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martedì 28 aprile 2026

due dogmi quine contro huemer

 

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https://spot.colorado.edu/~huemer/papers/rand.htm


Il tentativo di negare la distinzione tra analitico e sintetico è davvero perverso. Esistono frasi come "Ogni rettangolo ha 4 lati", "Ogni scapolo è maschio", "Ogni gatto è un gatto", ecc., che a prima vista sembrano avere qualcosa in comune ed essere diverse in qualche modo da "Ogni rettangolo è blu", "Ogni scapolo è un fannullone", ecc. Ogni filosofo è in grado di classificare in modo affidabile alcuni esempi di ciascuna categoria e di produrre un numero infinito di ulteriori esempi di proposizioni "analitiche" e "sintetiche" che non sono mai state esplicitamente discusse da nessun altro filosofo prima ("Ogni dodecaedro ha 12 facce"). Non è forse questa una prova schiacciante dell'esistenza di una qualche distinzione? Se le cosiddette affermazioni "analitiche" non hanno davvero alcuna caratteristica in comune e non differiscono in alcun modo dalle cosiddette affermazioni "sintetiche", allora i filosofi che sostengono l'esistenza di una distinzione devono per forza classificare le affermazioni in modo del tutto casuale. In tal caso, cosa spiega la loro affidabilità intersoggettiva?





Immagina questa frase: “tutti i corvi sono neri”.

Per tradizione è sintetica: basta trovare un corvo bianco e la rivedi.

Ora prendi: “tutti i bachelor sono non sposati”.
Questa dovrebbe essere analitica, cioè vera “per significato”.

Willard Van Orman Quine dice: la differenza non è di natura, ma di grado.

Esempio concreto: scopri una tribù che usa “bachelor” per indicare anche uomini sposati ma senza figli. Che fai?
– Opzione 1: dici che “bachelor” significa solo “non sposato” → salvi l’analiticità.
– Opzione 2: cambi il significato della parola → la frase non è più vera.

Non c’è un fatto oggettivo che decide, perché dipende da come aggiusti l’intera rete linguistica.

Il punto controintuitivo: anche le verità “ovvie per definizione” dipendono da scelte nel linguaggio, non da un confine rigido tra significato e realtà.

You

6 hours ago

1. Willard Van Orman Quine colpisce una teoria del significato sbagliata: identificare il significato con il riferimento; ma distinguendo senso e riferimento (alla Gottlob Frege) l’analiticità resta intelligibile.


2. La sua critica presuppone che non esistano contenuti concettuali autonomi, mentre l’esempio di Oedipus mostra che due espressioni con stesso referente possono avere significati diversi.


3. Dalla revisabilità globale delle credenze non segue che tutte le verità siano dello stesso tipo: logica e matematica resistono alla revisione in modo diverso dai fatti empirici.


4. Negare l’analitico rende inspiegabile la pratica linguistica: non si distingue più tra “definizioni” (“bachelor = non sposato”) e affermazioni sul mondo.


5. L’argomento contro l’analitico confonde verità per riferimento con verità per senso: che ogni verità dipenda dagli oggetti non implica che tutte dipendano allo stesso modo dal significato.


6. Senza distinzione analitico/sintetico, cade anche la nozione operativa di a priori: ma il testo sostiene che logica e matematica restano conoscenze non giustificate da osservazioni.



You

6 hours ago

La mossa di Willard Van Orman Quine è radicale: nega che esista un confine netto tra verità di significato e verità di fatto, riducendo tutto a una “rete” di credenze rivedibile.

La risposta più incisiva: Quine attacca una versione caricaturale dell’analitico (basata su sinonimia circolare), ma non quella fondata sul senso (alla Gottlob Frege). Se il significato è un contenuto concettuale, non un elenco di oggetti, allora “tutti i bachelor sono non sposati” resta vero per struttura del concetto, non per abitudine linguistica.

Secondo: la revisabilità globale non implica assenza di differenze locali. Che ogni proposizione sia in linea di principio rivedibile non cancella il fatto che alcune (logica, matematica) resistono alla revisione in modo qualitativamente diverso rispetto a “piove a Milano”.

Terzo: senza distinzione analitico/sintetico, la spiegazione del linguaggio collassa: non si capisce più perché certi enunciati (“un triangolo ha tre lati”) non richiedano verifica empirica mentre altri sì.

Il succo: Quine mostra che il confine non è netto e assoluto; non dimostra che non esiste affatto.Non sbagli davvero: Huemer usa Frege contro Rand, ma non per forza sposa tutto il fregeanismo contro Kripke.

Il punto è questo: Frege gli serve per dire che significato ≠ referente. “Jocasta” e “madre di Edipo” hanno lo stesso referente ma diverso contenuto cognitivo.

Kripke, invece, critica un’altra tesi: che i nomi propri funzionino come descrizioni. Per lui “Aristotele” resta Aristotele anche se molte descrizioni associate fossero false.

Quindi Huemer può essere vicino a Kripke sul riferimento: i nomi agganciano oggetti, non pacchetti di descrizioni. Ma può restare vicino a Frege sul punto minimo: due modi di pensare lo stesso oggetto non sono lo stesso pensiero.

Il fraintendimento è identificare Frege con “descrittivismo pesante”. Qui conta solo la distinzione senso/riferimento, non l’intera teoria fregeana dei nomi.La sorpresa svanisce se vedi il bersaglio reale di Willard Van Orman Quine: non “dimentica” Gottlob Frege, lo respinge consapevolmente.

Quine rifiuta proprio l’idea chiave fregeana: che esistano sensi come entità stabili. Per lui il significato non è un contenuto interno ma un nodo in una rete linguistica pubblica, definito da uso, inferenze e revisione empirica.

Ecco il punto controintuitivo: se neghi i “sensi”, la distinzione analitico/sintetico perde fondamento automaticamente—non perché sia stata confutata caso per caso, ma perché manca il tipo di entità (il senso) che la rende possibile.

Rand arriva a qualcosa di simile per eccesso di realismo (significato = concreti); Quine per eccesso di anti-realismo semantico (significato = ruolo nella teoria). Stesso esito, ma per ragioni opposte.

Quindi non è un errore ingenuo: è una scelta radicale. Il prezzo, però, è alto: spiegare perché “un triangolo ha tre lati” sembri diverso da “piove a Milano” diventa molto più difficile.Willard Van Orman Quine parte da un colpo secco: “analitico” vuol dire “vero per significato”… ma “significato” viene spiegato solo tramite sinonimia → e la sinonimia viene spiegata tramite analiticità. È un cerchio, non una spiegazione.

Poi attacca le definizioni: dire che “bachelor = non sposato” non fonda l’analiticità, perché le definizioni presuppongono già sinonimie, non le creano dal nulla.

Terzo passo, il più sorprendente: non esistono enunciati immuni all’esperienza. Anche logica e matematica, in linea di principio, potrebbero essere riviste se il sistema complessivo lo richiedesse.

Qui entra la sua idea chiave: la conoscenza è una “rete” (web of belief). Le frasi non si verificano una per una, ma come blocco; alcune sono più centrali (logica), altre periferiche (osservazioni), ma nessuna è sacra.

Conclusione: non c’è una linea netta tra verità “di significato” e verità “di fatto”; c’è solo una differenza di grado nella loro posizione dentro la rete.

You

6 hours ago

Qine cosa risponderebbe a chi dice che ogni triangolo ha tre lati e ciò non necessita di verifiche?...Willard Van Orman Quine direbbe: sembra ovvio perché hai costruito così il linguaggio, non perché esista una verità “immune” dall’esperienza.

“Ogni triangolo ha tre lati” è centrale nella nostra rete di credenze: cambiarlo costerebbe troppo, quindi lo trattiamo come intoccabile. Ma non è sacro in senso assoluto, solo estremamente stabile.

Esempio controintuitivo: se una teoria fisica futura richiedesse oggetti “triangolari” con quattro lati (magari in uno spazio non euclideo reinterpretato), potremmo:
– cambiare la definizione di “triangolo”, oppure
– riorganizzare altri pezzi della teoria.

Non esiste una barriera logica che vieti la revisione; esiste solo una resistenza pratica enorme.

Il punto: “non serve verifica” non significa “non è rivedibile”, ma solo “sta al centro della rete e non conviene toccarlo”.

giovedì 6 giugno 2024

La vaghezza di Quine -

 La vaghezza di Quine -


La vaghezza sembra un deficit epistemico: non possiamo sapere tutto e, spesso, nemmeno è utile approfondire troppo. Che senso avrebbe sapere con esattezza cosa intende Tex Willer quando ordina al Saloon "una bistecca con una montagna di patatine"? Quante patatine intende avere nel piatto? Si puo' andare oltre pensando la vaghezza come utile per la ricerca della verità in comune, come una forma di richiesta d'aiuto che indirizza appropriatamente i nostri soccorritori. Esempio, io parlo qui vagamente della vaghezza ed ecco che interviene Montagner Alessio con un commento dettagliato che mi chiarisce ogni cosa chiudendo la questione. Oppure puo' servire a coordinarci meglio: se l'Onda Verde fosse troppo dettagliata nel riportare un ingorgo orribile rischierebbe di deviare tutto il traffico nelle strade minori creando un ingorgo ancora peggiore. Pensate a quali virtuosismi linguistici deve ricorrere se l'obbiettivo ottimale è quello di stornare solo il 70% delle vetture? Persino Dio sembra trovare utile la vaghezza quando intende farsi conoscere da noi senza farsi conoscere troppo, forse anche lui persegue un duplice obbiettivo: manifestarsi senza conculcare la nostra libertà di sceglierlo. lo stesso dicasi per gli UFO. Perché non dicono chiaramente che ci sono e ci guardano? Forse non vogliono interferire per scrupolo morale ma al contempo vogliono alimentare i nostri dubbi qualora ci venisse in mente, una volta ottenuti i mezzi, di "partire alla conquista dell'universo". Ascoltate un banchiere centrale (Draghi) che parla agli operatori finanziari durante una crisi: deve creare aspettative mentendo ma anche conservare la sua autorevolezza per la crisi successiva. E che dire dei mafiosi? La loro ambiguità funzionale è talmente spettacolare che sono il soggetto ideale per molti film e molti libri. Questo perché spesso devono dire cose che ogni ascoltatore interpreti in modo differente. Del resto, un'attività umana tra le più nobili - quella artistica - sembra concentrarsi unicamente sul linguaggio suggestivo. Un motivo ci sarà. Ma l'uomo non deve solo chiedere aiuto, coordinarsi o godere della bellezza, deve anche comunicare, cosicché non puo' rinunciare alla chiarezza. Per questo molti filosofi si sono dedicati alla chiarificazione dei termini. Frustrati dai successi della scienza, hanno per un attimo accarezzato l'idea di avere un campo legittimo tutto loro. Il progetto di isolare un linguaggio analitico sembra ormai sfumato, specialmente da quando hanno scoperto di non poter distinguere l' "analitico" dal "sintetico". Una proposizione analitica è vera in virtù del suo significato, senonché un famoso filosofo dimostrò che anche le proposizione con un significato ben definito in realtà non ce l'hanno. Qualche talebano ha concluso che la distinzione analitico/sintetico non esista, il che pare piuttosto assurdo visto che ogni filosofo, ma anche ogni persona ordinaria, è in grado di classificare in modo affidabile nelle due categorie e produrre indefinitamente molti esempi di proposizioni 'analitiche' e 'sintetiche' che non sono mai nessun altro filosofo mette in discussione (tipo "ogni dodecaedro ha 12 facce"). Non è questa una forte prova che la distinzione esiste? Da questo puzzle, del resto, si puo' uscire in modo semplice sostenendo che il significato di "analitico" non è ben definito. Quindi, la distinzione esiste ma ha un residuo di vaghezza. Non è poi così grave visto che tutte o quasi tutte le parole più importanti della filosofia non sono ben definite ma sappiamo cosa significano, almeno per i nostri scopi.

venerdì 24 agosto 2018

L’ECCESSIVO RISPETTO PER LA SCIENZA

L’ECCESSIVO RISPETTO PER LA SCIENZA
La scienza ha un problema con la filosofia che meglio la sostiene: il positivismo.
Da un lato il positivismo sopravvaluta la scienza: la logica induttiva, ovvero la logica della scienza, non è affatto una logica affidabile, inoltre le ipotesi scientifiche non sono mai verificabili (disgiuntamente).
Dall’altro sottovaluta gli altri saperi: i sensi fisici non sono certo le uniche fonti di conoscenza non arbitraria. Negare ostinatamente che molta della nostra conoscenza si fondi su giudizi sintetici a priori sembra pretenzioso.

domenica 12 agosto 2018

Prime difficoltà del neopositivismo

Nella discussione dei protocolli i neopositivisti erano convinti che non esistesse il rischio di errore quando descrivo i miei dati sensoriali ad esempio quando dico di vedere un cerchio di colore rosso. Ma chi può garantire che dicendo rosso io intendo riferirmi davvero alle stesse sensazioni cromatiche a cui gli altri si riferiscono? È il problema del solipsismo.

Alla critica del solipsismo si reagisce recuperando l' olismo duhem il quale spiegava che nessuna esperienza Può confutare un enunciato da sola ma solo in congiunzione con tutta una serie di altri enunciati così per alcuni neopositivisti ora è unicamente nel contesto di altri enunciati che è un'esperienza può costituire la conferma di un certo enunciato. Inoltre non si può parlare di confronto tra un enunciato è la realtà poi che si cadrebbe nella metafisica ma solo di confronto tra enunciati. Per alcuni positivisti come Neurath la verità non consiste più Nella corrispondenza dell'enunciato con la realtà ma nella coerenza tra enunciati. Altri neopositivisti come Schlick si ribellarono tenendo che una favola ben costruita potesse risultare altrettanto vero di una teoria fondata sulla esperienza.

Un'altra critica del neopositivismo era imperniata sui limiti della logica induttiva le leggi scientifiche sono enunciati universali e non possono quindi essere verificate da alcun numero finito di osservazioni come aveva già sostenuto Hume. Il neopositivismo deve quindi rinunciare al concetto di verificabilità sostituendolo con quello di conferma o di probabilità.

Un'altra critica riguardava i termini ambigui come per esempio fragile. Cosa significa non è possibile precisarlo per quanto sia senza dubbio un termine che descrive un'esperienza. Ci si deve Allora rassegnare all'idea che le teorie ci dicono più di quanto non sia direttamente osservabile hot empiricamente controllabile.

Reazione. La crisi del neopositivismo fa nascere la corrente antirealista. Gli Anti realisti si dividono in strumentalisti e costruttivisti. Per i primi gli enunciati teorici non vanno interpretati alla lettera bensì come regole utili alla predizione. Per i costruzioni sti vanno interpretati alla lettera ma non necessariamente creduti. In questo senso Bellarmino aveva ragione rispetto a galileo. A questo punto però la scienza deve rinunciare a spiegare le cose. Si ritorna così a Duhem: la scienza descrive ma non spiega.

Ma andiamo avanti con le critiche. La critica di popper. Per Popper l'esperienza non può costituire l'origine e nemmeno la giustificazione della nostra conoscenza, si considera infatti un razionalista critico. Crede che la teoria preceda e fondi l'esperienza anche se a quest'ultima spetta poi il ruolo di falsificare. Popper Infatti considera la critica alla logica induttiva come fatale ma mette a frutto la simmetria che riscontra tra verificazione e falsificazione di un enunciato per falsificare basta un'unica osservazione. Popper non utilizzare la falsificazione come criterio di significanza pur essendo in falsificabili le asserzioni della metafisica non sono suo parere privè di significato Ed anzi possono avere una parte importante nella crescita della conoscenza il realismo stesso è d'altronde una tesi metafisica. La teoria da preferire è quella più facilmente falsificabile.

Quine e la sua critica radicale al neo e a Popper. Partendo da Duhem e dalla sua tesi per cui un'ipotesi non è mai verificabile isolatamente nell'esperienza giunge a concludere che non esiste una distinzione tra enunciati analitici e denunciati sintetici. I primi Infatti sono caratterizzati dal fatto di non poter essere confutati dall'esperienza,  ma come abbiamo appena visto tutti gli enunciati sono di questa natura. Per lui il controllo empirico consiste sempre in un confronto tra L'esperienza e l'insieme globale dei nostri enunciati, poi paragona quest'ultima ad una rete che tocca l'esperienza solo i bordi.

La critica del secondo wittgenstein. Il linguaggio ha un ruolo molto più complesso ed ampio di quello ha segnato gli dai neopositivisti. Vedi il concetto di gioco linguistico. Il significato di un termine deriva dall'uso più che dalle tavole di verità.

Non si può distinguere come avrebbero voluto fare i neopositivisti tra termini puramente osservativi e termini teorici. Esistono Infatti i termini che si riferiscono a oggetti non osservabili come elettrone neutrino eccetera che quindi dovremmo chiamare teorici. In particolare come osserva putnam i neopositivisti sbagliavano a credere che i termini teorici fossero introdotti per mezzo di quelli conservativi

Un'altra posizione neopositivista revocata in dubbio è quella che assimila spiegazione e previsione. Michael Scriven ha obiettato che la teoria di Darwin e spiega molte cose ma finora non ha permesso di fare alcuna previsione. Secondo Silvia Bromberg le leggi dell'ottica geometrica, data l'altezza di un palo e l'altezza del sole, ci consentono di prevedere la lunghezza dell'ombra gettata da quel palo, e  questo, secondo hampel, costituirà anche la spiegazione di tale lunghezza, il che è senz'altro ragionevole. Ugualmente però, data la lunghezza dell'ombra e l'altezza del Sole sarebbe possibile prevedere l'altezza del palo ma in nessun modo questo potrebbe venir considerata come una spiegazione dell'altezza.

mercoledì 20 settembre 2017

Il primo dogma sfatato da Quine

Quine nega la distinzione tra analitico e sintetico.

L'affermazione analitica è quella vera per definizione, ovvero quella in cui tra il termine definito e l'espressione che definisce esiste una relazione di sinonimia.

La sinonimia esiste quando i due termini sono intercambiabili.

Quine ha buon gioco nel dimostrare che la sinonimia non esiste mai.

Esempio: ammettiamo che l'uomo sia definito come "essere razionale". Ma nella frase "uomo si scrive con quattro lettere" l'intercambiabilità tra definito e definizione viene palesemente meno.

Eppure Quine non dimostra l'inesistenza degli enunciati analitici ma solo il fatto che non sappiamo esattamente dire in cosa consista questa loro caratteristica.

Chiunque tra noi sa distinguere perfettamente gli enunciati analitici da quelli sintetici. Cio' è un chiaro indizio che la differenza esiste.

E' dunque molto più prudente concludere che la distinzione analitico/sintetico esista anche se non sappiamo definirla in modo completo.