venerdì 20 febbraio 2026

arte definitivo il grande rilassamento ------ deriva da rilassamento

 L'ARTE COME DECADENZA


Gli schieramenti in campo sulla natura dell’arte sono due: c’è chi la ritiene utile (ADATTAZIONISTI) e chi la ritiene un piacere inutile (COLLATERALISTI).

I primi hanno le loro teorie: per alcuni nasce dall’esigenza di impressionare, esibendo segnali costosi (alla maniera della coda del pavone); per altri nasce dall’esigenza di “coalizzare” un gruppo (come fanno i decoratori d’altari). I secondi, invece, rinunciano alle teorie e considerano l’arte alla stregua di una "torta sovraccarica di zuccheri", capace di sviare e sedurre alcune nostre facoltà nate in passato per altri scopi (come rintracciare nella foresta cibi energetici).

Indecisi su dove stare? Nel dubbio c’è sempre una terza teoria, in cui mi sono imbattuto in treno all'altezza di Parabiago. L'arte come decadenza intrinseca. Questo autore indiano che stavo leggendo sostiene che gli ADATTAZIONISTI sono utili per isolare l’origine dell’arte, mentre i COLLATERALISTI lo sono per spiegarne l’evoluzione verso un'arte così come la conosciamo oggi. Per capire occorre concentrarsi sugli uccelli.

Prendiamo la “teoria del pavone”: le code impressionano per bellezza e spreco, proprio come l’arte. Ma le code, in fondo, sono più o meno tutte uguali: questa non è arte! Il canto di un certo fringuello bengalese di cui non ricordo il nome scientifico è altrettanto bello, ma anche molto più vario. Perché? Finché le pressioni evolutive erano forti, tutti i fringuelli miravano a un benchmark omogeneo sotto il quale si creasse una gerarchia di abilità, come i pavoni, ritrovandosi a cantare lo stesso canto più o meno bene. Quando tali pressioni diminuirono per la presenza di "femmine garantite, le abilità rimasero nel cervello, ma che farsene? Ogni fringuello cominciò a utilizzarle come meglio credeva a seconda della situazione contingente, il canto si mutò a casaccio: non serviva più a perseguire un unico obbiettivo, ma veniva ugualmente impiegato in modo più disinvolto. I fringuelli cominciarono a cantare anche quando si facevano la barba e la bellezza cominciò a fiorire in modo più variegato.

E che dire del decoratore del tempio? Non lo so ma posso immaginare una storia analoga: una volta che la coesione sociale fu garantita da altre istituzioni - tetre e in grisaglia - il decoratore si ritirò a vita privata, dove anziché fare l'umarell mise a frutto la propria perizia realizzando, liberato da ogni ordine dall'alto - opere personali. La produzione complessiva cominciò a dipendere dal gusto individuale o dal libero mercato (il gusto individuale di una moltitudine) e divenne molto più varia, esattamente come lo è l’arte che ti circonda oggi. L'arte nella sua versione conosciuta è quindi il prodotto di un "rilassamento", di istinti degradati e alla deriva poiché non più di utilità primaria. L'arte è "decadente" per natura.

Insomma, la nascita dell’arte dipende da taluni vincoli ambientali (selezione sessuale e competizione tra gruppi), e questo spiega la sua universalità. Ma l’arte come la conosciamo deriva piuttosto da un “rilassamento” di quei vincoli, e questo spiega la sua varietà. Immaginatevi un fiume con argini robusti che vengono poi a mancare nella seconda parte del tragitto, il suo tracciato sarà prevedibile nella prima parte e indeterminato quanto confuso quando comncerà ad impaludarsi. L'arte di oggi è la palude di quel fiume.

La conclusione è che non abbiamo un istinto artistico, e temo che questa affermazione non piacerà a molti. L'idea dell'arte come istinto è rassicurante. Per gli amanti dell'arte, se l'arte non riflette un istinto, diventa banale, frivola e un lusso nato da una società indulgente. Ma noi non abbiamo un istinto nemmeno per la lettura e la scrittura, eppure pochi sosterrebbero che leggere e scrivere siano attività banali.

p.s. mi sono ricordato il nome dell'autore di cui parlo: Anjan Chatterjee MD