UNA TEORIA DELLA COSCIENZA
È la mia preferita. Non saprei neppure a quali autori ricondurla; di solito non elaboro molte idee personali: ne avrò concepite tre o quattro in tutta la mia vita. Nei commenti chiederò a Readwise di compulsare la mia biblioteca per individuare gli autori che, quantomeno, hanno fatto da ispiratori a questo scritto. La molla principale è l’inadeguatezza dell’esistente. Le teorie correnti hanno conseguenze paradossali e finiscono per considerare coscienti entità alle quali nessuna persona ragionevole attribuirebbe coscienza (Italia o qualunque organismo dotato di una certa complessità). Tralascio però la pars destruens — la più agevole — e, per il momento, espongo solo un abbozzo della teoria così come mi si presenta alle 10.30 di oggi, priva di qualsiasi genealogia intellettuale. Parto dall’osservazione che, attraverso menzogne e falsità, otteniamo la maggior parte delle risorse più preziose per il nostro benessere. Poiché dobbiamo anche difenderci, abbiamo sviluppato meccanismi di rilevazione della menzogna estremamente raffinati. Difesa e offesa si sono coevolute nei millenni, raggiungendo livelli di complessità letteralmente impensabili. Per fare un esempio: che Stasi sia colpevole e che Sempio sia innocente lo desumo soprattutto dall’espressione del volto e da pochi secondi del loro eloquio. Parlare di menzogna è dunque un modo assai rozzo per riferirsi a ciò che, in realtà, consiste in ipocrisie e reticenze sottilissime, capaci di eludere anche i radar più sofisticati. L’espediente che ci consente un salto di qualità consiste nel credere alla nostra stessa menzogna, o meglio nell’essere ipocriti sempre in buona fede. Le bugie con le gambe corte sono soltanto quelle del bugiardo consapevole di esserlo. Consideriamo alcuni esempi: quando, a reti unificate, il Presidente della Repubblica pronuncia il suo ponderato discorso di fine anno, o quando il Papa si affaccia alla finestra del Palazzo Apostolico per istruirci moralmente con la sapienza millenaria che incarna, noi ostentiamo il massimo interesse e rispetto. Dico “ostentiamo”, poiché, se le medesime parole costituissero il contenuto vago e generico di un post su Facebook nella bacheca di un anonimo, non dedicheremmo neppure un istante alla loro lettura, tanto sarebbero scontate. Questa ipocrisia, tuttavia, svolge una funzione ben precisa, sulla quale qui non mi soffermo: mi serve soltanto per chiarire che essa puo' essere utile e rappresenta comunque l’epicentro di tutti i nostri comportamenti, al punto che definirei l'essere umano come Homo Hipocritus. Se sono un femminicida, la mia falsa coscienza mi aiuta ad attenuare la mia posizione davanti a un giudice («…mi umiliava, mi mortificava, ma soprattutto mi aveva tradito, e il tradimento è per gli uomini ciò che per le donne è uno stupro»); se sono un professore nella scuola statale e l’assenza di un vero responsabile (proprietario) mi consente di occuparmi prevalentemente dei fatti miei, cercherò di giustificare questa condizione di comodo («la scuola è necessaria e non può che essere pubblica»). E così via. Per quanto l’ipocrisia sia centrale, la verità non può essere del tutto espunta, altrimenti saremmo tutti schizofrenici. Tuttavia, per quanto detto prima, verità e menzogna coesistono con difficoltà in cervelli unidimensionali: quando convivono, consumano ingenti risorse cognitive e rischiano di mandarci facilmente in tilt. Pensare X e dire Y è estremamente dispendioso, alla fine diremo X di sfuggita. Per mentire meglio dobbiamo relegare la verità in una dimensione inconscia; quando questo “parcheggio” fallisce, la verità riemerge e commettiamo delle gaffe. Ciò che qui interessa è che, per minimizzare i costi cognitivi, abbiamo bisogno di due dimensioni. È la lenta costruzione di questa duplicità a generare una coscienza distinta dall'incoscienza. Solo i meccanismi possono operare su una dimensione unica. L'Homo Hipocritus deve operare costantemente su due piani, collocando la verità nella dimensione inconscia e la bugia più o meno bianca in quella conscia. Insomma, dobbiamo dimenticare che si tratti di ipocrisia: per questo è necessario che non vi sia alcun contatto tra le due dimensioni. Solo così l’autoinganno può produrre al meglio quell’inganno altrui che migliora la nostra posizione e talvolta persino la posizione dell'intera comunità.