Ed ecco finalmente il mio editoriale sulla guerra.
Non ho nulla da dire al riguardo, perché la complessità degli eventi è eccessiva e la mia testa gira a vuoto. Al massimo, nei prossimi giorni, ascolterò i miei “intellettuali di riferimento” e leggerò gli autori a cui rimandano. Magari qualcuno mi convincerà, spostandomi su posizioni più definite: non posso escluderlo. Nel vuoto creato da questo intervallo non posso che attenermi ai miei principi cardine in materia di “guerra”, che derivano fondamentalmente da due considerazioni consolidate: 1. Come quasi ogni impresa umana, la guerra implica costi certi oggi a fronte di benefici incerti domani. Solo che, nella guerra, i costi certi sono enormi: si misurano in vite umane. Di conseguenza, i benefici dovrebbero essere smisurati. È una scommessa spericolata e, in generale, inconciliabile con la nostra avversione al rischio. 2. La guerra è condotta dai governi, dunque da soggetti i cui interessi divergono dal buon esito della stessa (l’orizzonte temporale, almeno in democrazia, è spesso di pochi mesi: giusto fino alle prossime elezioni). Sono anche soggetti razionalmente ignoranti, o meglio poco inclini a sviluppare competenze reali: si limitano a pescare nel variegato mercato delle idee quelle più confacenti al proprio miope interesse. Queste due considerazioni alimentano il mio bias pacifista. Tuttavia, non nego di essere interessato alle nuove strategie adottate contro Venezuela e Iran: scegliere due Stati canaglia — “che peggio di così non si può” —, selezionarli molto più deboli di noi e decapitarne i vertici, per poi attendere gli esiti dei processi naturali che ne conseguono. Può andare anche male: può darsi che si insedi un nuovo dittatore e che ci tocchi ricominciare da capo. Eppure i costi sostenuti restano relativamente bassi; in tal senso, fallimenti in stile Vietnam, Iraq e Afghanistan dovrebbero essere scongiurati. C’è poi il fatto che la guerra sia condotta dagli USA: un “poliziotto” dedito a un colonialismo “buono” che in passato ha svolto un lavoro discreto, garantendoci settant’anni di pace e rendendo persino gradevole il colonialismo leggero nei loro confronti, al punto da reagire piccati quando sembra che ci mollino al nostro destino. Conta anche che la guida statunitense sia oggi nelle mani di persone poco ambiziose, con ideologie più nazionaliste che imperialiste, dunque estremamente sensibili ai costi. Tutto ciò contribuisce ad attenuare, seppur di poco, il mio bias pacifista. Ah, dimenticavo: queste brevi considerazioni dipendono da un assunto chiave — noi siamo i buoni, loro sono le canaglie. Assunto piuttosto debole, mi rendo conto, ma supportato dal fatto che nessuno di noi vorrebbe essere loro, mentre non pochi di loro vorrebbero essere noi. In ogni caso, è utile per spazzare via discussioni oziose su “aggredito e aggressore”.lunedì 2 marzo 2026
SULLA MERITOCRAZIA DEI MERCATI
SULLA MERITOCRAZIA DEI MERCATI
I mercati non premiano il merito, premiano il valore: due cose molto diverse. Eppure, nel libero mercato, valore e merito sono strettamente correlati e quindi i mercati, dopotutto, premiano anche il merito. Il duro lavoro e il lavoro di qualità sono meritevoli e creano valore. Sì, il caso gioca un ruolo importante, ma le persone più capaci e più laboriose sbilanciano notevolmente le probabilità a loro favore. Discernere merito e fortuna è difficile e non so se esiste chi fa sistematicamente meglio. Ma che dire poi della "lotteria dei talenti"? Chiunque non sia stato corrotto da Rawls e vede all'opera persone brillanti che hanno successo applaude; non si lamenta dicendo che “le persone brillanti non si sono guadagnate la loro brillantezza”. Certo, alcuni “delinquenti” si arricchiscono sui mercati, e gli esempi sono sulla copertina di ogni tabloid; ma perché dovremmo pensare che questa sia “routine”? Giudicare la meritocrazia dai tabloid è solo un bias di disponibilità. In media, gli ubriaconi pigri e disonesti hanno molto meno successo finanziario degli astemi onesti e laboriosi.
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