sabato 31 gennaio 2026

una teoria della coscienza definitivo

 

Versione breve: pensiamo su due dimensioni: la coscienza pensa l'inganno, l'incoscienza la verità. La coscienza è il nostro addetto stampa, l'incoscienza il nostro agente segreto.

Versione lunga:

Una teoria della coscienza.

Definire la coscienza è impresa inane, quando leggo su questo tema non riesco mai a capirci molto, se non che i vari tentativi falliscono. Meglio allora dedicarsi a comprendere a cosa serva la coscienza, qui le cose sono un po' più chiare. Ecco la teoria al momento più convincente, almeno per me.

Noi siamo gli unici animali con una mente divisa in due poiché, per avere successo, dobbiamo fare delle cose pensando di farne altre. Siamo infatti immersi nei cosiddetti paradossi sociali, e sopravvive solo chi sa nuotare bene in questo elemento. Eccone qualcuno, tanto per far capire i problemi che ci ritroviamo di fronte:

Cerchiamo di ottenere status pensando di non preoccuparci dello status.

Sfidiamo “coraggiosamente” il comune sentire affinché il comune sentire ci percepisca benevolmente.

Realizziamo arte "sovversiva" rivolta all'apprezzamento di chi è al vertice del "sistema" da sovvertire.

Non ci importa cosa pensano gli altri di noi, ma vogliamo che pensino bene di noi.

Evitiamo di difendere la nostra reputazione per difendere meglio la nostra reputazione.

Ci ribelliamo al conformismo, esattamente come tutti gli altri.

Dimostriamo umiltà per dimostrare la nostra superiorità morale.

Consumiamo a man bassa prodotti che siano simbolo dell'anti-consumismo.

Noi non giudichiamo, a differenza di tutti quegli altri stronzi che giudicano.

Evitiamo di manipolare le persone per risultare affidabili e convincerle a seguirci.

Denunciamo chi si atteggia a virtuoso per dimostrare che siamo più virtuosi di loro.

Competiamo per essere meno competitivi degli altri.

Evitiamo di essere in cerca di attenzioni affinché gli altri prestino attenzione a noi.

Cerchiamo di non presenziare affinchè ci si noti di più.

Condividiamo opinioni impopolari con cui tutti, almeno nella nostra bolla, sono entusiasticamente d'accordo.

Cerchiamo di apparire sexy senza sforzarci di apparire sexy.

Aiutiamo chi è nel bisogno, indipendentemente dal nostro interesse personale, perché essere visti come il tipo di persona che aiuta chi è nel bisogno indipendentemente dal nostro interesse personale, è nel nostro interesse personale.

Ci sottovalutiamo per dimostrare che dovremmo essere valutati di più.

Facciamo beneficenza, ma solo in forma anonima, per ottenere maggior credito quando la cosa trapela.

Aiutiamo i nostri amici senza aspettarci nulla in cambio, perché sappiamo che loro farebbero lo stesso per noi.

Mostriamo a tutti il ​​nostro vero, autentico io, non quello che la società vuole che siamo, perché è quello che la società vuole che siamo.

Eccetera.

Per agire in questo modo abbiamo bisogno di pensare su due dimensioni: una dimensione falsa che chiamerò "cosciente" e una dimensione veridica che chiamerò "incosciente". Nella dimensione cosciente dirò quello che la gente vuol sentir dire di me e che io stesso amo pensare di me, a questo serve la coscienza. Con la dimensione incosciente guiderò con cura la mia azione effettiva, esattamente come fanno gli animali. Chiamiamo carismatica la personalità particolarmente abile nel muoversi all'interno del paradosso sociale.



Versione breve: l'impasse strategico (teoria dei giochi) porta ad un'accelerazione del pensiero che si trasmuta in coscienza producendo l'autoinganno e l'inganno altrui.


Tesi: La coscienza nasce per autoingannarci, così da poter ingannare il nostro prossimo.

La coscienza è un' esperienza soggettiva e, in quanto tale, impossibile da descrivere rigorosamente. Possiamo senza danno considerarla come inesistente nella realtà, tuttavia vale la pena di raccontarsi una storia stilizzata di come siano emerse nell'uomo alcune esigenze che rendono necessarie talune facoltà chiaramente imparentate con cio' a cui ci riferiamo quando usiamo il termine coscienza.
Come nasce la coscienza? Possiamo immaginare una condizione in cui siamo tutti "animali privi di coscienza" e, per semplificazione, considerarci come macchine. Ogni macchina si impadronisce di una nicchia evolutiva, senonché la nicchia dell'uomo è del tutto particolare, risulta cioè dotato di una straordinaria capacità di calcolo [possibile anche senza coscienza] che lo rende particolarmente adattabile e in grado di anticipare i comportamento altrui. Grazie a questa facoltà diventa rapidamente il predatore dominante; resta però in difficoltà quando si tratta di elaborare strategie che riguardino le relazioni tra uomini. Ben presto, infatti, il semplice calcolo non basta più.
Come procedere in questi casi?
La situazione è complessa: posso tentare una previsione, ma se nel mio modello assumo che anche il mio competitore sia dotato di capacità di calcolo, ogni piano viene neutralizzato. Non resta che ricorrere alla forza bruta. È qui che entrano in gioco i principi, per esempio i principi morali. Essi non nascono come risposta contingente al blocco strategico, ma sono già disponibili: emergono storicamente per rendere possibile il coordinamento comunitario, per saldare individui in gruppi più ampi e coerenti, aumentando così la capacità di violenza esercitabile verso l’esterno.
Il numero è forza, e la forza rende meno urgente la strategia: proprio cio' che si cerca quando non si è in grado di elaborare una strategia all’altezza: la forza supplisce al calcolo, riduce la necessità di prevedere ogni mossa dell’avversario, ci fa uscire dal blocco e annienta qualsiasi opposizione semplicemente per sovrabbondanza di potenza. Quando non posso individuare la strategia vincente, dunque, mi affido a principi che già ho introiettato come punti focali di coordinamento. Non posso dare scacco matto? Mi limiterò a fare "la mossa giusta".
A questo punto, però, se agisco rigidamente per principi divento prevedibile e dunque potenziale vittima di chi torna a utilizzare il calcolo contro di me. Nel frattempo, però, ho introiettato le categorie di giusto e sbagliato, l’idea stessa di fare la cosa giusta o quella sbagliata. Come posso rendermi imprevedibile pur disponendo di un apparato di principi che definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? La via d’uscita è l’interpretazione dei principi. Lo sforzo interpretativo, grazie alla vasta area di arbitrarietà, mi consente di restare imprevedibile e, al tempo stesso, autoingannarmi sulla mia fedeltà ai dogmi di partenza. L'interpretazione puo' esserci prima (dando al principio un significato imprevedibile) o dopo (razionalizzando qualsiasi comportamento per renderlo coerente al principio).
Due piccioni con una fava: l’imprevedibilità disorienta chi fonda i propri calcoli su di me; la fedeltà, invece, mantiene coeso il gruppo e quindi ne preserva la forza. In questo modo divento insieme forte e non anticipabile. Naturalmente anche i gruppi avversari percorrono la stessa strada, in una corsa agli armamenti che rende la nostra specie particolarmente avanzata lungo questa linea evolutiva.
Ma perchè la coscienza nasce gradualmente con l'autoinganno? Poichè quest'ultimo atto è manipolatorio, deve sdoppiare le dimensioni: una reale e una finzionale. E' proprio questo sdoppiamento lo specifico della coscienza.
Bibliografia:

lunedì 26 gennaio 2026

DDESTRA FELICE

DESTRA FELICE

Se, rispetto alle persone di sinistra, le persone di destra risultano più felici, godono di una migliore salute mentale — o comunque la si voglia definire — quale potrebbe esserne la ragione? Le possibilità generali sono tre:

- L’appartenenza alla sinistra produce esiti psicologici negativi.

- Stati psicologici problematici predispongono le persone a sinistra.

- Esiste un tratto X che correla sia con l’essere di sinistra sia con determinati esiti psicologici.

La mia ipotesi preferita è questa: le persone di sinistra abbracciano la cultura della terapia, e vi sono evidenze secondo cui un’eccessiva focalizzazione sui problemi psicologici finisce per amplificarli.

sabato 24 gennaio 2026

STRATEGIA

La razionalità strumentale sappiamo tutti cos'è. La razionalità strategica è simile, senonchè accetta il fatto che è talvolta razionale essere irrazionali, cosa che non può fare la prima senza cadere in contraddizione.

HOMO ECONOMICUS

HOMO ECONOMICUS

L’economista costruisce i propri modelli formali assumendo operatori razionali e perfettamente informati. Questa impostazione si espone a numerose critiche, poiché gli individui reali che agiscono sui mercati sono tutt’altro che razionali e perfettamente informati. A questo punto si impone una risposta che contrasti efficacemente tale obiezione. Se gli individui fossero, almeno in larga parte, irrazionali in senso radicale, l’impresa di difendere la figura dell’homo economicus sarebbe destinata al fallimento. Tuttavia, osserviamo che, sebbene raramente gli individui siano razionali in senso strumentale, essi mostrano spesso una forma di razionalità strategica. Ma cosa significa esattamente questo? In cosa consiste la differenza tra razionalità strumentale e razionalità strategica?

La razionalità strategica, in termini semplici, riconosce che talvolta può essere razionale il mostrarsi irrazionali. E il modo più efficace per apparire irrazionali è, paradossalmente, esserlo davvero — ma in maniera strategica. Essa consiste, essenzialmente, nell’assumere impegni che, dal punto di vista dell’homo oeconomicus, apparirebbero irrazionali: impegni morali, di principio, religiosi o comunque vincoli autoimposti che limitano la massimizzazione dell’utilità individuale nel breve termine, ma che nel lungo periodo generano effetti prevedibili e credibili agli occhi degli altri attori, rendendo quindi strategicamente vantaggioso il vincolo stesso. L’individuo strategicamente razionale si rende affidabile proprio in virtù dell’irrevocabilità di certi suoi impegni, anche quando questi appaiono, a uno sguardo strumentale, controproducenti.

Se le cose stanno così, sarà allora possibile ricondurre l’uomo strategicamente razionale all’uomo strumentalmente razionale, legittimando così l’impiego dell’homo economicus almeno come utile semplificazione dell’uomo reale, ovvero dell’individuo dotato di razionalità strategica.

Va inoltre precisato che gli economisti non assumono l’homo oeconomicus per puro arbitrio o per una deliberata volontà di allontanarsi dalla realtà empirica: lo fanno perché questa figura ideal-tipica consente una modellizzazione matematica dei comportamenti economici più semplice, astratta e generalizzabile possibile. In assenza di tale semplificazione, l’economia si ridurrebbe a un racconto impressionistico dei comportamenti umani, rinunciando alla formalizzazione teorica e cadendo nell’aneddotica — ovvero, orrore!, nel dominio della sociologia.

Questa operazione appare praticabile non tanto concentrandosi sui singoli agenti, quanto piuttosto sull’ambiente in cui essi operano: il mercato. Il mercato, in quanto istituzione, manifesta una razionalità propria, indipendentemente dal fatto che in esso agisca l’homo economicus o l’homo strategicus.

Gary Becker ha elaborato un argomento economico ingegnoso per mostrare che la teoria della scelta razionale (Rational Choice Theory, RCT) conserva una funzione euristica utile nell’economia, a prescindere dalla sua veridicità, idealizzazione o aderenza al realismo. Nell’articolo “Irrational Behavior and Economic Theory”, Becker si sforza di dimostrare che la validità delle ipotesi di RCT è irrilevante rispetto al suo ruolo nella teoria economica. Egli comincia col richiamare l’attenzione sul vero oggetto d’interesse dell’economia: la razionalità dei mercati. La confusione, secondo Becker, nasce dal fatto che l’analisi e il dibattito si sono spostati dall’ambito del mercato a quello dell’individuo, distogliendo l’attenzione dal centro d’interesse dell’economista. Se Becker riesce a dimostrare che gli agenti economici — razionali o meno — sono costretti dal mercato ad agire in modi che appaiono razionali alla luce della RCT, allora sarà legittimo utilizzare tale modello come strumento sintetico per descrivere il comportamento ottimizzante dei mercati, indipendentemente dal fatto che i singoli individui agiscano effettivamente in modo razionale.

venerdì 23 gennaio 2026

COME NASCE IL DIRITTO

 ORIGINE DEL DIRITTO

Immagina di vivere in un quartiere periferico, dove il sistema di polizia è inefficiente o scarsamente organizzato. Un giorno, il tuo vicino ti chiama accanto alla recinzione per parlarti. Ti confida che portare la spazzatura alla discarica comunale ogni settimana gli risulta fastidioso, e ha deciso che, per lui, sarebbe molto più comodo scaricarla direttamente oltre la recinzione, sulla tua proprietà. Quando, ripreso fiato, cominci a richiamarlo ai principi del diritto di proprietà, egli ti propone una semplice analisi costi-benefici delle tue alternative. Gestire i suoi rifiuti ti costerebbe ogni settimana dieci o venti dollari in termini di tempo ed energie. Convincere le autorità cittadine che quei rifiuti non sono tuoi, spingerle a intervenire, partecipare a udienze in tribunale e sollevare un caso ti richiederebbe un dispendio di tempo e denaro ben maggiore. Ma, aggiunge, ha una proposta alternativa: che sia lui a produrre i rifiuti e qualcun altro a occuparsene è, a suo dire, una soluzione inefficiente. Molto meglio che sia lui stesso a gestirli, purché tu lo paghi. Per soli cinque dollari a settimana — meno della metà di quanto ti costerebbe la risposta più economica al problema — è disposto a non gettare più la spazzatura sul tuo terreno. È prevedibile che tu rifiuti questa "generosa" offerta, lo mandi al diavolo e, se persiste nel suo comportamento, sia disposto a spendere ben più di cinque, dieci o anche venti dollari a settimana per spingere le autorità competenti a intervenire. Perché? La risposta risiede in un comportamento che, nella sua versione umana, ricalca la territorialità osservata in molte specie animali — soprattutto uccelli e pesci, ma anche alcuni mammiferi. Gli animali territoriali marcano lo spazio che rivendicano e lo difendono con una strategia d'impegno: si attiva in essi un meccanismo che li induce ad attaccare con crescente ferocia un intruso della stessa specie, man mano che questi si addentra nel territorio. A meno che l’intruso non sia nettamente più forte, uno scontro violento risulta dannoso per entrambi, perciò, una volta compresa la determinazione del difensore, solitamente l’intruso si ritira. Tu, come un uccello o un pesce territoriale, adotti una strategia d'impegno più sofisticata, perché ciò che ti impegni a difendere non è un territorio fisico, ma un insieme di diritti. Ci sono aspetti delle relazioni interpersonali che ritieni inviolabili, e uno di questi è il diritto a non vedere scaricati rifiuti sulla tua proprietà. Per difendere tali diritti, sei disposto ad affrontare costi sproporzionati rispetto al danno immediato. Un altro modo per dirlo è che, se accetti il ricatto su piccola scala del tuo vicino, non esiste un limite chiaro a quanto lontano possa spingersi. Esistono infatti molteplici forme attraverso cui lui — o altri — potrebbero infliggerti costi o pretendere pagamenti per astenersi dal farlo. Mantenere una linea di resistenza netta contro simili pretese, anche a caro prezzo, costituisce un deterrente: scoraggia gli altri dal formularle. E se tali pretese non vengono avanzate, non sei costretto a sostenerne i costi, il che rende credibile il tuo impegno. Quel "no" è il punto di Schelling che scaturisce dalla percezione condivisa dei diritti individuali, tua e altrui. La logica di questa dinamica non richiede né l'esistenza di una legge, né il ricorso a principi morali condivisi. È sufficiente che entrambe le parti conoscano i diritti che ciascuno rivendica e riconoscano la particolarità e l’intangibilità di tali rivendicazioni. Una possibile spiegazione dell’ordine sociale è la moralità: individui che si astengono da omicidi, stupri e rapine perché li considerano moralmente riprovevoli. È una spiegazione plausibile, ma non è quella qui sostenuta. La tesi proposta è che, anche in assenza di un consenso morale, e persino in assenza di qualsiasi credenza morale, un sistema coerente di strategie d’impegno renda comunque possibile il coordinamento sociale. Una conseguenza di questa visione dell’ordine sociale è la smentita di Hobbes: una società può funzionare ordinatamente anche senza un sovrano onnipotente — o senza alcun sovrano — in modo ben più efficace di quanto egli ritenesse. Gli esempi più chiari provengono da società primitive senza Stato, come quella dei Comanche. Non avevano nulla che oggi definiremmo governo, ma atti come uccidere un uomo o sedurne la moglie comportavano conseguenze prevedibili, derivanti dalle strategie d’impegno degli altri membri della comunità. Conseguenze tali da rendere simili azioni molto meno frequenti rispetto a quanto accadrebbe nello stato di natura hobbesiano. Questo approccio al comportamento sociale consente una concezione dei diritti svincolata sia dalla legge sia dalla moralità, pur potendo essere da entrambe rafforzata. Il fatto che io abbia il diritto di non essere ucciso non implica che uccidermi sia moralmente malvagio o giuridicamente illecito. Ma costituisce, tuttavia, una ragione sufficiente per cui, nella maggior parte dei casi, non sarà nell’interesse altrui farlo.

giovedì 15 gennaio 2026

*** SULLA DESTRA STUPIDA

 ANCORA SULLA STUPIDITA' DELLA DESTRA


Gli studi dimostrano costantemente che le persone intelligenti sono più progressiste dal punto di vista sociale. Sebbene l'effetto non sia enorme, si riscontra praticamente in ogni dataset. Non devi offenderti, ripeto che l'effetto e tenue e probabilmente tu sei un conservatore sociale intelligente, ce ne sono molti. Sta di fatto che le persone intelligenti sono meno razziste, sessiste e omofobe. Sono meno religiose e meno nazionaliste. E sono più propense a sostenere la libertà di parola, l'immigrazione, la libertà sessuale, il diritto all'aborto, il matrimonio gay e la legalizzazione delle droghe. Perché? Due ipotesi:

1) Forse i progressisti sociali possono permettersi di coltivare "credenze di lusso", esattamente come i ricchi possono permettersi di sfoggiare "beni di lusso". Esempio, se liberalizziamo il divorzio o le droghe, molti soggetti "pagheranno cara" questa libertà. Altri, con più autocontrollo, ne avranno invece solo benefici. Il "liberal" appartiene a quest'ultima categoria e difende gli interessi della sua bolla, forse nemmeno sa che esiste vit anche fuori dalla sua bolla ed è indotto da questo a un errore cognitivo. L'uomo di destra sociale invece appartiene alla prima categoria e - frequentando un certo milieu - è ben cosciente di una fragilità diffusa.

2) I progressisti hanno un pensiero più pro-sociale ed esplorativo mentre i conservatori hanno un pensiero più cauto e diffidente. Se l'intelligenza generale è un adattamento per risolvere problemi evolutivamente nuovi, gli individui con un'intelligenza elevata dovrebbero essere più tolleranti verso le novità. Esempio: gli agenti patogeni erano un problema rilevante ieri, e stare alla larga dagli stranieri pagava in termini di sopravvivenza. In quest'ottica la diffidenza era una risorsa. Oggi i patogeni non sono più un grave problema e relazionarsi con lo straniero diventa la strategia migliore. In questa ottica l'intelligenza è la risorsa principale.

Ma la sinistra non si congratuli troppo con se stessa, quando ci si sposta nella sfera economica i termini si ripaltano: le soluzioni di destra (mercato e austerity) sono favorite dai più intelligenti mentre le soluzioni di destra (pianificazioni e regolamentazione) dalle persone con un IQ mediamente più basso.

*** REPRESSIONE => LIBERTA'

 Una società repressiva è spesso una società più libera. Esempio: se reprimi il crimine con durezza puoi permetterti più immigrazione. Una società che punta sulla prevenzione finisce nell'ingegneria sociale e nella repressione delle libertà.

mercoledì 14 gennaio 2026

COME FUNZIONA LA SCIENZA

COME FUNZIONA LA SCIENZA

Nel 1969, l’ecologo di Stanford Paul Ehrlich predisse che «a meno di una fortuna estrema, tutti scompariremo in una nube di vapore blu entro vent’anni». Nel 1970, il biologo di Harvard George Wald affermò che la civiltà sarebbe giunta al termine nel giro di trent’anni, qualora non si fosse intervenuti immediatamente sui problemi ambientali. Negli anni Settanta, diversi scienziati ipotizzarono l’avvento di una nuova era glaciale all’inizio del XXI secolo.
Nel 1958, H. A. Simon e Allen Newell sostennero che «entro dieci anni un computer digitale sarà campione mondiale di scacchi» e che «entro dieci anni un computer digitale scoprirà e dimostrerà un nuovo importante teorema matematico». Nel 1965, lo stesso Simon dichiarò che «entro vent’anni le macchine saranno in grado di svolgere qualsiasi lavoro eseguibile da un essere umano». Nel 1970, Marvin Minsky affermò infine: «tra tre e otto anni disporremo di una macchina dotata dell’intelligenza generale di un essere umano medio».

Questa è scienza seria fatta da scienziati seri con modelli seri. Quindi è quasi sempre sbagliata. Chi non sbaglia mai è il cartomante (e Renzi).

ON THE ROAD



ON THE ROAD

Nel porre mano al codice della strada, faccio sommessamente notare che i paesi con il maggior numero di incidenti stradali sono anche quelli in cui la donazione di organi e le vite salvate esplodono. Più vittime sulla strada, meno vittime in ospedale. Tuttavia, gradirei  che non vengano alzati troppo i limiti di velocità poiché, a meri fini retorici, mi servono per affermare in numerosi post "provocatori" che noi violiamo la legge decine di volte al giorno. Per me è un argomento importante. 

martedì 13 gennaio 2026

*** ICE

Diciamolo pure, ha esagerato, non è stato molto professionale, gli invasati, per quanto pericolosi e in possesso di armi letali improprie (automobilona sgasante) vanno gestiti in altro modo, anche se, lo capisco, sulla sua sensibilità gravavano precedenti ancora freschi capaci di turbarlo. Una sanzione disciplinare ci sta tutta, e forse anche di più.

PERCHE' DIO NON SI MANIFESTA IN MODO CHIARO, ESPLICITO E COMPRENSIBILE A TUTTI?

 PERCHE' DIO NON SI MANIFESTA IN MODO CHIARO, ESPLICITO E COMPRENSIBILE A TUTTI?

Non lo so. Però so che una buona dose di ipocrisia, almeno nella sfera pubblica, è indispensabile a rendere la cooperazione umana stabile, pacifica e benefica per tutti. Partirei da lì per comprendere come mai bene e verità non siano allineate. Forse Dio è più buono che sincero.

*** politica monetaria e del ciclo - definitivo

 Piramide degli interventi:


1) riduzione degli stipendi e deflazione (è l'azione naturale di mercato e non crea moral hazard)


2) ciclo delle regole (deregolamentare e defiscalizzare durante le crisi) (è l'incentivo più sano agli investimenti).


3) market monetarismo: intervento sulla quntità di moneta con target pil nominale secondo previsioni di mercato (feature su pil nominale o market prediction). Pro: preserva la struttura della produzione e previene le crisi. Contro: variabili indomabili: le preferenze sono segmentate (kling) e il mercato sabota gli strumenti intervenendo sulla velocità di circolazione (fischer black).


3) spesa pubblica. trascina le crisi all'infinito e crea indebitamento. Poi si presume anche che il livello della spesa sia già ottimale, per cui un eccesso crea sprechi.



lunedì 12 gennaio 2026

*** L'OBIEZIONE

 L'OBIEZIONE

Ho smarrito gran parte della mia sensibilità metafisica, e quando rifletto su Dio, le consuete obiezioni degli atei non riescono più a scuotermi. Perché esiste il male? Non so, forse Dio — pur essendo molto buono — non è perfettamente buono; pur essendo potentissimo, non è onnipotente; pur conoscendo infinitamente più di noi, non è onnisciente. Può Dio creare un masso tanto pesante da non riuscire a sollevarlo? Non so: sia l’affermazione che la negazione diventano accettabili, se si abbandona l’idea della perfezione assoluta e si accoglie quella di una quasi-perfezione. Alcune qualità divine, in fondo, sono state messe in iperbole per convenzione — a fini estetici o retorici — e non c’è nulla di sorprendente in ciò: accade spesso, lo facciamo tutti i giorni. Le obiezioni, per quanto mi riguarda, decadono, mentre la sostanza si conserva. Anche l'eterna guerra tra fine tuning e multiverso sbiadisce sullo sfondo, la ragione ha poca presa su questi domini cosmici esenti da ogni sperimentazione. Tuttavia, la questione non è risolta. Emergono obiezioni che un tempo trascuravo e che ora mi paiono ben più insidiose. Per esempio: non sembra affatto che i fedeli credano realmente a ciò che professano. Non pretendo che siano felici ai funerali solo perché un loro caro è tornato alla casa del Padre circonfuso nella beatitudine; né mi aspetto che porgano sempre l’altra guancia dopo aver ricevuto un ceffone o che amino il prossimo come se stessi. Mi accontenterei di constatare in loro un livello superiore alla media di gioia, soddisfazione, letizia e serenità — ciò che dovrebbe venire naturale a chi ha appena ascoltato e accolto la buona novella. Eppure, osservando chi frequenta la Messa, mi pare che il temperamento sia del tutto ordinario: vi sono persone radiose, certo, ma non mancano i volti tirati, gli atteggiamenti indifferenti e i musi lunghi. Se davvero hai partecipato a un banchetto, non dovresti più apparire così affamato.

PERCHE' ESISTE LA PRIVACY?

 PERCHE' ESISTE LA PRIVACY?

La comunicazione si realizza solo se esiste una lingua comune: possiamo immaginare la lingua come una radio che permette il passaggio dell’informazione solo se sintonizzata sulla giusta lunghezza d’onda. Alcune frequenze favoriscono certi scambi, altre ne favoriscono di diversi. Disporre di più “canali radio” è dunque una grande ricchezza, si possono dire più cose. Quando, nello spazio pubblico, si adotta una determinata lunghezza d’onda, siamo costretti a uniformarci; ma, in privato, quando possiamo selezionare con cura il nostro interlocutore e sintonizzarci sulla frequenza ottimale per le nostre aspettative — di solito molto diversa da quella pubblica — abbiamo così la possibilità di comunicare in modo più autentico e diretto. Se un messaggio pensato per questa seconda dimensione dovesse trapelare nella prima, potrebbe generare un disastro. La lunghezza d’onda può essere approssimativamente tradotta in una sorta di “ipocrisometro”: l’ipocrisia può variare da zero a cento. Nella dimensione pubblica, ad esempio, potrebbe attestarsi intorno all’80, mentre in quella privata potrebbe scendere a 10. In pubblico potrei parlare del mio rivale definendolo un avversario degno, da battere secondo le regole del gioco; in privato potrei confessare il desiderio di vederlo morto (“se i pensieri criminali potessero essere puniti, tutta l’umanità sarebbe criminale”). È evidente cosa accadrebbe se un discorso concepito per una certa lunghezza d’onda venisse trasmesso su un’altra frequenza: si produrrebbe una babele di linguaggi disorientanti. Ma si può anche rovesciare la prospettiva osservando l'effetto caricaturale del passaggio dalla sfera pubblica a quella privata. Prendiamo, ad esempio, il discorso di fine anno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: come di consueto, ha riscosso un consenso pressoché unanime. Tuttavia, se lo si interpreta con le categorie della dimensione privata, appare come una sequela di banalità soporifere, al punto da spingere a cambiare canale e passare a Gerry Scotti. Ammettiamo che io, il 31 dicembre, pubblichi su Facebook un post con gli stessi contenuti, espressi in un italiano impeccabile: riuscirei a moltiplicare le visualizzazioni fino ad attirare l’attenzione del Corriere della Sera? Ovviamente no. Visualizzazioni zero, e abbandono della lettura con sbadiglio al terzo rigo, persino da parte dell’adorante sciura Giuseppina. Mattarella otterrebbe un successo anche solo muovendo le labbra, purché rispetti le convenzioni della lunghezza d’onda su cui trasmette, assecondando le aspettative del pubblico. Non è certo tenuto a dire qualcosa di interessante o coinvolgente. In sintesi: disporre di molte “radio” che trasmettono su frequenze diverse è una ricchezza sociale, ed è proprio per questo che la privacy è un valore. Tuttavia, è necessario parlare la lingua adatta alla lunghezza d'onda in cui si trasmette. Ora, la variabile esogena della tecnologia, indifferente a tutto, è in grado di trasformare i contesti in cui siamo immersi, generando spiazzamenti clamorosi. Negli ultimi vent’anni, le forme di interlocuzione privata tipiche dei social media hanno invaso buona parte della sfera pubblica, inquinandone le lunghezze d’onda. Se ne sono accorti tutti tranne certi politici. La politica, ignara, ha continuato a comunicare con i toni polverosi degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90, dove vigeva il monopolio dell'informazione e la relativa sicumera dell'informatore. I disastri comunicativi del periodo pandemico, segnati da formule paternalistiche già vetuste nel secolo scorso, rappresentano un esempio memorabile di fallimento comunicativo destinato a rimanere a lungo negli annali.

*** PERCHÉ TRUMP DICE LE BUGIE?

 PERCHÉ TRUMP DICE LE BUGIE?

Perché proviene dal mondo degli affari, dove la menzogna spesso non è tale. Si pensi, ad esempio, al settore delle vendite al dettaglio, in cui una certa dose di falsità e manipolazione è intrinsecamente legata alla professione: si può davvero definire “onesto” presentare tutti i vantaggi di un prodotto senza mai menzionarne i limiti? Eppure è esattamente ciò che fa ogni buona pubblicità. Questa forma di disonestà risulta innocua, perché nessuno ne viene realmente tratto in inganno. I mercati autorizzano gli individui ad agire strategicamente, come nello sport: nessuno accuserebbe una squadra sportiva di divulgare le sue strategie in modo da comunicarle agli avversarei. Trump era considerato un innovatore nel suo settore per aver introdotto la pratica di mentire sul numero dei piani degli edifici alti, sostenendo, ad esempio, che la Trump World Tower ne avesse novanta, quando in realtà erano settantadue. Chi si scandalizza dovrebbe considerare che nessuno acquista una proprietà multimilionaria basandosi unicamente sulle dichiarazioni del venditore, così come solo un cretino chiede all’oste un giudizio sincero sulla qualità del vino. Quando è evidente a tutti dove risiedono gli interessi in gioco, allora affermare ciò che li promuove non può essere realmente fuorviante, perché è chiaro che quelle affermazioni vengono fatte proprio in virtù di tali interessi. Mentire diventa possibile solo in presenza di interlocutori ingenui. Non si tratta, dunque, di menzogna, ma di retorica. Se la menzogna si inserisce in un contesto dove è attesa, dove vige una consuetudine alla forzatura, allora essa perde rilevanza morale e si configura come una forma di espressione retorica. Quando Berlusconi affermava che avrebbe portato la pressione fiscale al 33%, tutti, tranne i tonti, sapevano che stava esagerando: era solo un modo retorico per dire che "le tasse sono eccessive" e incassare i meritati applausi. Allo stesso modo, quando Trump sostiene di aver fermato dodici guerre, è chiaro che sta esagerando: intende semplicemente comunicare che il business - ancora meglio se il suo - può e deve rimpiazzare le guerre. Vi è, in tutto questo, anche una lezione meta-etica: non esistono comportamenti intrinsecamente giusti o sbagliati; è il contesto a determinarne la valenza morale. Se un bambino sta annegando davanti ai miei occhi e posso salvarlo con un piccolo sacrificio di entità X, allora è immorale non agire. Se, invece, con lo stesso picolo sacrificio X potessi salvare la vita di un bambino anonimo in Africa, astenermi dall’agire appare del tutto accettabile.

sabato 10 gennaio 2026

PASOLINI

PASOLINI

Comunque sempre meglio il nostro malessere del benessere che il loro malessere del malessere.

IL GENIO: IDENTITÀ

GENIO = IDENTITA' + TALENTO. 

Un esempio vale più di mille parole. Benjamin Franklin ha imparato a scrivere in questo modo: leggeva un articolo su The Spectator, la rivista più ben scritta dell'epoca. Poi scriveva delle note su ogni frase dell'articolo su un foglio di carta a parte. Poi mischiava le note e ci tornava dopo qualche settimana. Cercava quindi di organizzare gli appunti nell'ordine corretto e li utilizzava per ricreare il saggio originale. È così che ha imparato da solo la struttura. Quando si è reso conto che il suo vocabolario era inferiore a quello degli autori originali di The Spectator, è passato a un'altra tecnica. Traduceva ogni saggio, frase per frase, in poesia. Poi, dopo alcune settimane, cercava di riconvertire la poesia in prosa. Chi riesce a diventare un grande scrittore grazie a questo lavoro? Solo chi ha già un notevole talento. Ma chi riesce a sopportare l'intensità di un simile lavoro? Solo chi dispone di grande energia e sogna di diventare uno scrittore accompagnando al sogno un'ambizione smisurata. Talento e Identità sono gli ingredenti del genio.

venerdì 9 gennaio 2026

BAMBINA CON LE DURACELL vs GENITORE DIABETICO

BAMBINA CON LE DURACELL vs GENITORE DIABETICO

Mentre io, prima di entrare in azione, devo organizzarmi e prendermi i miei tempi, la bambina (specie se caricata con pile all'uranio arricchito) ha come modalità di default l'emergenza. La procedura di emergenza obbligatoria consisteva, per esempio girando per strada, nel gridare «BUS! BUS! BUS! BUS!» senza interruzione, finché un genitore non la disinnescava rispondendo: «Sì, è un autobus». Lo stesso valeva per molti altri mezzi di trasporto. Ma attenzione, il genitore rallentato dal diabete non poteva limitarsi a pacate considerazioni probabilistiche: se la bambina ripeteva «MU*@! MU*@! MU@#€!», non ci si poteva cavare d’impaccio con un «Sì, credo» o un «Certo, ok, mu...». Se ne sarebbe accorta: avrebbe capito che non ci stavi mettendo il cuore. Bisognava andare più a fondo. «Cos’è un muz...?» Le si faceva cenno di indicare la strada. «Vuoi dire, ehm, che quella macchina assomiglia a quella della mamma?» «NOOOOOO!» «Ehm, quel camioncino dei gelati sta facendo musica?» «NOOOOOO! MU@#%!» «Oh, intendi una motocicletta!» «SÌ! MU@#%!» Solo allora la maledizione si spezzava. Non ricordavo chi l’avesse detto, ma non potevo fare a meno di approvare: i bambini piccoli, molto più degli adulti, si affidavano ancora a istinti evolutivi che presupponevano un ambiente ancestrale e uno stile di vita da cacciatori-raccoglitori. La loro programmazione era limpida: il primo e più importante compito consisteva nell’imparare i nomi e i richiami di ogni animale. Valeva per quelli che vedevano (cagnolino! bau bau!), per quelli che conoscevano solo per sentito dire (leone! raaaooooaaaaar!) e per qualsiasi oggetto sufficientemente simile a una megafauna nelle vicinanze (treno! ciuf-ciuf!). Affidando loro un incarico tratto da questo elenco, diventavano gli studenti più zelanti che si fossero mai visti. Chiedendo invece di imparare qualcos’altro — per esempio che le pillole non erano cibo e non andavano mangiate — si tornava subito a: «Sono solo una bambina piccola, come puoi aspettarti che mi ricordi le cose?». Questo mi portava a ipotizzare — contro tutta l'antropologia accademica - che i nostri progenitori utilizzassero i bambini piccoli come una sorta di vedetta. Il loro compito era sedersi in cima a un albero, scrutare la savana e, non appena avvistavano qualcosa, avvertire la tribù: «ANTILOPE! ANTILOPE! ANTILOPE!», senza fermarsi finché un altro membro della famiglia non completava il rituale. «Antilope ricevuta, passo e chiudo». L’emergenza più grande di tutte, per una bimba "con l'uranio dentro", era l’ora di andare a letto, se aspettavi che le pile si scaricassero facevi mattina. Bisognava essere furbi e inventarsi qualcosa. La situazione era delicata e andava affrontata con cautela, anche indirettamente. Si iniziava con un avviso: «mancano dieci minuti a dormire», poi con quello dei cinque minuti, poi con quello di un minuto, tutti completamente ignorati. Seguiva un conto alla rovescia di dieci secondi. Nel momento esatto in cui iniziava il conto alla rovescia, Vichi correva al tavolo e urlava «LA PAPPAPAPPA!», perché sapeva che eravamo dei teneroni e non l’avremmo mandata a letto affamata. Non importava se aveva mangiato cinque minuti prima: aveva bisogno di altro cibo in quel preciso istante. Dai, dai, non mi lasceresti passare tutta la notte chiusa nel mio lettino buio a morire di fame, vero, vero? Così le permettevamo di mangiare ancora un po’, cosa che faceva con la massima lentezza possibile, finché non perdevo la pazienza e la portavo a letto di peso. Per tutto il tempo urlava «LA MIA PAPPAAAAAA!» come un puffo impazzito trascinato via da Gargamella. Ma c'era ancora una tappa in bagno a lavarsi i denti. Mettevo il dentifricio sullo spazzolino. «Ancora», ordinava. Ne aggiungevo altro. «Ancora», ordinava. Ripetevamo questo ciclo circa cinque volte: se avessi davvero aggiunto dentifricio ogni volta, lo spazzolino si sarebbe ritrovato avvolto in una gigantesca massa appiccicosa, ma dopo la seconda facevo finta e lei non se ne accorgeva nemmeno. Ricordo infine il momento del cambio del pannolino, una transizione annunciata da CAMBIO PANNOLINO, a cui Vichi faceva eco «NO CAMBIO PANNOLINO». L'annuncio non aveva mai funzionato, nemmeno una volta. Spesso accadeva il contrario: a volte giocavamo fuori o facevamo altro, e Vichi, senza alcun motivo apparente, annunciava «NO CAMBIO PANNOLINO», e allora capivo che aveva disperatamente bisogno di un cambio.

HELP

Conoscete un esempio storico che mostra come il gusto delle élite cambi costantemente una volta che le classi medie e basse lo imitano? Mi serve per un saggio di mia figlia. Ha ben presente il caso dei nomi di battesimo ma vorrebbe rimpolpare questa parte. 

giovedì 8 gennaio 2026

DALLA PARTE DEGLI ULTIMI

Mi sono chiesto spesso negli ultimi anni: perché i "vincitori" dell'ordine sociale attuale sembrano così desiderosi di stare con le persone emarginate e svantaggiate della società?

1) Paraculismo.

2) Vero credente. 

3) Esibizionismo.

4) Senso di colpa.

5) Risentimento. 

6) Narcisismo.

5) ...


**** L'UOMO tradito e LA DONNA stuprata: stessa ferita, stessa sofferenza.

 L'UOMO tradito e LA DONNA stuprata: stessa ferita, stesso dolore.

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RELATIVISMO CONVENZIONALISMO

 RELATIVISMO O CONTESTUALISMO


Chi ritiene che la morale sia una convenzione è un "relativista"? In senso tecnico (meta-etica) sì ma nel senso comune no. A livello individuale, aderire o meno a una convenzione, porsi dentro o fuori il consorzio umano fa una grande differenza.

mercoledì 7 gennaio 2026

***CHE MALE C'È?


CHE MALE C'È?

Da qualche tempo sono in fissa con la pratica della poligamia e mi chiedo perché l’opposizione a questa forma di matrimonio sia ancora così aspra. Tale ostilità è divenuta ancor più singolare alla luce degli sviluppi degli ultimi decenni, inclusa la riuscita mobilitazione per legalizzare contratti tra persone dello stesso sesso e per riconoscere loro uno status sostanzialmente equivalente al matrimonio. Inoltre, uomini e donne possono essere “poligami seriali” nel senso di sposarsi più volte; molti non hanno forti obiezioni alla poligamia seriale, né al fatto che i gay possano stipulare contratti equiparabili al matrimonio o che le coppie omosessuali siano chiamate sposate. Il mio intento non è commentare tali pratiche, bensì chiedermi perché, allora, persista una così strenua opposizione alla poligamia.
L’argomento più frequentemente addotto contro la poliginia è che essa sfrutterebbe le donne. Una simile affermazione descrive a malapena la situazione odierna. Nel mondo contemporaneo, una donna non sarebbe affatto costretta a entrare in una famiglia poligamica contro la propria volontà. E che dire della prima moglie che scoprisse improvvisamente l’intenzione del marito di prendere altre mogli? Potrebbe divorziare, dividere i beni e ottenere il mantenimento per eventuali figli. Non è forse offensivamente paternalistico ritenere che le donne non siano in grado di decidere autonomamente se entrare in matrimoni che prevedono la presenza di altre mogli? Agli uomini non offriamo tutele speciali contro le presunte “arti seduttive” delle donne.
L’asserzione secondo cui la poliginia sarebbe iniqua per le donne appare inoltre bizzarra, poiché essa aumenterebbe la domanda di donne come coniugi nello stesso modo in cui la poliandria aumenterebbe la domanda di uomini. È come sostenere che un modo per migliorare le prospettive economiche delle minoranze consista nell’imporre un tetto massimo al numero di membri di tali gruppi che un’azienda può assumere. Gli uomini che hanno poco da offrire alle donne sarebbero, più che sotto il regime monogamico, destinati a rimanere celibi. Analogamente, donne istruite e altrimenti attraenti, che hanno molto da offrire, potrebbero risultare svantaggiate se costrette a competere con più donne che, singolarmente, hanno meno da offrire, ma che collettivamente possono offrire altrettanto o di più. Forse che la strenua opposizione viene da queste categorie penalizzate? Non penso proprio. Probabilmente, è un puro caso: la poliginia era diffusa in passato, quando gli uomini attribuivano grande valore all’avere molti figli. Oggi non è più così: poche coppie desiderano più di tre figli, un numero che può essere agevolmente raggiunto con una sola moglie. Con l’avvento dell’economia della conoscenza, in cui padri e madri aspirano entrambi a crescere un numero limitato di figli ben istruiti, la poliginia è venuta meno.

*** COME LEGGERE I LIBRI CON L'IA

COME LEGGERE I LIBRI CON L’IA Anche limitandosi alla sola saggistica, tutto dipende dai libri di cui si parla. Esistono autori brillanti e dalla scrittura talmente densa che mal sopportano un trattamento da parte dell’IA: vanno letti integralmente, pena la perdita di passaggi di grande godimento, oltre che illuminanti. Una loro battuta può fissarsi nella memoria per decenni, e non imbbervisi sarebbe un vero peccato. Ciò non toglie che un recupero degli highlight e delle note possa giovarsi dell’IA, fosse anche solo per pescarne alcuni casualmente, a scopo puramente ricreativo. Con autori come Steven Landsburg, Bryan Caplan, Will Storr o John Carey, l’impiego dell’IA prosciuga troppo valore: non dico che sarebbe assurdo come chiedere una sintesi degli aforismi di La Rochefoucauld, ma quasi. L’IA — con il suo stile classico, sciatto e impersonale — riesce a rendere polverose e ordinarie anche riflessioni brillanti, che invece, se espresse con un minimo guizzo di fantasia, saprebbero colpire. Fortunatamente, questo danno si limita agli autori sopra menzionati, mentre con molti altri la riduzione all’ordinario può addirittura rivelarsi provvidenziale. Penso ai numerosi autori dalla polverosa scrittura accademica: mi è capitato di recente con il neuroscienziato Andy Clark. Di fronte a certe prose, persino la sciatteria dell’IA riesce a conferire una certa lucentezza. Inoltre, l’IA può risultare utile per sciogliere matasse inutilmente concettose — sottolineo: inutilmente per noi profani. L’importante, però, è non chiedere mai “riassunti”. Bene le semplificazioni, mai i riassunti. A meno che non si sia alla vigilia di un’interrogazione, evenienza che si spera appartenere ormai al lontano passato. Il limite più grave dei bot, infatti, è la tendenza a “volare alto” mantenendo un tono rarefatto e indistinto: ne esce fuori una prosa buona per “considerazioni generali” in uno stile sapienziale e insipido. È una modalità seducente, perché dà l’illusione di aver colto il succo, mentre in realtà ti fa solo intravedere una sagoma grigia e indefinita. Molto meglio allora chiedere di affrontare — e semplificare — argomenti altamente specifici: meglio imparare qualcosa di marginale che leggere la prosa mortifera di un’IA che resta sul generico. Di solito, chiedo che l’intero testo venga spezzettato in un elenco di affermazioni autonome, ognuna seguita da una parola chiave che mi aiuti a risalire al punto del testo originale da cui è tratta. Quando un frammento mi pare interessante, torno a rileggere il paragrafo per intero. In altri casi chiedo di isolare allegorie, matafore, analogie, similitudini ed esempi utilizzati nel testo. Altre volte ancora chiedo di mettere il fuoco sui nomi propri che appaiono nel testo, è solo un modo per veicolare tutto verso una maggiore specificità. Questo lavoro, però, andrebbe affidato a bot a pagamento: il meglio resta GPT Pro 5.2 (cento euro al mese). Gli autori trattati, infatti, sono spesso complessi, e i loro ragionamenti piuttosto impervi. Procedere come sopra con bot gratuiti — ma spesso anche con quelli Plus da 21 euro al mese — è rischioso: i miei riscontri, nel confronto fra testo originale e risultato finale, segnalano un numero allarmante di semplificazioni che in realtà sono equivoci. In ogni caso, il miglior modo di leggere saggistica resta quello di porsi davanti al testo con uno spirito interrogativo: avere delle curiosità a priori e cercare risposte in ciò che si legge. Tuttavia, questo approccio presenta almeno due limiti. Il primo è meno grave: è difficile porre domande davvero proficue; ma anche solo tentare è un ottimo esercizio, visto che la capacità di “fare domande proficue all’IA” sarà in futuro una competenza assai apprezzata. Il secondo limite è più insidioso: non conoscendo il testo — perché se lo conoscessi, non avrebbe senso "trattarlo" — rischi di interrogarlo su temi che non affronta affatto, con il risultato che l’IA ti fornisca risposte plausibili che tu ritieni garantite dall'autorità dello scrittore ma che invece sono inventate. Dopo oltre un annetto di sperimentazioni avrei molto altro da dire, ma preferisco chiudere su una scoperta piuttosto triste: ogni libro è diverso dagli altri, e meriterebbe un trattamento IA personalizzato, mentre i migliori libri dovrebbero essere esentati da qualunque trattamento. Sarebbe bello se ogni libro acquistato potesse essere filtrato di default con un sistema standard per ottenerne subito un estratto utile — purtroppo non funziona così. Occorre prendersi la briga di sfogliarlo, sperimentare, e capire qual è il filtro più adatto a quello specifico stile di pensiero e di scrittura. Un processo che richiede uno sforzo cognitivo quasi pari a quello di leggerlo interamente nel modo tradizionale.

CHI LEGGERE?

 CHI LEGGERE?


La domanda è importante visto che noi "scegliamo cosa credere scegliendo a chi credere".Mi piace leggere scrittori apprezzati per la cura e l'originalità del pensiero sviluppato nel loro campo di competenza. Tuttavia, mi piace leggerli quando si cimentano in ambiti a loro estranei, o verso cui nutrono una passione meramente amatoriale. Il genio che si avvicina a nuovi argomenti è - necessariamente - superficiale senza perdere in nulla il suo talento e il suo innato rigore. Alla base c'è questa considerazione: ogni impresa intellettuale ti premia con l'apprendimento imponendoti però uno sforzo cognitivo, l'introduzione a nuovi argomenti è il momento in cui la produttività di questa impresa è massima per cui, anziché approfondire conviene spostarsi altrove a "scalfire" una nuova superficie. Perché l'ape dovrebbe accanirsi ad esaurire il nettare di un solo fiore quando puo' saltellare da un fiore all'altro sorbendo il meglio più facilmente disponibile? Perché raccattare i pochi frutti posti sui rami più inaccessibili quando si puo' cambiare albero e scaricare i molti frutti che pendono maturi dai rami più bassi? nell'era dell'abbondanza informativa la superficialità si impone come la scelta più razionale (teorema di Alchian Allen) Purtroppo, è difficile che uno specialista si occupi di superficie quando deve dare un contributo nel suo ambito, molto più facile che cio' si realizzi attraverso intellettuali provenienti da altri ambiti. In sostanza: quando Scott Sumner si occupa di politica monetaria io lo leggiucchio ma se si occupa di cinema lo leggo avidamente. Se Bryan Caplan si occupa di salario minimo io presto attenzione ma quando scrive dell'accudimento dei bambini dà il suo meglio. Ian Leslie che fa considerazioni sulla psicologia cognitiva attrae, ma quando scrive un intero libro sui Beatlese e la cultura pop è un "must". Robin Hanson che discetta di istituzioni è una manna ma allorché svolge le sue considerazioni su cristianesimo e capitalismo le mie antenne si drizzano in particolar modo. Razib Kahan impegnato sulla genetica delle popolazioni è interessante ma quando si occupa dell'ultimo fatto di cronaca diventa "imperdibile", mai banale e insolitamente agevole da seguire. Eccetera.

CRISTIANESIMO E CAPITALISMO

Non pochi elementi collegano il cristianesimo al capitalismo, alla rivoluzione industriale e, per estensione, al primato materiale dell’Europa e dell’Occidente sul resto del pianeta — un primato oggi messo in discussione soltanto da quelle realtà che riescono, almeno parzialmente, a imitarne i modelli. Già a partire dal XIII secolo, il cristianesimo influenzò in modo profondo l’istituto del matrimonio, promuovendo la monogamia e vietando le unioni tra cugini: misure che contribuirono alla dissoluzione delle strutture claniche. Fin dalle sue origini, inoltre, la religione cristiana favorì l’individualismo, affermando il principio del consenso matrimoniale e la libertà di disporre del proprio patrimonio attraverso il testamento, in particolare mediante lasciti alla Chiesa. Proprio tali disposizioni ereditarie alimentarono la crescita economica dei grandi monasteri, che finirono col detenere vasti possedimenti in tutta Europa. Parallelamente, i conflitti tra l’autorità ecclesiastica e le monarchie sorsero in epoca precoce e contribuirono, seppur in misura limitata, a impedire la formazione di un potere unico in grado di esercitare un controllo assoluto sull’intero continente. La Riforma protestante intensificò la competizione tra le confessioni cristiane, generando al contempo un’escalation di ostilità e distruzioni su base religiosa, senza precedenti per ferocia e ampiezza. E tuttavia accadde un fatto inaspettato: all’indomani della guerra dei Trent’anni (1648 e oltre), l’Europa abbracciò una tolleranza religiosa più ampia — almeno tra le diverse denominazioni cristiane — ponendo fine a una delle stagioni più sanguinose di conflittualità confessionale della storia. Appare dunque plausibile ritenere che la tolleranza religiosa, l’individualismo, la dissoluzione dei clan familiari e l’assenza di un impero unitario siano stati fattori determinanti per l’affermazione del capitalismo moderno, che a sua volta rese possibile la rivoluzione industriale. Tutto ciò non significa necessariamente che la Chiesa debba rivendicare oggi un ruolo di protagonista assoluta, ma quanto meno che meriti riconoscimento per aver, in un certo senso, saputo “moltiplicare i pani e i pesci”. Eppure, essa sembra oggi rinnegare in larga parte questo suo prezioso lascito, scegliendo invece di concentrarsi su aspetti meno connessi alla prosperità materiale che, nonostante tutto, il mondo continua a invidiarci. Perché questa inversione di rotta? Si tratta forse di una scelta autolesionista? E soprattutto: come recuperare consapevolezza del proprio ruolo storico, e rivendicare con dignità i meriti di un passato che ha contribuito a generare la strabiliante ricchezza del mondo moderno?