. In assenza di tale semplificazione, l’economia si ridurrebbe a un racconto impressionistico dei comportamenti umani, rinunciando alla formalizzazione teorica e cadendo nell’aneddotica — ovvero, orrore!, nel dominio della sociologia.

Questa operazione appare praticabile non tanto concentrandosi sui singoli agenti, quanto piuttosto sull’ambiente in cui essi operano: il mercato. Il mercato, in quanto istituzione, manifesta una razionalità propria, indipendentemente dal fatto che in esso agisca l’homo economicus o l’homo strategicus.

Gary Becker ha elaborato un argomento economico ingegnoso per mostrare che la teoria della scelta razionale (Rational Choice Theory, RCT) conserva una funzione euristica utile nell’economia, a prescindere dalla sua veridicità, idealizzazione o aderenza al realismo. Nell’articolo “Irrational Behavior and Economic Theory”, Becker si sforza di dimostrare che la validità delle ipotesi di RCT è irrilevante rispetto al suo ruolo nella teoria economica. Egli comincia col richiamare l’attenzione sul vero oggetto d’interesse dell’economia: la razionalità dei mercati. La confusione, secondo Becker, nasce dal fatto che l’analisi e il dibattito si sono spostati dall’ambito del mercato a quello dell’individuo, distogliendo l’attenzione dal centro d’interesse dell’economista. Se Becker riesce a dimostrare che gli agenti economici — razionali o meno — sono costretti dal mercato ad agire in modi che appaiono razionali alla luce della RCT, allora sarà legittimo utilizzare tale modello come strumento sintetico per descrivere il comportamento ottimizzante dei mercati, indipendentemente dal fatto che i singoli individui agiscano effettivamente in modo razionale.